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Nella società della conoscenza occorre investire sul capitale umano

Da almeno un quarto di secolo, viviamo nella società della conoscenza: il valore di un prodotto – non importa se sia un bene o un servizio – non è dato dalla quantità di lavoro necessaria per produrlo (misurato in termini di remunerazione oraria), ma dalla quantità di conoscenza che incorpora.

In un’epoca come questa, il rendimento dell’investimento in istruzione schizza verso l’alto: vale sia per il singolo individuo, sia per il complesso della società di un Paese o di una data porzione di territorio. “Più aumenta la velocità del cambiamento, più rapidamente dobbiamo imparare- e ri- imparare-, man mano che si sgretolano le “verità” di cui vivevamo un tempo” (Goldin e Kutarna).

Il processo di incessante innovazione costringe a concentrare l’attenzione politica e sociale sull’imparare ad imparare, la prima condizione per il successo nel nuovo mondo dell’apprendimento continuo. Lavorare fa, e farà sempre più, rima con “imparare”.

Se gli strumenti (le competenze) per stare da protagonisti nel mercato del lavoro non verranno da un sistema pubblico di istruzione rinnovato, soltanto coloro che saranno in grado di acquistarli sul mercato potranno sperare di farcela, lasciando chi non può in un destino di esclusione.

Esattamente come avveniva nel secolo scorso, per il sapere di base. La qualità del capitale umano e sociale – cioè, del livello di istruzione, di predisposizione ad imparare, di senso civico, di fiducia nei concittadini – è ciò che distingue Paesi con elevate potenzialità di crescita quantitativa e qualitativa da Paesi avviati ad un declino, magari lento, ma inesorabile.

 

Il ruolo dello Stato per finanziare la ricerca di base

La produzione di conoscenza e la rapidità della sua circolazione sono il frutto di ingenti investimenti, per buona parte caratterizzati da redditività fortemente differita nel tempo.

È vero che la conoscenza pratica ha una più forte capacità di incidere sullo sviluppo – producendo rapidi salti di produttività del lavoro e dei fattori -, ed ha costi (poiché presenta meno rischi) relativamente bassi, ma è altrettanto vero che la scienza di base – premessa indispensabile di quella pratica – presenta costi elevatissimi, perché il rischio di fallimento è molto più elevato.

Per questo, specie in un Paese come l’Italia, caratterizzato da un apparato produttivo di beni e servizi a più elevata presenza di piccole e medie imprese, deve essere prevalentemente lo Stato a finanziare la scienza di base. E, ad oggi, non lo fa abbastanza.

Una più attenta selezione della spesa pubblica per investimenti, al fine di incrementare significativamente quelli destinati alla ricerca di base, è dunque indispensabile. E deve essere compiuta nella consapevolezza che non si tratta di un pasto gratis: spendere di più a questo scopo significa – date le condizioni di finanza pubblica del Paese – spendere di meno in altre direzioni.

Poiché scelte di questo tipo presentano elevati costi politico-elettorali, è bene che esse siano parte di una strategia riformista di medio e lungo periodo, illustrata di fronte al Paese con la massima chiarezza. Pena l’impossibilità̀ di metterla in atto.

 

Spirito civico e disinformazione

Investire di più in conoscenza ed istruzione della popolazione non ha solo un grande effetto sul potenziale di crescita economica. Incide direttamente sulla qualità civile delle nostre società e sul civismo dei singoli cittadini. Anche lo spirito civico, infatti, è sottoposto alla prova della rivoluzione tecnologica e digitale: “I cittadini ignoranti non hanno alcuna informazione, mentre quelli disinformati possiedono informazioni in conflitto con le prove migliori di cui disponiamo e con il parere degli esperti” (Anne Pluta).

Non è affatto detto che i rischi connessi alla ignoranza siano superiori a quelli derivanti dalla disinformazione. Il caso più noto – e socialmente più pericoloso – di effetti della disinformazione è quello dei falsi “scienziati” che hanno collegato i vaccini all’autismo. La scelta del governo italiano in materia di vaccini costituisce una drammatica conferma della intuizione di Popper, sui pericoli della “teoria cospirativa della società”: questa concezione, spiegava il filosofo, “deriva dall’erronea teoria che qualunque cosa avvenga nella società… guerra, carestie… sia il risultato di diretti interventi di individui e gruppi potenti”.

Il pericolo si manifesta quando “pervengono al potere persone che credono nella teoria della cospirazione, perché sono facili quanto altre mai ad impegnarsi in una controcospirazione contro inesistenti cospiratori”. Per esempio, nel fare una legge che consenta ai genitori di non far vaccinare i bambini.

Lo spirito civico si rafforza con la diffusione della conoscenza, favorendo la rapida circolazione delle informazioni e il più̀ libero accesso alle stesse, ma soprattutto incoraggiando il pensiero critico. Chiedendo agli esperti più̀ spiegazioni che previsioni: “un giudizio disinformato, anche quando è corretto, spesso è meno utile di un’opinione ragionata, seppur errata, che può essere dissezionata, esaminata e corretta” (T. Nichols).

 

Favorire la mobilità sociale

Cittadini non si nasce, si diventa. Ad alimentare lo sforzo per farlo, ci debbono essere sia i convincimenti razionali, che si possono insegnare – nella famiglia, a scuola, in altre agenzie formative -, sia i sentimenti, che si possono evocare con l’esempio, ma non si possono insegnare.

Per questo, i riformisti debbono avere più fiducia nei cittadini e in se stessi: la loro azione, la loro onestà, la loro apertura di mente e di cuore può tornare ad attrarre attenzione e suscitare simpatia. Ricostruendo una “tradizione”. Una parte grande di questo lavoro costituisce lo scopo sociale delle istituzioni Scuola e Università.

Da troppo tempo queste istituzioni hanno smesso di fornire alla mobilità sociale il contributo fornito in passato, esponendo l’intera società a un serio rischio di declino e di rottura. Con pesanti ripercussioni anche sul terreno politico: il binomio democrazia liberale ed economia di mercato funziona solo se la mobilità sociale si mantiene vivace. Se le classi dirigenti non perseguono consapevolmente l’utilizzo del sistema pubblico di istruzione come leva per la promozione dei cittadini “governati”, non ci si può stupire se presso questi ultimi avanza un sentimento di preconcetta ostilità verso chi blocca ogni possibilità di ascesa sociale ed economica.

Si impone dunque – per ragioni politiche, sociali ed economiche – un nuovo investimento di risorse e di fiducia collettiva nel sistema pubblico di istruzione. L’obiettivo, oltre all’acquisizione di un sapere tecnico-specialistico, è la valorizzazione ideale e civile della formazione.

 

Meriti ed errori della Buona Scuola: i rischi della controriforma

I governi di centrosinistra hanno perseguito con successo un mutamento di tendenza verso la scuola primaria e secondaria, con l’intervento della Buona Scuola. Almeno sul piano delle risorse dedicate, si è trattato di una vera e propria svolta: la spesa – dopo anni di riduzione costante, meccanicamente determinata dalla riduzione del numero degli alunni – è stata aumentata di quasi 4 miliardi l’anno.

Non altrettanto è stato fatto per l’Università: la spesa dedicata, nel 2017, non ha neppure recuperato i livelli del 2008. E solo per il 2018 si è provveduto ad investire sui dipartimenti di eccellenza: una buona scelta, che sta dando risultati positivi, ma è partita con eccessivo ritardo. Anche nella scuola primaria e secondaria, tuttavia, l’impiego di risorse aggiuntive tanto ingenti non è stato sorretto da un disegno altrettanto significativo di ristrutturazione e riqualificazione dell’attività. Un’assenza che è la principale ragione della incertezza delle forze riformiste – rese timorose dalla reazione conservatrice alle riforme annunciate -, nella gestione della Buona Scuola.

Autonomia degli istituti scolastici, valutazione di tutto e di tutti, alternanza scuola-lavoro (i capisaldi della Buona Scuola), non si sono accompagnati alla piena ed effettiva responsabilizzazione dei dirigenti, all’introduzione di vere e proprie carriere degli insegnanti, alla forte differenziazione dei loro salari in rapporto ai risultati raggiunti, alla esplicita introduzione di dispari opportunità positive a favore degli Istituti e degli alunni delle realtà sociali più difficili.

Il nuovo Governo, che ha espresso l’intenzione di depotenziare (o addirittura abolire) l’alternanza scuola-lavoro, può ora far riprecipitare tutto il processo all’indietro, senza pagare un pesante prezzo nel rapporto con l’opinione pubblica.

La mobilitazione di quella “democrazia organizzata” di cui i riformisti non sono stati capaci nella fase di elaborazione, approvazione e gestione della Buona Scuola, è oggi indispensabile per ottenere non uno sporadico “sussulto “contro la restaurazione in atto, ma l’emergere di una costante iniziativa popolare che costruisca la scuola di domani come agente di formazione dei cittadini e come motore del riattivato ascensore sociale. È questo della scuola uno dei terreni di elezione per la costruzione di un rapporto di cooperazione tra forze politiche riformiste e corpi intermedi, oltre l’indifferenza, gli scontri e i tentativi di lesione della reciproca autonomia di questi ultimi anni.

 

Università, istruzione terziaria e mondo produttivo

Ancora più grande è il ritardo accumulato in tema di Università: in materia di politiche di bilancio, gran parte degli investimenti pubblici aggiuntivi necessari per sorreggere la ricerca “di base” deve trovare nella Università il suo naturale riferimento, sulla scorta di un sistema di valutazione che va affinato continuamente, tenendo conto dei migliori esempi internazionali. Favorendo inoltre un più fluido collegamento e più robuste sinergie con il sistema degli altri centri pubblici di ricerca.

Manca totalmente un canale di istruzione terziaria professionalizzante. È un deficit che non può essere colmato da corsi di laurea organizzati dagli atenei: meglio sarebbe conferire rango universitario agli Istituti Tecnici Superiori, che esistono, ma diplomano meno di 1000 studenti ogni anno.

La costruzione dei corsi “dal basso”, in collaborazione con le aziende, li rende molto efficienti per le lauree professionalizzanti. Su questa base, potranno poi svilupparsi sistemici rapporti tra Università e mondo produttivo, capaci di incrementare il flusso di risorse che partendo dalle imprese raggiunge le Università.

L’accesso alla formazione universitaria e post universitaria, la formazione specialistica possono essere una componente fondamentale di una strategia di riattivazione della mobilità sociale, alla condizione che il mix meriti-bisogni – nel campo della formazione terziaria – spinga a costruire un robusto sistema pubblico di diritto allo studio, caratterizzato da elevata trasparenza e da un sistema di finanziamento che renda evidente l’apertura dell’attuale classe dirigente verso gli outsiders.

In un contesto bloccato come quello italiano, infatti, non è possibile dischiudere spazi senza mettere a rischio i privilegi ereditati. L’autonomia delle singole università e il giusto riconoscimento del ruolo della didattica potranno fare il resto.

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