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di Stefano Ceccanti

 

Gli stralci del libro di Gentiloni che escono oggi sui giornali, al di là delle vicende particolari, spiegano benissimo quello che costituzionalisti e politologi come Leopoldo Elia e Jean-Claude Colliard hanno abbondantemente motivato nei loro saggi: le democrazie parlamentari, anche quelle a base proporzionale, non funzionano per niente bene se non si rispetta la regola aurea dell’unione personale della figura che guida il governo con quella che ha la responsabilità del partito di maggioranza relativa.

Fuori da quella grande regolarità, al di là di chi si trovi a ricoprire i due ruoli, chi guida il Governo finisce per essere percepito come schiacciato sull’establishment, sganciato da una rete di consenso diffuso, e chi guida il partito come soggetto a ricercare scorciatoie di consenso a breve dissociandosi da scelte del Governo magari poco popolari ma necessarie per il Paese.

Sulla base di questa considerazione, che viene abbastanza naturale leggendo gli stralci, si capisce ancor meno quale senso abbia l’appoggio di Gentiloni a Zingaretti, non solo per le evidenti differenze complessive di cultura politica, ma specificamente per l’importanza che Zingaretti attribuisce alla rottura di quella grande regolarità positiva delle democrazie parlamentari e al ritorno a un’anomalia negativa italiana del primo sistema dei partiti.

Un esito, peraltro, del tutto contraddittorio col metodo che si è dato il Pd delle primarie aperte che convocano gli elettori perché non si tratta solo di scegliere un segretario che apre e chiude le riunioni. Peraltro con quella regressione sarebbe anche abusivo il nome stesso di primarie.

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