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Zuckerberg dixit: il web ha bisogno di regole

Carlo Fusaro venerdì 5 aprile 2019
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di Carlo Fusaro

 

Con un’opinione sul Washington Post del 30 marzo Mark Zuckerberg “scopre” che The Internet needs new rules (è il titolo…) e indica quattro aree di intervento.

Soprattutto segnala che sta ai governi darsi da fare, perché non possono essere le aziende, da sole, ad assumersi la responsabilità delle valutazioni che un’iniziativa del genere comporta. Ma guarda!

 

L’appello di Zuckerberg ai governi

Quali sono in campi in cui secondo Zuckerberg si deve agire? Eccoli:

1-come combattere i contenuti suscettibili di far danni;

2-come assicurare la correttezza dei processi elettorali;

3-come tutelare la privacy

4-e, infine, come garantire la “portabilità dei dati”.

Quest’ultima consiste nel diritto di ricevere e gestire (eventualmente chiedendone la cancellazione) i propri dati personali: ed è già prevista nell’Unione europea dall’art. 20 del GDPR: il regolamento generale sulla protezione dei dati n. 2016/679, ora in vigore.

E’ interessante constatare che queste sane intenzioni del fondatore e chief executive di Facebook vengono manifestate, ma è certamente solo una coincidenza, 40 giorni dopo la pubblicazione da parte della Camera dei comuni del Regno Unito del rapporto finale su Disinformation and ‘fake news’ da parte dell’apposita commissione d’indagine guidata dal conservatore Damian Collins.

Sarà anche che la Gran Bretagna è travolta dalla Brexit: questo però non ha impedito la redazione del più formidabile atto d’accusa contro le grandi piattaforme a partire da Facebook che sia dato di leggere, accompagnato da una batteria di proposte che se attuate avrebbero un enorme impatto sulla rete, in particolare per tutto quello che riguarda proprio la delicatissima questione della formazione della pubblica opinione, delle campagne elettorali e più in generale della politica via internet.

 

Il caso Cambridge Analytica

A proposito proprio di Zuckerberg e di Facebook, in quel rapporto si legge fra l’altro: «scegliendo di non presentarsi di fronte alla Commissione e scegliendo di non rispondere a nessuno dei nostri ripetuti inviti, Mark Zuckerberg ha manifestato disprezzo sia verso il Parlamento del Regno Unito sia verso il “Comitato internazionale” composto di membri di nove diversi parlamenti di altrettanti paesi» (Argentina, Belgio, Brasile, Canada, Francia, Irlanda, Lettonia, Singapore, Regno Unito). Non a caso il rapporto dedica pagine e pagine – ovviamente – allo scandalo di Cambridge Analytica (dati personali rubati, relative profilature di elettori per le campagne elettorali USA e Brexit) «agevolato dalle politiche di Facebook» la quale avrebbe ceduto dati per accrescere il proprio fatturato anche pubblicitario: una vera requisitoria («è evidente che Facebook volontariamente e consapevolmente ha violato sia le leggi sulla protezione dei dati personali sia le leggi sulla concorrenza…»).

 

Una disciplina della rete è ormai indispensabile

Considerando dunque il pulpito dal quale giunge ora – in ultimo – la predica (il “manifesto” di Zuckerberg sul Washington Post), ciò che si può e deve dire è che si tratta probabilmente della prova provata, della definitiva ammissione che una disciplina della rete si presenta oggi come assolutamente indispensabile. I tempi in cui prevaleva la tesi (del resto formulata oltre cento anni fa, in un contesto completamente diverso, dal giudice supremo americano Oliver W. Holmes nel 1919) del “libero mercato delle idee” (che appunto come nel libero mercato si confrontano: vinca il migliore!) sono superati: per il semplice motivo che è un “mercato” nel quale non c’è alcuna eguaglianza.

Del resto in questa direzione (di una disciplina di qualche natura) sono già andati, con leggi apposite, la Germania (2017) e la Francia (2018), oltre che il Parlamento europeo, con norme volte a garantire le persone dalla propalazione di informazione false o diffamatorie in rete, o anche per impedire l’illecito trattamento dei dati a fini di campagna elettorale (per ora nelle sole elezioni europee: vista la competenza delle istituzioni dell’Unione).

 

Il ritardo (e il primato negativo) dell’Italia

In Italia, come sappiamo, zero assoluto. Anzi, in più occasioni in sede europea su questioni del genere o limitrofe (vedi la nuova normativa sul diritto d’autore da tutelarsi anche da parte delle grandi piattaforme) i parlamentari riconducibili ai due partiti di maggioranza nazionalpopulista in Italia hanno assunto posizioni contrarie.

Ciò non sorprende.

Perché l’Italia ha il primato triste di essere la prima grande democrazia guidata (anche) da un partito-movimento nato a tavolino e via internet come applicazione delle teorie di un guru della teoria delle reti (Gianroberto Casaleggio) e tuttora controllato (o comunque influenzato in misura determinante) via piattaforma Rousseau, e in assenza di qualsiasi trasparenza, da un privato (il figlio di Gianroberto, Davide, capo della Casaleggio Associati e unico responsabile della fondazione Rousseau).

E perché possiamo al tempo stesso vantarci di avere il politico europeo con il maggior numero di followers (Matteo Salvini).

Successi, quelli del M5S e della Lega, certo fondati sull’elevatissimo (ma pompatissimo, anche da essi stessi) livello di disaffezione verso la politica e i partiti tradizionali di buona parte dei cittadini, ma assicurati grazie all’uso sistematico e professionale di tutto l’armamentario che uno spregiudicato uso di internet mette a disposizione (trattamento dati, profilature, micro-targeting dei messaggi, ricorso a false identità, trolls, bots cioè identità cui non corrispondono persone fisiche ma macchine, algoritmi volti al controllo di qualsiasi movimento dei diversi strati della pubblica opinione…, character assassination nei confronti di avversari politici, e così via).

 

Difendere la democrazia liberale

Tutti coloro cui la democrazia liberale rappresentativa sta a cuore, e il Pd in particolare, dovrebbero fare della disciplina di internet (con particolare riferimento all’informazione, alla politica e alle campagne elettorali: ma non solo, v. sopra) uno dei principali punti programmatici. Partendo magari dalla richiesta insistente di un’apposita commissione parlamentare d’inchiesta.

Sul tema Libertà Eguale non mancherà di far sentire la sua voce. Inoltre, la Fondazione PER – Progresso Europa Riforme lancerà a breve un progetto di ricerca e di formazione sulla misinformation in politics e sulla regolamentazione del web. Nelle prossime settimane ulteriori aggiornamenti.

Già professore ordinario di Diritto elettorale e parlamentare
nell’Università di Firenze e già direttore del Dipartimento di diritto
pubblico. Ha insegnato nell’Università di Pisa ed è stato “visiting
professor” presso le università di Brema, Hiroshima e University College
London. Presidente di Intercultura ONLUS dal 2004 al 2007, trustee di
AFS IP dal 2007 al 2013; presidente della corte costituzionale di San
Marino dal 2014 al 2016; deputato al Parlamento italiano per il Partito
repubblicano (1983-1984).

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