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Caro Letta, l’alleanza europea contro i populisti è necessaria

Alberto Colombelli mercoledì 2 gennaio 2019
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di Alberto Colombelli

 

Nel confronto in corso all’interno al principale partito del centrosinistra c’è chi ha trovato posizione ancor prima che si presentassero bozze di mozioni e chi invece anche dopo la loro presentazione ancora non riesce a trovare una propria collocazione. E nei confronti interni, più trascorrono i giorni più a questi ultimi capita sentirsi dire che non ci si può nascondere dietro un “comodo” Aventino.

 

Allargare il campo dei progressisti europei

Di fronte a questo mi sento il dovere di rivendicare che se proprio si vuole parlare di Aventino, dal mio personale punto vista, quello è stato di chi dal 5 marzo ad oggi ha pensato a curare esasperati posizionamenti tattici portandoci a un congresso ancora oggi senza un vero dibattito sui temi e sul perché stare insieme. 

Non di certo lo è stato di chi invece sin dal giorno dopo le elezioni che hanno consacrato il vero crollo di un intero sistema politico ha provato con determinazione e perseveranza ad elaborare e proporre una visione alternativa all’egemonia politica e culturale dei sovranisti e populisti. Facendolo da subito con una concreta proposta di allargare il campo, ci tengo a sottolineare con il Partito Democratico protagonista, a tutti i progressisti, riformisti e europeisti dell’Unione europea – da Macron all’Alde, da Ciudadanos ai Verdi tedeschi, dal PSE a Tsipras – per fronteggiare una vera emergenza democratica, vero fondamentale motivo oggi per stare insieme, difendendo strenuamente democrazia liberale e stato di diritto oggi sotto attacco come non mai. 

 

La difesa della casa comune europea

Proposta alla quale di fatto non è stato riservato ancora alcun vero spazio nel dibattito interno. Con il risultato che oggi tranquillamente e diffusamente si sente addirittura dire che di alleanze transnazionali si potrà senz’altro parlare ma solo dopo le elezioni europee, come se di fatto quelle fossero già date per perse. 

Ottimo risultato, così si sarebbe davvero responsabili di aver contribuito a cambiare la Storia, quella con la S maiuscola, ma nel senso contrario ai motivi del nostro impegno, lasciando campo aperto in Europa a chi ha costruito il proprio consenso sulla assoluta e scientifica negazione di tutti i nostri ideali e i nostri valori. Perché se così davvero definitivamente fosse, averlo accettato passivamente dando priorità in una fase storica così critica come quella attuale a pure questioni di gestione esclusivamente interne, di fatto rinunciando a lottare davvero fino alla fine per l’obiettivo primario della nostra era e della nostra generazione quale è la difesa della casa comune europea, sarebbe una responsabilità talmente grande che ancora fatico a considerare che questa classe dirigente possa aver consciamente davvero deciso di assumersi.

Ancor più grave se si considera che la nuova alleanza per il progresso e per l’Europa era ed è proposta offerta più che concreta, con solide relazioni a livello europeo costruite nel tempo – consolidate da stretti rapporti sempre più rafforzati da ricorrenti dedicati incontri ai massimi livelli – messe a disposizione del Partito Democratico sin dal 5 marzo per riproporlo da subito come protagonista in Europa nonostante la sconfitta nazionale da cui era indiscutibilmente reduce.

 

Serve strutturare un comune campo progressista europeo

Così in tutti questi mesi mentre c’era chi si dedicava a cercare di costruire concretamente questo progetto transnazionale, da altri sono venute (e continuano a venire) invece dichiarazioni di sua generica condivisione senza concreto seguito alcuno, anzi con seguito addirittura opposto. Lo ribadisco dopo già averlo espresso nel mio precedente ultimo articolo per Libertà Eguale dell’11 dicembre scorso (dal titolo “Gilet gialli, emergenza democratica in Europa”), che qui vista la sua importanza sul tema ci tengo a citare testualmente:

“Sicuramente la responsabilità non può essere attribuita a chi sin dal 5 marzo, all’indomani dell’esito delle ultime elezioni politiche, ha posto l’accento sul rischio drammaticamente ora evidente di tenuta dell’intero progetto europeo proponendo da subito la definizione di una nuova alleanza transnazionale per il progresso e per l’Europa da perfezionare – tengo a sottolineare con il Partito Democratico protagonista – tra tutti i riformisti, europeisti e progressisti dell’Unione europea, da Macron all’Alde, da Ciudadanos ai Verdi tedeschi, dal PSE a Tsipras.

Negli ultimi mesi si sono sentite sempre più voci, inizialmente anche molto critiche, convergere poi progressivamente su questa proposta, compresa a settembre quella dell’ultimo Segretario nazionale del Partito Democratico nel corso di un incontro a Salisburgo tra i leader dei partiti nazionali federati nel PSE, salvo poi non dare corso ad alcuna azione concreta in tale direzione ed anzi premurandosi di sostenere l’affrettato annuncio della candidatura di Frans Timmermans come spitzenkandidat alla carica di Presidente della Commissione europea del solo PSE. 

Così mentre il fronte sovranista europeo appare già assolutamente ed inequivocabilmente strutturato ed organizzato, ci ritroviamo invece un campo progressista sempre più disarticolato e frammentato, con ormai anche le sue componenti più virtuose esposte ad un’azione sistematica e determinata di profonda destabilizzazione che non possono che provare a fronteggiare da sole senza poter contare su alcun potenziale alleato ancora perso in sue improduttive alchimie tattiche. E se questo accade anche nei paesi che dispongono di sistemi istituzionali che più garantiscono tutela della governabilità, l’evidenza della gravità della situazione è assoluta.” 

 

Enrico Letta e l’errore su Macron

Come se ancora non bastasse, ora poi arriva anche l’opinione espressa da Enrico Letta, come ci sottolinea lui stesso riportata in un articolo de “The Financial Times” del 28 dicembre scorso dal titolo “Macron v Salvini: the battle over Europe’s political future”.

Dice al proposito in un suo post il già Presidente del Consiglio: 

“Sbagliato nella EU creare un fronte europeista contro i populisti. Hanno bisogno di nemici per essere uniti. Solo così coprono le divisioni. Ne parlo al Financial Times.”

Bene, le opinioni sono tutte legittime. Ma chiariamo subito un punto.

Questo articolo de “The Financial Times” e l’altro analogo sempre nella stessa data de “The Guardian” sono costruiti sulla tesi che Emmanuel Macron si sia candidato come leader degli europeisti. In realtà è l’esatto contrario. Il rischio che viene solo ora qui evidenziato lo avevamo assolutamente considerato già il 15 giugno in un incontro a Roma tra chi qui stava lavorando a questo innovativo progetto europeista e Christophe Castaner, attuale Ministro degli Interni francese e allora Delegato Generale di En Marche. En Marche non voleva, e noi lo avevamo condiviso, che Macron diventasse il frontman di questa nuova alleanza per il progresso e per l’Europa. Proprio anche per questo il campo doveva essere immediatamente allargato senza esitazioni o remore. 

La realtà è stata ben altra, la conosciamo, e ora avendolo davvero lasciato isolato è, proprio come avevamo ampiamente previsto, divenuto inevitabilmente lui il comodo e cercato nemico dichiarato del fronte sovranista. Nemico che viene comunque presentato dal fronte avverso come rappresentante di uno schieramento che nemmeno si è riusciti a costituire. Motivo in più per rilanciare oggi più che mai la nostra proposta, così ancora più attuale e necessaria. Perché se il nemico è stato comunque strumentalmente individuato dal fronte a noi avverso, meglio e anzi opportuno che la nostra controffensiva sia a maggior ragione e senza ombra di dubbio condotta e organizzata insieme, e non da singole inermi forze tra loro isolate.

 

Il rischio di isolare Macron

E ancora, adesso si dice anche che oggi stare con Macron non è facile. Certo, ma anche qui proprio perché sempre noi, inteso il nostro campo, abbiamo deciso di lasciarlo isolato. Perché anche dal nostro interno sono giunte in questi mesi spesso critiche e messe in discussione al suo operato, confondendo chi fossero i veri nemici dell’Europa. Solo che con lui a fondo, affonda tutta l’Europa.

Quindi, anche su questo, se si fosse presa per tempo una condivisa direzione chiara e decisa oggi sarebbe sicuramente una Storia diversa. 

Ci abbiamo davvero provato a favorire e promuovere questa nuova alleanza per il progresso e per l’Europa. Lo abbiamo fatto con determinazione, sostanza e concretezza cercando di metterla a disposizione quale patrimonio comune di cui beneficiare in una missione collettiva che fosse davvero all’altezza della sfida che siamo chiamati a perseguire.

Per tutto questo oggi, per chi ha creduto e ancora fermamente crede di poter così offrire necessaria continuità e futuro al sogno dei Padri fondatori dell’Europa, dedicando ogni energia senza esitazione in questo progetto di allargamento progressista e riformista transnazionale, il dover scegliere tra chi invece si è permesso di prendersi tutto questo tempo decidendo al contrario di dare priorità alla cura di esasperati tatticismi interni davvero di difficile condivisione risulta perlomeno estremamente disturbante.

 

Un’emergenza democratica

Sono state messe in campo visione e concretezza. Partendo come sempre e in ogni ambito dal “perché”, che in politica significa perché impegnarsi. E considerando sempre il contesto, che qui ci richiede innanzitutto di difendere e rilanciare il progetto europeo di fronte ad un’emergenza democratica senza precedenti che non ammette rinvii e che non può che essere affrontata oggi  quale vera assoluta priorità. Perché in questo nostro tempo inquieto e di difficile interpretazione questa è la sola certezza, che la Storia ci chiama ad affrontare insieme. Con una scadenza, che è e resta il 26 maggio 2019, data delle prossime elezioni europee.

Lo abbiamo detto dal 5 marzo 2018. E la mancata concretezza e disponibilità ad affrontare davvero la questione sin da allora e fino ad ora da parte di chi oggi si propone come leader e non ha avuto la visione per coglierla in tempo appare grave. Perché vi possano rimediare serve perlomeno che ora questi perlomeno dimostrino che la partita europea la considerano ancora aperta. 

Serve che lo facciano da subito, dimostrando davvero di volerla ancora giocare allargando subito il campo e non rimandando tutto a dopo le elezioni europee, abdicando preventivamente per difendere soltanto un potere locale nella sostanza al momento solo autoreferenziale. 

Serve che lo facciano senza esitazioni e con finalmente una nuova visione, non legata a logiche tradizionali ormai anacronistiche. Questa è la mia personale condizione. Quella che mi possa offrire un’ultima minima possibilità di scelta. Perché sia chiaro, la partita europea va giocata fino in fondo. Con, sempre opinione strettamente personale, una sola possibilità. Quella alleanza. Che in un modo o in un altro andrà comunque fatta. 

Ne va del nostro futuro di democrazia, di libertà e di pace.

Consulente d’impresa, esperto in Corporate Banking. Già delegato dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, è attivo nell’Associazione europeista Freedem e nell’Associazione InNova Bergamo. Ha contribuito al progetto transnazionale di candidatura UNESCO delle ‘Opere di difesa veneziane tra il XV e il XVII secolo’. Diplomato ISPI in Affari europei. Componente del Comitato scientifico di Libertà Eguale. E’ impegnato nella costruzione di una proposta di alleanza tra tutti gli europeisti riformatori.

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