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D’Alema, la tragedia si ripete come farsa

Umberto Minopoli mercoledì 19 dicembre 2018
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di Umberto Minopoli

 

Zingaretti smentisce. Ma che cosa smentisce? Ormai è chiaro. Per lui fa il tifo l’area che, prima con l’opposizione interna al partito, trasformata subito in opposizione al governo Renzi (e poi a quello Gentiloni), poi con la contrapposizione al governo e al Pd, addirittura su un tema strategico come il referendum costituzionale, poi con una scissione e, infine, con una lista in competizione col Pd, si è contrapposta e ha contribuito, alle elezioni politiche, alla sconfitta del Pd.

D’Alema è stato l’ispiratore e il leader, con l’aggiunta di una velenosità suppletiva, di questa condotta scellerata. Ora D’Alema interpreta – che meschinità – la fine della leadership di Renzi come il solo vero obiettivo di tanto sconquasso. E l’avvento di Zingaretti segretario come la rimozione dell’ostacolo unico alla ripresa del loro rapporto con il Pd. Ha fatto una scissione e contribuito (nel suo piccolissimo) a consegnare l’Italia agli sfascisti populisti in odio ad una persona. Così. E Zingaretti lo consente. Molto piccolo anche lui.

Questo modo di porre il problema del rapporto tra il Pd e gli ex scissionisti è poco degno, impolitico e, abbastanza squallido. Sia da parte degli ex scissionisti che da parte del Pd. Zingaretti e D’Alema (tornato il king maker della sinistra a sinistra del Pd) stanno dando al tema della “riunificazione” (sic) una colorazione, insopportabilmente burocratica. Per vari motivi.

E’, anzitutto, perseguita in modo criptico, spudorato, sottobanco, carbonaro. Perché umiliante per il Pd. E’ motivata con l’allontanamento di una persona che era il leader del partito. Non è, da parte di Zingaretti, un bel biglietto da visita.

Ma poi: è un’operazione supponente, prepotente, persino eticamente scorretta. A D’Alema si consente (nessuno del Pd, presente al convegno reducista di Italiani Europei, ha sentito la dignità di dirlo) di ipotizzare il ritorno nel Pd senza accompagnarlo ad uno straccio di bilancio della sua condotta e di autocritica per i suoi esiti e per il fallimento totale della sua scissione. Il 3,2% della loro avventura (oggi pare, nei sondaggi, l’1,2) passa in giudicato. Si stende sul fallimento di D’Alema e compagni un indecoroso silenzio.

La sconfitta di Renzi che – si dimentica sempre – col 18,5 % (e col 22% della coalizione del centrosinistra senza LeU) lascia, comunque, il Pd secondo partito e perno di ogni alternativa. Cosa ha lasciato, invece, D’Alema con la sue scissione? Una area di reduci in disarmo. A sinistra del Pd non c’è traccia di alcunché di produttivo, popolare, utile, importante, significativo. Solo una piccola somma di casi individuali e piccoli gruppi. Incattiviti, frantumati, divisi pure tra loro. Una deriva. Di cui a D’Alema e agli ex di LeU, non si chiede conto.

Né D’Alema sente il bisogno, direi persino morale, di un minimo di umiltà, di riconoscere l’azzardo della scissione e i risultati nulli del suo bilancio. La tragedia si è ripetuta come farsa. Altre volte, D’Alema lo sa (ce lo insegnavano alle Frattocchie) le scissioni nel movimento operaio hanno avuto esiti tragici. Stavolta ha contribuito “solo” all’avvento dei populisti.

Infine. Il Pd si potrebbe riunificare oggi, secondo D’Alema e Zingaretti, solo perché non c’è più il Mostro. Fine. Basta questo.

Nessuna autocritica di D’Alema. Nessuna riflessione strategica. L’ennesimo fallimento (ve ne sono altri) delle tante e ricorrenti “manovre” di D’Alema viene rubricato con un colpo di spugna.

Ci sono tante cose per cui mettere il Pd nelle mani di Zingaretti è una scelleratezza. Ma la mancanza di dignità, amor proprio e spina dorsale verso il piccolo e insignificante esercito in rotta della sinistra sinistra guidata dal comandante D’Alema, a cui si consente di dare ancora lezioni senza un qualche prezzo da pagare, supera ogni soglia di sopportabilità. Persino tra gli ex LeU sarebbe il caso che qualcuno aprisse gli occhi, avvertisse l’esigenza di maggiore decenza e pensionasse, finalmente, il generale D’Alema.

Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare. Ha lavorato nel Gruppo Finmeccanica e in Ansaldo nucleare. Capo della Segreteria Tecnica del Ministro delle Attività Produttive tra il 1996 e il 1999. Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dei Trasporti dal 1999 al 2001. Consigliere del Ministro dello Sviluppo Economico per le politiche industriali tra il 2006 e il 2009.

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