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Genova smarrita: il centrodestra alla prova

Francesco Gastaldi domenica 19 Agosto 2018
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di Francesco Gastaldi

 

Qualcuno l’ha definito l’11 settembre genovese, altri hanno parlato di conseguenze pari a 10 alluvioni come quelle che ciclicamente hanno colpito Genova.

 

La tragedia del ponte Morandi

La tragedia conseguente al crollo della terza pila del ponte Morandi sulla valle del Polcevera e la paralisi dell’autostrada di attraversamento lungo la direttrice levante-ponente interroga profondamente la città. Oltre a piangere le vittime, l’impatto socio-economico sarà potenzialmente disastroso per l’intero sistema portuale. I costi sociali e collettivi si preannunciano rilevanti per l’aumento dei tempi di percorrenza casa-lavoro verso il centro, per il maggior traffico e inquinamento previsto sulle strade urbane, per il sovrapporsi di diverse tipologie di traffico in un ambito territoriale molto ristretto. Sulla riorganizzazione del sistema viabilistico in attesa di decisioni sulle grandi opere (ripristino del ponte esistente? nuova gronda autostradale?) si gioca il futuro della città. Pensiamo agli effetti di immagine, agli effetti sul turismo, alle decisioni di possibili investimenti da parte di aziende, è abbastanza noto che per i territori che subiscono eventi naturali calamitosi (es. terremoti) o eventi accidentali come questo, i danni possono essere molto duraturi nel tempo poiché cambia la percezione che turisti, visitatori e investitori hanno. Il tutto in una città non del tutto fuoriuscita dalla crisi post industriale che l’ha attraversata a partire dagli ultimi due decenni del Novecento.

 

Un simbolo di Genova

Il “Ponte Morandi” è stato per molti anni considerato un simbolo dello sviluppo e del boom economico degli anni Sessanta, emblema di modernità e di istituzioni efficaci, capaci di progettare il futuro e di realizzare opere in tempi prestabiliti. Un simbolo per la città di Genova, ma anche per l’intero paese, un vanto delle tecniche costruttive innovative a servizio del “progresso”. Per le infrastrutture la prima metà del decennio degli anni Sessanta si contraddistingue per una vera e propria euforia progettuale, i giornali cittadini sono pieni di immagini che documentano la costruzione di nuovi ponti e nuove autostrade che costituiranno un importante volano per la diffusione del turismo di massa. Nell’immaginario collettivo il Morandi è anche il ponte delle vacanze al mare, percorso dai milanesi e lombardi per recarsi nelle località balneari della riviera ligure di Ponente, per i liguri un trait d’union fra le due riviere.

Non so se si potesse definirlo bello, ma era ormai familiare, dopo l’inaugurazione della strada Sopraelevata nel 1965, un’altra grande opera infrastrutturale viene inaugurata a Genova nel 1967 ed è considerata un simbolo dell’intervento statale per la città capitale delle Partecipazioni Statali. Poi venne la crisi degli anni Ottanta e il ponte Morandi faceva vedere tutta la val Polcevera dall’alto, la trasformazione della zona di Cornigliano, la nascita del centro commerciale della Fiumara al posto dell’elettromeccanico Ansaldo, l’addio all’Italsider di Campi e uno dei primi insediamenti IKEA nel nostro Paese.

 

Le responsabilità della politica locale

A Genova si sono precipitati numerosi ministri del governo Gialloverde (il premier Conte, i vice Di Maio e Salvini, il ministro Toninelli), fra dichiarazioni confuse sulle concessioni autostradali e proclami che parevano più post di Facebook che autorevoli dichiarazioni delle principali cariche dello Stato, la vera partita politica sembra però giocarsi a livello locale.

Il governatore regionale Giovanni Toti punta al bis nel 2020, il sindaco Marco Bucci è in carica da un anno, entrambi sono sostenuti da giunte di centrodestra “tradizionale” (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, centristi e civici). Entrambi dovranno dimostrare misure concrete ed efficaci per fronteggiare l’evento emergenziale che si è verificato, fino ad ora avevano condotto Regione e Comune senza grossi scossoni e con ordinaria amministrazione nelle decisioni nelle scelte di politiche pubbliche.

Le alluvioni del 2011 e 2014 avevano logorato la classe dirigente del centrosinistra: la ex sindaco Marta Vincenzi attanagliata da allora da complesse vicende giudiziarie e successivamente la candidata alla presidenza della regione Raffaella Paita del PD.

Ora tocca al centrodestra “organico” ligure saper dimostrare una capacità di gestione straordinaria e una volontà politica e istituzionale di ammodernamento, potenziamento e adeguamento delle reti infrastrutturali. L’autunno sarà probabilmente “caldo”, con l’inizio delle attività scolastiche il sistema della mobilità risentirà degli effetti dovuti ai problemi di attraversamento causati dal crollo del ponte Morandi, ma altri nodi (TPL, gestione rifiuti, nuovi insediamenti produttivi, portualità) richiederanno scelte non facili.

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2 Commenti

  1. Mario Rodriguez domenica 19 Agosto 2018

    Ok, ottima descrizione della complessità. Ma forse è giunto il momento per la sinistra di prendere posizione sulle scelte da fare in termini di opere e qualità dello sviluppo che si prevede per Genova. Se no la sinistra sarà sempre quella che arriva dopo e tardi con uno strascico di divisioni che indeboliscono la capacità di attrarre consenso.

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  2. Francesco Gastaldi martedì 21 Agosto 2018

    D’accordo e paghiamo lo scotto di decenni di ritardi

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