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Green e digitale per curare le ferite dell’economia

Amedeo Lepore martedì 28 Luglio 2020
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di Amedeo Lepore

 

L’impatto del Covid-19 sull’economia sta delineando una nuova transizione, che si allinea con quella della rivoluzione tecnologica in atto e ridefinisce la trama delle prospettive globali. Infatti, questa crisi, più di ogni altro evento analogo, sta mostrando come il mondo debba affrontare una variabile antica, l’incertezza, che, tuttavia, assume un inedito carattere sistemico.

Secondo quanto scrive Barry Eichengreen su Project Syndicate, non solo potrebbero comparire altri virus pericolosi, ma “molti effetti della pandemia sulle nostre economie e società saranno persistenti, persino permanenti”.

Òscar Jordà, Sanjay Singh e Alan Taylor, con uno studio dal titolo “I lunghi postumi economici delle pandemie”, hanno evidenziato che la ricaduta del Covid-19 sull’attività degli ultimi mesi “è solo l’inizio della storia”, perché, mentre il tracollo senza precedenti della produzione, degli scambi e dell’occupazione, al diminuire del morbo, lascia posto a una progressiva inversione di marcia, i dati del passato rivelano che “gli effetti a lungo termine potrebbero persistere per una o più generazioni”.

Questo significa non solo riattivare il confronto sulle modalità della ripresa – a forma di V, di U o di L, a seconda della durata della calamità e della gravità delle sue conseguenze – ma avviare una riflessione sulla realtà del fragile futuro modellato dal coronavirus e sulla portata dei rimedi necessari.

Intanto, in questi giorni, si sono moltiplicate le analisi degli istituti di ricerca sui risultati del terzo trimestre di quest’anno, prima della difficile fase autunnale. The Economist Intelligence Unit, nel suo ultimo rapporto, prevede che la maggior parte delle economie inizierà a risalire tra luglio e settembre, anche con tassi a due cifre, che, però, non avranno grande rilievo, considerato il duro shock subito nella prima metà dell’anno e la permanenza della produzione a livelli molto bassi, equivalenti – per i Paesi del G7 – all’incirca a quelli registrati nella stessa stagione del 2016, con l’annullamento di quattro anni di crescita.

Inoltre, la ripresa sarà differenziata, con la Germania che potrebbe tornare ai valori del PIL pre-virus entro la fine del 2022. La Francia si dovrebbe riassestare nel corso dello stesso periodo, pur mantenendo un’elevata disoccupazione, mentre la Gran Bretagna, anche a causa della Brexit, rimonterebbe la china solo nel 2023. L’Italia rappresenta un caso particolare, visto che nei mesi estivi la produzione si fermerebbe al livello del 1997 e l’aggancio ai valori del PIL anteriori all’epidemia avverrebbe solo nel 2024. Il sentiero che conduce dall’attuale congiuntura a un arco di tempo più esteso è stretto e privo di scorciatoie.

Kristalina Georgieva, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, commentando l’iniziativa di molti Governi e del G20, che ha innescato misure fiscali dell’entità di 11 trilioni di dollari per il rilancio dell’economia, ha sottolineato come questo nuovo stadio della crisi, segnato da “una ferita permanente all’economia”, richieda “ulteriore agilità politica e azioni per garantire una ripresa duratura e condivisa”. Il mese scorso l’FMI aveva indicato una contrazione della crescita mondiale del -4,9% e una riduzione ancor più pesante del PIL, pari al -9,3%, nell’Unione Europea (con un rimbalzo del +5,7% nel 2021).

A questi dati va aggiunto che in diversi Paesi, a marzo e aprile, sono stati persi più posti di lavoro di quelli creati dalla fine della crisi finanziaria globale. Anche sul versante dell’occupazione, quindi, si verificano condizioni inusitate. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro avverte che ben oltre un miliardo e mezzo di lavoratori dell’economia informale rischia una perdita secca dei mezzi di sussistenza. Il recente outlook sull’occupazione dell’OCSE segnala che l’impatto della pandemia sul lavoro è stato dieci volte più intenso di quello della crisi finanziaria, prevedendo che, alla fine del 2020, la disoccupazione raggiunga il 10% circa nei Paesi avanzati, con alcuni territori più colpiti di altri, senza alcuna rimonta prima del 2021. In questo quadro complesso, si inserisce l’accordo sul Fondo per la ripresa, che costituisce un momento storico per l’Europa e alimenta le motivazioni per fronteggiare l’indeterminatezza del futuro.

Naturalmente, soprattutto in Italia, non basta far affidamento su una copiosa dotazione di risorse, che – è giusto ricordarlo – non sono regalate, ma rappresentano il frutto di uno straordinario impegno comune, richiedono comportamenti coerenti di riforma e devono essere spese con oculatezza, puntando su investimenti e lavoro. Di fronte alle novità europee, vi sono varie ragioni per un recupero di fiducia, che può avvalorare un cambio di modello economico, fondato sull’economia verde e sull’innovazione digitale. Il tempo della corrispondenza tra i programmi e i fatti è questo.

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