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I tre problemi che affliggono l’università

Beatrice Luceri sabato 19 gennaio 2019
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di Beatrice Luceri

 

Alcune riflessioni in riferimento al Punto 9-Università delle 11 tesi di Libertà Eguale.

Tra i problemi che affliggono l’università, tre spiccano per l’impatto che producono – al presente e ancora di più in prospettiva – sulla struttura, la qualità dell’insegnamento, la capacità di fornire adeguata formazione ai giovani e la sopravvivenza stessa.

 

1.

Il primo problema, e il più ovvio, è la scarsità di fondi, determinato da un FFO in continua diminuzione. La soluzione, realisticamente, non può essere l’aumento dei finanziamenti.

A maggior ragione ci sono storture da correggere.  

Le università sono troppe: 93 province e 67 Università statali, 31 Università non statali, 3 università per stranieri, 11 Università Telematiche per un totale di 112 Atenei.

Il sistema di ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) è basato sulla capacità attrattiva di domanda di formazione (semplificando: sul numero di studenti) e sulla qualità della ricerca (si potrebbe discutere sui criteri di valutazione): l’effetto del sistema è di mettere in competizione gli Atenei tra loro. 

Ma le condizioni di base non sono uguali per tutti: gli enti pubblici non possono manovrare liberamente le proprie leve né nell’ambito della competizione tra loro, né tantomeno rispetto alle università private (assunzioni con concorsi pubblici del personale docente e non; limiti AGCOM per spesa in pubblicità; limiti alla modulazione dei costi di iscrizione).

L’effetto combinato della sovrabbondanza di offerta universitaria e dello squilibrio nelle condizioni competitive porterà inevitabilmente, e nel volgere di non molti anni, alla crisi e alla chiusura di molte realtà, soprattutto pubbliche. Già oggi sono numerosi i corsi di laurea, in Italia, con troppo pochi iscritti per giustificarne l’esistenza e, soprattutto, sostenerne in modo significativo i costi economici.   

Lasciare che tali distorsioni producano “naturalmente” i loro effetti avrà conseguenze molto pesanti per i territori colpiti, sia in termini di occupazione immediata, sia di servizio e opportunità per i giovani (in sintesi, di possibilità di sviluppo).

Non ha senso rassegnarsi allo strangolamento di realtà importanti per mancanza progressiva di risorse: occorre ripensare il modello pubblico, in particolare favorendo aggregazioni e federazioni, con l’obiettivo duplice e possibile di ridurre e ottimizzare le spese e al contempo innalzare la qualità dell’offerta.

 

2.

Il secondo problema costituisce un’ipoteca sulle prospettive e la qualità del corpo insegnante del prossimo futuro: l’università ha perso capacità attrattiva nei confronti dei nuovi ricercatori, i professori di domani.

Il ruolo di ricercatore oggi, dopo l’ultima riforma, è coperto con contratti di lavoro a tempo determinato. L’aspirante professore è chiamato a un percorso a ostacoli, fatto di concorsi e, soprattutto, di disponibilità di fondi da parte degli Atenei per bandire i posti. Dopo un massimo di otto anni, rischia di trovarsi fuori definitivamente, anche senza demerito.

In sostanza, si sono creati dei precari di lusso (ove lusso si intenda rigorosamente non in senso economico, ma solo di “prestigio” intellettuale). Molti dei giovani migliori, incerto per incerto, preferiscono investire le loro speranze in altre carriere, percepite come meno aleatorie, meno legate a eventi imponderabili, e dove ritengono di poter far valere meglio i loro meriti.

La situazione rischia di allontanare i talenti, e penalizzare nel medio lungo periodo la qualità del corpo insegnante.

Occorrono con urgenza dei correttivi, in grado di offrire ai ricercatori delle prospettive di carriera ragionevoli: in mancanza si prospetta una fuga di cervelli “giovani” (i più preziosi) e un inevitabile declino dell’università italiana nel suo complesso.

 

3. 

Il terzo problema, purtroppo, è la scarsa adeguatezza della formazione universitaria alle esigenze della società.

Si lamenta, da più parti, la preparazione troppo teorica e poco tarata sul mondo del lavoro dei nostri laureati. 

È una critica fondata, anche se non coglie l’importanza delle basi teoriche per lo sviluppo di professionalità evolute. Gli Atenei italiani, quando fanno bene il loro lavoro, puntano a dotare i giovani di strumenti di analisi e critica, più che di competenze tecniche immediatamente spendibili. A dare cioè la capacità di crescere e aggiornarsi costantemente, di migliorarsi e contribuire al miglioramento della società.

Ciò non toglie che un maggior collegamento con il mondo del lavoro e la società nel suo insieme sia auspicabile. Basterebbe probabilmente rivedere le rivedere le schede uniche annuali dei corsi di laurea (SUA) elaborate dal MIUR e che non vengono aggiornate con la dovuta tempestività rispetto ad un mondo in veloce cambiamento. Oggi, appaiono troppo rigide e tese a proteggere le discipline di base rispetto a quelle professionalizzanti. Sarebbe necessario rivedere la filosofia alla base dei percorsi formativi rendendole più elastiche e meno burocratiche.

 

Un problema parallelo, ma non coincidente, riguarda i tecnici specializzati. 

L’industria lamenta la carenza di diplomati con competenze tecniche già formate al momento dell’inserimento in azienda. Esiste un canale di istruzione terziaria professionalizzante post-diploma che si articola in corsi di formazione, corsi di alta formazione e corsi presso gli Istituti Tecnici Superiori con una durata compresa tra le 1200 e le 2400 ore.

Sono questi ultimi, in particolare, a formare i tecnici specializzati che il mercato del lavoro richiede per coprire i fabbisogni in materia di tecnologia innovative, mobilità sostenibile, efficienza energetica, e tecnologie della informazione e della comunicazione. Non si vede in che modo la situazione potrebbe migliorare conferendo rango universitario agli Istituti Tecnici Superiori. Non è certo un’etichetta, più o meno coerente alla realtà, a cambiare i fatti.

Piuttosto sarebbe opportuno ripensare: a) l’organizzazione dei saperi per assicurare un posizionamento distintivo rispetto ai licei; b) l’orientamento dei futuri diplomandi per aiutarli a compiere scelte maggiormente consapevoli e in linea con la propria vocazione professionale. Il combinato di queste due azioni dovrebbe portare a riequilibrare domanda ed offerta di competenze tecniche specializzate senza aggiungere ulteriori, inutili se non dannosi, livelli di istruzione universitaria.

Professore Ordinario di Marketing, Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali, Università degli Studi di Parma

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