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Il ruolo e il futuro della sinistra riformista in Italia e in Europa

Enrico Morando mercoledì 18 aprile 2018
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di Enrico Morando

 

Secondo alcuni lo scontro politico – ma anche culturale, sociale e civile – non sarebbe più organizzato lungo l’asse destra-sinistra, ma lungo l’asse apertura-chiusura. Sul piano economico: liberalizzazione della circolazione di merci, persone e capitali contro chiusura protezionistica. Sul terreno dell’identità: mondialismo contro nazionalismo. Sul piano culturale: multiculturalismo contro identità tradizionali. Infine, sul futuro della Unione Europea: più integrazione versus rinazionalizzazione (compreso il recupero di sovranità monetaria).

 

Destra-sinistra o chiusura-apertura?

I sostenitori di questa posizione hanno frecce al loro arco – la dialettica degli opposti “chiusura contro apertura” spiega molto di quello che accade in Italia, in Europa e nel mondo -, ma non hanno ragione. Perché – al di là delle indagini di opinione che non fanno altro che registrare il “rumore di fondo” creato da un coro di voci tanto ripetute quanto non ben fondate – permane un’esigenza di “distinzione” anche tra i sostenitori dell’apertura e tra quelli della chiusura. E questa esigenza di distinzione ha le sue radici culturali e può trovare una risposta in principi, valori e interessi sociali che si iscrivono nella contrapposizione tra destra e sinistra. Sia pure radicalmente reinterpretata alla luce della realtà mutata.

Non sembri una precisazione fine a se stessa. Essa ha immediate ricadute di tipo politico. Una, ad esempio: se si sostiene la posizione che io sostengo, allora – sia pure passando attraverso una profonda ristrutturazione e radicali innovazioni di visione, di programma e di leadership; e attraverso un grande sforzo di apertura verso forze politiche, sociali e culturali diverse da quelle che si riconoscono nei partiti socialdemocratici esistenti – si investe sul PD in Italia e sul PSE in Europa.

Non si abbandonano al loro destino e l’uno e l’altro, per cercare la via della fondazione di un soggetto politico del tutto nuovo, à la Macron. Si costruisce un campo di forze di cui en Marche! fa parte, magari a partire dalle prossime elezioni europee.

In conclusione, su questo primo punto: ha un senso parlare di sinistra e di sinistra riformista, perché c’è una interpretazione di sinistra anche del nuovo conflitto apertura-chiusura.

 

La crisi della sinistra europea

Dopo il voto in Italia, cade anche l’ultimo baluardo (siamo stati illusi che fosse tale dal voto del 2014): tutti i grandi partiti di sinistra di governo, in Occidente, hanno subìto e stanno subendo sconfitte sanguinose. Solo nel ’17, i partiti socialdemocratici sono crollati a percentuali ad una sola cifra in Francia, in Olanda e nella Repubblica Ceca. Oggi, in UE, ci sono 5 partiti di sinistra al governo. Nel 2000 erano 15.

A fronte di queste sconfitte, si afferma una destra estremista e populista – al di là delle denominazioni –, non contrastata dalla destra liberale, che peraltro perde voti, ma meno della sinistra di governo.

Da dove nasce questa sconfitta, che a sua volta alimenta lo scoramento, la convinzione che la sinistra non sia più in grado di svolgere la sua funzione? Ci sono risposte che isolano fattori specifici, che non sono da sottovalutare affatto. Ma, in questa sede – una discussione sul futuro della sinistra riformista in Italia e in Europa – è ai fattori di tipo più profondo e generale che dobbiamo guardare.

 

Il successo delle socialdemocrazie del Novecento

Per capire la crisi di funzione (alla base della crisi di consenso) della sinistra di oggi, dobbiamo guardare ai fattori di successo della sinistra del Novecento, specie quella dei “trenta gloriosi” post seconda guerra mondiale. Cosa hanno fatto i socialdemocratici – comunque denominati – in quella fase? Prem Shankar, ne “Il caos prossimo venturo”, ha risposto che essi – con la lotta politica e l’azione di governo, con le lotte sociali, con l’organizzazione di nuove istituzioni economiche e di solidarietà – hanno fornito un contesto ordinato al tumultuoso sviluppo del capitalismo. Non ne hanno ucciso il dinamismo; lo hanno imbrigliato dentro un contesto, dentro una organizzazione che ha drasticamente ridotto le gigantesche sofferenze sociali create dalla “distruzione creatrice” capitalista. Ne è venuta fuori l’età dell’oro: crescita economica tumultuosa; drastica riduzione della disuguaglianza; miglioramento della qualità sociale.

A che dimensione si “organizzarono”, i socialdemocratici, per svolgere questa funzione? Contraddicendo clamorosamente Marx, alla dimensione dello stato nazionale. Perché? Perché il processo produttivo, le imprese, erano raggruppate a dimensione nazionale. Quando la rivoluzione tecnologica crea le basi della globalizzazione, la sinistra di governo entra in crisi: a- un po’, per ragioni soggettive. Tende a vedere in primo piano gli effetti positivi della globalizzazione (più di un miliardo di esseri umani tra il ’90 ed oggi è uscito dalla sua posizione di povertà assoluta; mentre l’aspettativa di vita è cresciuta globalmente di più negli ultimi 30 anni che nei mille anni precedenti) e a sottovalutare le sofferenze indotte da una distruzione creatrice capitalista che distrugge qui (nel mondo più avanzato) e crea altrove (nel mondo che cresce a ritmi da miracolo italiano del dopoguerra). Noi “socialdemocratici” tardiamo a superare l’idea di progresso come processo lineare. b- Ma, soprattutto, per ragioni oggettive: il governo delle sofferenze e contraddizioni sociali create dal capitalismo non è più possibile alla dimensione nazionale. Lo Stato nazionale non è più il teatro prevalente. Non è più compiutamente sovrano.

Viene meno lo strumento fondamentale usato dalle socialdemocrazie per fornire una organizzazione al capitalismo, in nome di valori e interessi dati.

 

La sinistra tra nazione e globalizzazione

A fronte di questo radicale mutamento, la sinistra di governo si divide.

Una parte dice: “vade retro globalizzazione”. E se non riusciamo a farla regredire, almeno forniamo rappresentanza ai perdenti (ecco la parte seria della giaculatoria dell’ovvio: “stiamo con la gente…”). Questa componente (vedi Melanchon in Francia e, in forme più attente, Corbyn in UK) assume almeno una parte della retorica populista (es. contro l’integrazione europea, la rinazionalizzazione….). Questa parte della sinistra ritiene che ci sia “un posto dove tornare”. Ingiustamente abbandonato, per debolezza politico-culturale (il cedimento al pensiero unico liberista). A ben vedere, questa parte rovescia la previsione di Carlo Marx: sono i ricchi che si stanno liberando della nazione, non il proletariato, che rialza le vecchie bandiere nazionali.

L’altra parte della sinistra dice: riprendiamo funzione, proponendoci di governare la globalizzazione. Come?

a- fornendo ad essa una regolazione (es. WTO versus accordi bilaterali per commercio internazionale). Rodrik fornisce una linea di indirizzo: abbandonare la globalizzazione “profonda” per passare a globalizzazione più leggera.

b- Ma, soprattutto, costruendo soggetti politico-istituzionali in grado di “governare” il mondo. Qui il discorso sulla sinistra di governo incontra il tema dell’Europa. L’Europa avrebbe il “fisico” per essere coprotagonista di una nuova fase. La prova: il peso “globale” della BCE come titolare del governo dell’Euro. Ma è l’unica istituzione effettivamente europea.

Questa seconda parte della sinistra, ritiene che non ci sia un posto dove tornare. Fermi i principi, c’è un nuovo paradigma da costruire alla dimensione sovranazionale, proprio se non si vogliono lasciare i perdenti della globalizzazione a sé stessi. O, al massimo alla compassione dei vincenti e allo “sgocciolamento” verso il basso di piccole quote di surplus.

 

Costruire il nuovo sovrano europeo

Cedere sovranità? No. Essa non risiede già più negli Stati nazionali. La prova: non è più nelle loro mani nemmeno la precondizione della sovranità: il governo dei confini.

Ecco dunque qual è il compito del presente, per costruire il futuro: costruire il nuovo sovrano europeo (anche con le forze di centro-destra che contrastano a loro volta i sostenitori della chiusura). Questo ci dà una prospettiva, in forza della quale guardare ai principali problemi aperti. Quali problemi? Esattamente quelli costituiti dalle “sofferenze” della globalizzazione. Non solo per tornare a rappresentare (cioè, per risolvere i problemi elettorali), ma per risultare credibili soggetti del cambiamento necessario.

Se le cose stanno così, devono cambiare sia la politics, sia le policies. La politica: un sistema di alleanze per la costruzione del nuovo contesto politico-costituzionale. E nuove istituzioni democratiche sovranazionali (es. con Merkel (c-d) per costruire nuova fase UE).

Le politiche: ricostruire il sistema della priorità.

Prendiamo il tema delle migrazioni: sono una componente essenziale della globalizzazione “benefica”. Ma non si possono ignorare le gigantesche sofferenze indotte dalla migrazione non governata. Quindi (vado per titoli): Governo UE dei confini; regole per immigrazione legale, fondate su criteri selettivi precisi e verificabili (lingua, professione, accettazione delle regole costituzionali fondamentali); far tornare l’istituto dell’asilo ai suoi profili originari; uso delle risorse oggi impiegate per emergenza, sul fronte dell’integrazione; investire davvero “a casa loro” (anche sapendo che nel breve periodo più sviluppo significa più emigrazione); infine, nel governo nazionale, regionale e comunale, effettiva priorità al risanamento delle periferie.

 

Incertezza e disoccupazione in Occidente

Facciamo un altro esempio: il dramma della disoccupazione tecnologica. Nel vecchio modello (i trenta gloriosi) il reddito medio cresceva insieme al PIL. Perché? La produzione era raggruppata entro i confini nazionali… Oggi, i numeri del PIL dicono che le cose vanno bene, mentre una gran parte delle persone in occidente è in personale recessione o teme di precipitarvi (incertezza radicale).

Come spiega il grafico dell’elefante di Milanovic:

Milanovic

 

In questo contesto, minata la fiducia nel fatto che l’impegno possa essere ricompensato. Esplode la percezione di ingiusto trattamento, la fiducia crolla. E quando accade questo, anche le politiche “giuste” diventano “sbagliate”. Ad esempio: le banche e la loro crisi. Gli interventi per salvarle erano necessari? Sì, perché tutti sarebbero stati peggio, se non ci fossero stati. Ma la società non funziona (e non ragiona) con la logica di un bilancio dare e avere. Funziona e ragiona in termini di aspettative. Fiducia o sfiducia…: dobbiamo quindi riorganizzare la nostra piattaforma programmatica, dalla politica fiscale, alle regole delle relazioni industriali, fino alle politiche per la istruzione, per corrispondere al nuovo paradigma. Ad esempio, bisogna aumentare il compenso dei lavoratori tecnici impegnati sia nel manifatturiero, sia nei servizi. E dobbiamo investire davvero per la formazione dei potenziali esclusi, introducendo forti dispari opportunità a loro favore nel sistema di istruzione (ciò che non abbiamo fatto con la Buona scuola).

 

Gli errori del PD

Prevengo una facile obiezione: non c’è dunque nulla di specificamente “italiano” nella catastrofe elettorale del PD? C’è, eccome.

Così come c’era – diciamolo una buona volta con chiarezza – molto di Renzi e del PD rinnovato dalla sua leadership nella clamorosa affermazione del 2014 alle Europee (in piena controtendenza rispetto agli altri partiti di sinistra riformista dell’Europa e del resto dell’Occidente), così oggi c’è molto di Renzi e degli errori commessi dal PD in questa débâcle (che ci fa pienamente rientrare nella tendenza al declino prima richiamata).

Ce ne rendiamo conto se guardiamo, per una volta, non alle percentuali, ma ai voti assoluti del PD. Le ultime tre elezioni politiche, fanno registrare un andamento chiaro: 12 milioni di voti nel 2008 (ci siamo già dimenticati che ci fu, nel PD, chi la chiamò nettissima sconfitta, fino a spingere Veltroni alle dimissioni). Nel 2013, 8,6 milioni di voti. Ora, nel 2018, 6,1 milioni.

Declino elettorale fortissimo e inarrestabile? Sì e no. Sì, se in dieci anni abbiamo perso la metà dei nostri voti. No, se pensiamo che quattro anni fa ne abbiamo preso 11 milioni. Come si spiega? Vado subito alle conclusioni: secondo me, le ragioni della vittoria di ieri (2014) sono esattamente le stesse della débâcle di oggi. Nel 2014 il PD interpreta in chiave riformista una fortissima (verrebbe da dire quasi “violenta”) domanda di fuoriuscire dalla palude, contro l’establishment. La rottamazione, molto al di là dei confini del PD. Nel 2018, dopo quattro anni di Governo, il PD viene percepito come parte della palude, come establishment.

Per certi versi, era inevitabile. Ma non è questo l’aspetto prevalente. A determinare questo repentino e per certi versi drammatico mutamento di giudizio stanno, da un lato, gli errori di fondo commessi (uno tra tutti: nessun investimento vero di idee, di energie, di risorse nella effettiva innovazione dello strumento partito); dall’altro, i limiti di cultura politica che son presto diventati limiti nella azione di governo.

 

I limiti di cultura politica

Qualche esempio?

Il Jobs Act applicato in molte sue parti, meno che nella componente delle politiche attive (l’assegno di ricollocazione in mano al lavoratore disoccupato, da spendere per riqualificarsi e trovare un nuovo lavoro). Cioè, nella parte più radicalmente innovativa. La conduzione della vicenda Banche, non per le iniziative di riforma compiute, ma per la cornice politica scelta (la Commissione; la vicenda Banca d’Italia).

La Buona Scuola, con tre miliardi e mezzo di risorse in più e nessun intervento per offrire selettivamente ai bambini e ai ragazzi delle famiglie più deboli una scuola pubblica che equilibrasse – almeno in parte – le enormi disparità di partenza.

La riforma della Pubblica Amministrazione, partita all’insegna della rivoluzione della “cultura del risultato”, della valutazione di tutto e di tutti, con conseguenti premi e penalizzazioni, e giunta alla meta gravemente ridimensionata, proprio sulle sue aspirazioni più innovative.

Potrei proseguire – l’ecobonus per favorire il risparmio energetico nelle abitazioni, massicciamente usato per chi ha redditi e patrimoni più alti, e di fatto non usabile per gli incapienti –, ma spero di aver dato l’idea di ciò che penso: abbiamo provato e abbiamo fatto molto, ma è come se ci fossimo fermati là dove l’azione avrebbe dovuto essere più incisiva, più radicalmente innovativa. Il risultato, paradossale, è stato che – come si dice in Piemonte, che ha cultura del vino – abbiamo perso dal tappo e dalla spina. Dal tappo, perché abbiamo comunque suscitato le resistenze conservatrici di chi teme di perdere grandi e piccoli privilegi. E dalla spina, perché non abbiamo convinto appieno i sostenitori del cambiamento.

Anche da questo punto di vista, quindi, c’è bisogno di un radicale riposizionamento del partito dei riformisti.

Bisogna dunque pensare e agire, contemporaneamente. E, soprattutto, aprire veramente le porte alla partecipazione attiva di tutti coloro – e sono tanti – che non si rassegnano all’Italia dei Salvini e dei Di Maio.

 

Viceministro dell’Economia e presidente di Libertàeguale. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)

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