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La cultura ‘chiusa’ che penalizza le donne

Ileana Piazzoni lunedì 26 novembre 2018
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di Ileana Piazzoni

 

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. E’ quindi giusto che vi siano tante iniziative di sensibilizzazione rispetto a questo tema.

Io però ho sviluppato una sorta di rigetto nei confronti della retorica ipocrita dei media, che con tono grave normalmente accusano la politica di non fare nulla o non fare abbastanza, non soffermandosi nemmeno un minuto sulle loro responsabilità.

Perché ovviamente è tutto giusto: i finanziamenti ai centri antiviolenza, le leggi più efficaci per l’intervento preventivo, etc etc. Tutte cose che i nostri governi hanno fatto e quest’altri stanno tagliando, senza che nessun commentatore lo dica chiaramente.

Ma tutti sappiamo che la questione è ben più vasta e riguarda essenzialmente due aspetti:

  • la violenza e
  • la concezione che una società ha della donna.

 

La questione della violenza

Partiamo dalla violenza. Siamo all’apice della diffusione di una violenza verbale senza precedenti. Il suo utilizzo è sdoganato e persino incoraggiato. I leader politici che la usano non vengono considerati deprecabili, ma anzi indicati come coraggiosi e capaci capipopolo. Il ministro dell’interno che espone spesso le donne (dall’ex presidente della Camera alle ragazzine che lo contestano) ad una vera e propria gogna mediatica, viene applaudito e osannato.

Ogni volta che viene proposto di inserire norme che possano arginare questa violenza, si viene attaccati come nemici della libertà del web. Davvero qualcuno può pensare che questo tasso di violenza verbale generale e diffusa non incida minimamente sulle possibilità di atti di vera violenza? Avete presente cos’è la vita di un/una adolescente oggi? Io sono e sarò sempre a favore dell’innovazione tecnologica, e credo nella libertà come valore prioritario rispetto a tutti gli altri: ma davvero assistere impotenti a questa modalità “far west” delle relazioni interpersonali significa amore per la libertà?

 

La concezione della donna

Secondo punto: la concezione della donna nella nostra società. Viviamo ancora con il culto della famiglia come luogo sano e inviolabile. Qualsiasi intervento dei servizi sociali che non sia il sostegno economico viene visto come deplorevole.

E anche per questo non c’è il necessario investimento sui servizi stessi e i passi avanti fatti stanno per essere cancellati: la proposta di Reddito di Cittadinanza del M5S ha come fulcro centrale quello di cancellare l’impianto del REI esautorando i servizi sociali da qualsiasi competenza. Che sia chiaro: la violenza domestica tocca tutti i livelli di reddito, ma è ovvio che per le donne che vivono in condizioni economiche disagiate sia più difficile trovare gli strumenti per una via d’uscita. Quando riceveranno il sostegno tramite una fichissima app, quale occasione potrà più esserci per entrare in contatto con personale qualificato in grado di aiutarle? Ve lo dico io: NESSUNA.

 

La società chiusa (e le responsabilità di Lega e M5s)

Intanto, sempre tra gli applausi scroscianti dei media, si sta imponendo una visione sociale fatta di chiusura e ritorno al passato. Del resto, loro sì che sono capaci di ascoltare il popolo, mica come quei radical chic di sinistra. Ieri il sottosegretario Spadafora nel paese delle meraviglie ha detto di essersi stupito nel rilevare che la fascia d’età che vive di più con in testa lo stereotipo della donna oggetto è quella tra i i 16 e i 25 anni. “Siamo di fronte a un arretramento culturale” ha sentenziato. Ma va?

Peccato che l’arretramento culturale lo abbia stimolato e sostenuto la forza politica che lo ha portato fin lì, distruggendo ogni rispetto, ogni pudore, ogni capacità di distinzione del vero dal falso, della competenza dalla ciarlataneria, dell’autorità dai millantatori. Peccato che lui sia espressione di un governo composto da una forza politica, la Lega, che è il punto di riferimento della destra più retriva, accogliendo anche gli oppositori interni alla Chiesa a Papa Francesco (che pure sui diritti civili non è esattamente un progressista). Ed è la parte che diffonde da anni la farlocca “teoria del gender”, secondo cui l’educazione di genere mirerebbe a insegnare ai bambini che non esistono differenze di sesso, affossando con questa scusa ogni tentativo di educazione all’abbattimento degli stereotipi, dei pregiudizi e delle discriminazioni basati sul genere e l’orientamento sessuale, tutte cose ormai acquisite nella maggior parte dei paesi occidentali avanzati. Una delle più grandi bufale della storia, che nessun programma televisivo ha mai affrontato nemmeno per sbaglio.

Sono solo alcuni elementi di una questione molto complessa. Su cui ci si potrebbe scrivere un intero programma politico, per una rivoluzione sociale straordinaria. Poi le campagne di sensibilizzazione vanno bene, per carità, meglio di niente.

Esperta di politiche sociali. È stata consigliere comunale ed assessore alle Politiche Sociali del comune di Genzano (Rm). Ha lavorato presso le segreterie politiche della Presidenza del Consiglio Provinciale di Roma e dei Gruppi del Consiglio Regionale del Lazio. Eletta nel 2013 deputata con SEL, nel 2014 sceglie di sostenere l’esecutivo Renzi e aderisce al PD. È stata Segretaria della XII Commissione (Affari Sociali) della Camera dei Deputati e relatrice del disegno di legge sul contrasto alla povertà.

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