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di Massimiliano Santini

 

 

L’Europa offre ai propri cittadini una straordinaria opportunità di cui oggi si parla poco in modo positivo: il diritto di vivere e lavorare in un altro paese europeo, a tempo indeterminato, senza bisogno di un permesso di soggiorno o di lavoro. Come ha scritto Tito Boeri in un pamphlet uscito l’anno scorso, la migliore assicurazione sociale che i giovani hanno contro la disoccupazione è la mobilità del lavoro in Europa. In un periodo in cui i partiti e i movimenti populisti basano la loro narrativa politica sul protezionismo, il nativismo e l’ostracismo ostentato verso l’Europa, è tempo di abbracciare una nuova narrativa politica.

 

La disoccupazione in Italia

I numeri parlano chiaro, gli Stati Uniti stanno creando lavoro, l’Europa un po’ meno, l’Italia fa fatica.

I dati dell’OCSE dicono che in Italia, nel 2016, il tasso medio di disoccupazione era dell’11,7%, la disoccupazione al Sud del 18,6%, mentre la disoccupazione tra giovani dai 15 ai 24 anni del 37,8%. Numeri che sottendono storie di preoccupazione e sofferenza. Nel resto d’Europa e negli Stati Uniti le cose vanno leggermente meglio: la disoccupazione media è dell’8,6% nella prima e del 4,9% oltreoceano.

Secondo i partiti populisti, un alto tasso di disoccupazione è uno dei tanti problemi direttamente riconducibile alla rapida globalizzazione, che attraverso la delocalizzazione del lavoro e la competizione determinata dall’importazione di prodotti soprattutto dalla Cina, ha creato vincitori e vinti, questi ultimi soprattutto tra i giovani in cerca di lavori non specializzati. La rapida globalizzazione, prosegue la narrativa, è una delle ragioni della crisi dell’ordine liberale internazionale.

 

La narrativa populista

Questa narrativa ha grande successo non solo in Italia, dove la coalizione Lega-M5S gode di un tasso di gradimento poco al di sotto del 60%, ma anche in altri paesi europei. Secondo una ricerca pubblicata recentemente dal Guardian, i partiti populisti hanno ottenuto più del 25% dei voti alle ultime elezioni parlamentari che si sono tenute in 31 paesi europei. In Svezia, per esempio, il partito populista Sverigedemokraterna ha preso il 17,5% dei voti alle elezioni di settembre, mentre in Ungheria, lo scorso maggio, il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán ha mantenuto il potere ottenendo il 49% del voto popolare. In Germania, i populisti di estrema destra di Alternative für Deutschland hanno ottenuto 92 seggi (su 709 disponibili) alle elezioni federali di un anno fa, conquistando il 12,6% dei voti.

In Italia, la narrativa populista applicata alla ricerca del lavoro all’estero cavalca la retorica negativa dei “cervelli in fuga”: ragazzi e ragazze che fanno le valigie, lasciano il proprio paese, e vanno a cercare fortuna all’estero. Secondo l’ultimo rapporto annuale sulla mobilità del lavoro pubblicato nel 2017 dalla Commissione Europea, circa 1,1 milioni di italiani in età da lavoro (20-64 anni) vive in un altro paese europeo. Più in generale, quasi 2,8 milioni di cittadini italiani sono residenti in Europa da oltre un anno, regolarmente registrati all’anagrafe AIRE, per lavoro, studio, o senza una particolare attività. Varie stime hanno calcolato che approssimativamente altrettanti cittadini italiani si sono trasferiti in un altro paese europeo da meno di un anno. In totale, un esercito di oltre 5 milioni di italiani vive in Europa, in continua crescita dalla grande recessione del 2009-11.

 

L’Europa: una grande opportunità

Una nuova narrativa politica deve invece risaltare la grande opportunità di trovare un lavoro in Europa senza gli ostacoli burocratici che di solito accompagnano i cosiddetti migranti economici. I cittadini europei possono giovarsi di un mercato del lavoro vastissimo, che include tutti i paesi dell’Unione Europea così come quelli dello Spazio Economico Europeo. Questi paesi si trovano in cicli economici differenti, e offrono diverse opportunità lavorative settoriali, che richiedono lavoratori più o meno specializzati e offrono l’opportunità di acquisire esperienza, anche attraverso tirocini in azienda o corsi di formazione.

D’altro canto, questa nuova narrativa politica è ampiamente supportata dalla realtà dei fatti, per cui la mobilità del lavoro in Europa esiste ed è in continua crescita. Nel 2016, il numero totale dei cittadini europei residenti in un altro paese dell’Unione è aumentato del 6%, confermando il trend in salita degli anni precedenti. Secondo il rapporto già menzionato della Commissione Europea, nel 2016 quasi 12 milioni di europei erano residenti in un paese diverso da quello di cittadinanza, circa il 4% sul totale della popolazione europea in età da lavoro. La Germania e il Regno Unito rimango i paesi più attraenti, grazie alla resilienza delle rispettive economie, mentre Spagna e Italia non hanno ancora recuperato il livello di attrattività del 2009. In Italia infatti, nel 2016, circa un terzo dei 3,7 milioni di immigrati regolari viene da paesi europei, anche se il paese attrae adesso la metà dei cittadini che attirava prima della grande recessione. I cittadini europei vanno e vengono: oltre 650 mila europei hanno sono tornati nel loro paese d’origine nel 2015, circa il 55% rispetto a quelli che erano partiti l’anno precedente. E gli europei si sentono a proprio agio con l’aumento della mobilità in Europa. Secondo l’ultima rilevazione di Eurobarometro, l’“immigrazione di persone provenienti da altri paesi membri dell’Unione Europea” suscitava un sentimento positivo per il 50% dei cittadini europei nel 2015, mentre nel 2018 questo sentimento era condiviso dal 65% dei cittadini.

 

Accompagnare i cittadini, supportare il cambiamento

Forti di un’Europa dove i lavoratori si muovono cercando migliori opportunità e della percezione in media favorevole dai paesi che li ospitano, i partiti e movimenti liberal-democratici e progressisti hanno due strumenti per consolidare nei cittadini la presa di coscienza positiva circa la mobilità del lavoro in Europa, intesa e spiegata anche come migliore assicurazione sociale contro la disoccupazione: accompagnare i cittadini verso un graduale cambiamento di mentalità e avanzare specifiche proposte di politiche pubbliche che supportino concretamente questo cambiamento.

Da un lato, devono accompagnare gli europei, e gli italiani in particolare, attraverso quello che Ron Heifetz, Professore di Public Leadership alla Harvard Kennedy School, chiama adaptive change, e cioè un cambiamento di mentalità, che abbracci positivamente l’opportunità di muoversi, cercare un lavoro, fare esperienza, acquisire una specializzazione in Europa. In Italia, i giovani e meno giovani hanno l’opportunità di passare un periodo di lavoro di 1 mese, 1 anno, o 10 anni in Europa, in settori dove l’imprenditoria, la competitività e la congiuntura economica offrono lavori che attualmente non esistono in Italia. È normale negli Stati Uniti muoversi da uno stato all’altro, in diversi momenti della vita, alla ricerca di migliori opportunità di lavoro. Perché non dovrebbe esserlo in Europa?

Allo stesso tempo, politiche pubbliche specifiche devono supportare questo cambio di mentalità. Un esempio viene dalla Francia, che ha introdotto nel 2016 il compte personnel d’activité. Questo conto personale protegge la mobilità del lavoro attraverso la registrazione della storia lavorativa del cittadino, dei crediti formativi accumulati, e di eventuali aiuti finanziari ricevuti durante specifiche congiunture economiche.

 

La tessera del lavoratore europeo

In Italia, il Senatore del Partito Democratico Tommaso Nannicini ha proposto l’introduzione di un conto formazione personale, che enfatizza il diritto soggettivo del lavoratore alla formazione. Queste proposte possono essere estese all’Europa con l’introduzione di una tessera del lavoratore europeo, una sorta di LinkedIn digitale che, oltre a tenere aggiornato il CV, registri gli spostamenti lavorativi in Europa, inclusi i tirocini e i crediti formativi ricevuti, e i finanziamenti alla formazione di cui abbiamo diritto in ogni paese europeo.

I partiti e movimenti liberal-democratici e progressisti hanno l’opportunità di promuovere una nuova narrativa politica in vista delle prossime elezioni europee del maggio 2019, momento cruciale che potrebbe decidere il destino e la fortuna dei sostenitori di un’Europa aperta, solidale e tollerante, contro il nascente movimento “nazionalista internazionale”. Questa nuova narrativa deve includere un piccolo ma fondamentale tassello nel raccontare le opportunità offerte dall’Europa ai propri cittadini: la mobilità del lavoro in Europa.

 

 

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