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Legge elettorale. Finale di partita?

Stefano Ceccanti giovedì 26 Marzo 2015
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Sono passati quasi 70 anni da quando “L’Avanti!” organo del Partito Socialista, il 21 agosto 1945, lanciò l’idea di una correzione alla proporzionale fondata su un premio alla lista più votata. Qualcosa che può stupire coloro che hanno il ricordo della legge Acerbo voluta dal fascismo e che la associano alle denunce post-elettorali di brogli lanciate da Giacomo Matteotti, ma che ignorano come dopo le elezioni del 1919 proprio Matteotti insieme ad altri socialisti avesse lanciato per primo quell’idea su “Critica Sociale” per le elezioni amministrative.

Uno stupore invece motivato si può esprimere per la forza con cui alcuni esponenti della minoranza Pd e di Forza Italia attaccano questo sistema quando non pochi di essi lo avevano sottoscritto ai tempi del referendum Guzzetta del 2007, referendum che per primo lo aveva riproposto contro l’evidente implosione della coalizione dell’Unione, dopo che anche quella di centro-destra nella legislatura precedente era stata minata dalle divisioni interne. La consultazione mancò poi il quorum nel 2009, ma la raccolta di firme fu comunque utile culturalmente per preparare la svolta di Veltroni, che impose per quelle elezioni la vocazione maggioritaria del Pd. Veltroni da segretario del Pd non firmò per il referendum per non creare problemi al Governo Prodi con gli alleati minori e fu per questo duramente accusato di indecisione nell’appoggiare il premio alla lista da parte di alcuni che oggi demonizzano quel sistema, ma ne fu poi un interprete politico più coerente di molti che lo firmarono.

A questo punto, dopo quasi un anno e mezzo dalla sentenza della Corte, è evidentemente esaurito il tempo in cui un Paese normale può accettare che la legge più politica di tutte, quella che regola la rappresentanza, non sia scritta dal Parlamento medesimo. I due elementi censurati dalla Corte sono scomparsi: sia le lunghe liste bloccate che rendevano non conoscibili i candidati agli elettori (lasciando le Camere libere di scegliere tra preferenze, collegi e liste bloccate corte), sia l’assenza di una soglia ragionevole che legittimasse il premio (ora al 40% al primo turno e, col ballottaggio a due, al 50% al secondo turno). In astratto molte delle soluzioni scelte potevano avere anche delle alternative migliori, che singoli parlamentari o studiosi possono ritenere più valide come prime scelte, ma in ogni caso è impossibile non ritenere l’Italicum almeno una significativa seconda scelta. Infatti l’unica alternativa reale, il voto col Consultellum, priverebbe gli elettori della scelta di una maggioranza omogenea portando fatalmente ad una grande coalizione paralizzante e la competizione per le preferenze in enormi circoscrizioni non darebbe nessun potere reale agli elettori di scelta dei singoli eletti.

L’accelerazione del voto sulla legge elettorale è quindi a un grande bivio politico che non può essere eluso con forme di obiezione di coscienza previste per le convinzioni etiche personali di fronte a scelte laceranti che dovessero intaccarle: impossibile farvi rientrare l’alternativa tra liste e coalizioni nonché tra capilista bloccati o listini. Quando Alcide De Gasperi nel gennaio 1953 mise la fiducia alla Camera sulla legge maggioritaria tre deputati democristiani dissentirono, ma non invocarono nessuna clausola di coscienza, non condividendo quella scelta politica presero tre approdi diversi: uno tra i comunisti, uno tra i monarchici e uno tra i missini. Fu una scelta almeno non elusiva, anche se sbagliata: era giusto approvare una legge che, se fosse poi scattata, avrebbe costretto la sinistra a rinnovarsi ben prima.

Auguriamoci lo scenario migliore: che tutti, nonostante le legittime riserve personali, nonostante la distanza dalle proprie prime scelte, scelgano alla fine, cioè tra breve, la causa del cambiamento.

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