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Legge elettorale: un doppio turno per dare voce ai cittadini

Pasquale Pasquino venerdì 30 Aprile 2021
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di Pasquale Pasquino

 

Si osserva a ragione che non basta cambiare la legge elettorale per mutare il governo di un paese. Tuttavia, non ha senso dire che la legge elettorale è irrilevante e che “ben altri” sono i problemi da risolvere.

Non solo questa affermazione si scontra con il vivo dibattito che dalla fine dell’egemonia democristiana si è aperto nel paese circa la legge elettorale da adottare, ma una affermazione del genere nega la giustificata tesi in base alla quale la legge e la formula elettorale sono verosimilmente fra le più importanti fra quelle che caratterizzano una democrazia rappresentativa. In tale forma di governo, come osservava bene Schumpeter, non sono i cittadini che si governano come accade in alcuni piccoli cantoni svizzeri (o come prometteva invano il M5S), ma governano gli eletti i quali sono designati dai cittadini, attraverso uno strumento che chiamiamo appunto legge elettorale.

Ma che cos’è una legge elettorale nel governo rappresentativo?

In breve, essa è un meccanismo che trasforma un grandissimo numero di preferenze individuali in un numero molto ristretto di seggi.

Come Hans Kelsen ha insegnato un secolo fa, la democrazia rappresentativa a differenza del parlamentarismo liberale (per esempio quello della Monarchie de Juillet) è uno “stato di partiti” e gli elettori che votano per un candidato votano anche e per lo più innanzitutto per un partito. E non per i notabili noti ai pochi che avevano il privilegio di votare in un sistema a suffragio censitario.

È, dunque, ragionevole che si dia ai cittadini elettori la possibilità di scegliere un candidato fra quelli che propone il partito, ma è illusorio negare che i partiti svolgono un ruolo decisivo nella selezione dei candidati da porre in lista.

Tornando alla questione della formula elettorale una certa retorica democratica ripete che essa debba rispecchiare e non distorcere la volontà popolare.

Ma che cos’è la volontà popolare? Una miriade di preferenze individuali segrete, sconnesse e non giustificate, ciascuna delle quali è un frammento microscopico di una volontà sovrana (nella sua dimensione microscopica, ma assoluta, di cui si può dire come di quella unitaria e monocratica del sovrano barocco: sic volo, sic jubeo, stat pro ratione voluntas). Essa non ha capacità di volere e di agire in quanto unità prima della aggregazione prodotta appunto dall’algoritmo elettorale e senza la creazione di una maggioranza.

La volontà popolare esiste in realtà come volontà efficiente solo attraverso l’aggregazione prodotta dalla formula elettorale. Che sia così risulta in modo assolutamente chiaro se pensiamo alle ragioni dello scontro sul tema da parte dei partiti politici. In assenza di un regime strettamente bipartitico, se si cambia la legge elettorale cambia anche il vincitore delle elezioni o piuttosto le possibili aggregazioni fra partiti necessarie a formare una maggioranza parlamentare.

Alcuni sosterranno che sono distorsive della supposta volontà popolare tutte le leggi che non siano perfettamente proporzionali, le quali rispecchierebbero in scala ridotta le preferenze plurali del corpo elettorale. Indipendentemente dal fatto che le preferenze del corpo elettorale dipendono strettamente dall’offerta politica, e non esistono indipendentemente da questa, il risultato delle elezioni basate su un sistema proporzionale, con rarissime eccezioni, che forse non esistono, necessita la formazione di governi di coalizione. Questi richiedono una limitata frammentazione nell’offerta politica, una forte disposizione dei partiti ad accettare compromessi stabili e finalmente una società relativamente omogenea. In assenza di queste condizioni il sistema politico rischia di diventare ingovernabile (si può pensare alla condizione quasi disperata in cui versa oggi il sistema politico israeliano).

Certo la democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale impone l’uguaglianza del voto. Ma questa vale per il voto in ingresso. Nessun sistema elettorale anche quello proporzionale (con l’eccezione forse di quello israeliano) garantisce una uguaglianza di impatto del singolo voto in uscita. Questo vecchio video di Jader Jacobelli è istruttivo a tale proposito: https://www.ilmessaggero.it/video/societa/ricordando_jader_jacobelli_e_tribuna_politica-173026.html

Certo esistono formule elettorali particolarmente deformanti dell’impatto in uscita dei singoli voti. In particolare, quella anglo-americana basata su collegi uninominali, in base alla quale i voti del secondo, terzo, ecc., candidato nel collegio non vengono contati affatto per l’assegnazione dei seggi in Parlamento.

Riprendendo quanto detto pocanzi, credo si possa concordare facilmente sul fatto che l’Italia è notoriamente un paese caratterizzato da una forte frammentazione politica e da governi piuttosto instabili.

Come ho detto le leggi elettorali non cambiano da sole e di per sé stesse un sistema politico, ma non è ragionevole credere che non servano a nulla. Esse hanno in generale l’effetto di incitare i partiti a modificare alcuni dei loro comportamenti.

Una legge proporzionale (che assegna un ampio numero di seggi con quel criterio) più un eventuale doppio turno e premio alla coalizione vincente (al primo o al secondo turno e al secondo se al primo nessuna coalizione raggiunge una soglia, per esempio, fra il 40 e il 45% dei voti espressi) rappresenta certamente uno forte stimolo a creare coalizioni fra partiti vicini nella formazione dell’offerta elettorale. Tornerò fra poco sul tema controverso ed importante del secondo turno. Le leggi elettorali producono incentivi, ma non sono gabbie d’acciaio. Anche gli eletti con puri sistemi proporzionali migrano da un partito all’altro (si veda il caso di Israele – per certi versi il più vicino al nostro). 

Si osserverà anche – un po’ strano da parte di chi difende la volontà popolare – che è preferibile o, come dicono alcuni, più flessibile un sistema in cui i cittadini votano e le coalizioni sono decise dai partiti in Parlamento dopo le elezioni. Purché garantiscano come in Germania governi stabili. Ma l’esperienza italiana, perché è di essa che dobbiamo occuparci, mostra la fragilità delle coalizioni costruite in Parlamento. E non si capisce bene come coloro che preferiscono le coalizioni dopo il voto sostengano che esse rappresentino una migliore espressione della volontà popolare. Magari una espressione più̀ diretta della volontà dei gruppi parlamentari e dei partiti.

Peraltro, la flessibilità è intrinseca alla natura parlamentare della formazione del governo. Qualsiasi nuovo governo può nascere sulla base della fiducia del Parlamento con qualsiasi legge elettorale; così detta la costituzione italiana, a meno che non la si cambi in direzione populista.

Si osserverà però anche che se la società è frammentata non la si può stringere in aggregazioni che essa non tollererà. Bene, ma allora che fare? rassegnarsi alla condizione presente? Peraltro, sembra che dopo la micidiale esperienza nata con le elezioni del 2018 che esprimevano una Italia divisa in partes tres, il nostro sistema politico si assesti verso una struttura bipolare che molto verosimilmente porterà due coalizioni a confrontarsi alle prossime elezioni.

Di qui la necessità di ragionare sul ballottaggio nel caso in cui nessuna coalizione dovesse raggiungere la soglia che fa scattare il limitato premio di maggioranza.

Si potrà auspicare che, se questa evenienza non dovesse presentarsi, si resti nel quadro di un sistema proporzionale. E si costruiscano larghe coalizioni in Parlamento. Ma come si può credere che le coalizioni di parte, quindi in certa misura omogenee e create prima delle elezioni non lo siano abbastanza, mentre lo sarebbero invece coalizioni più̀ ampie che non risultano dal voto popolare? C’è un elemento magico in questa tesi.

Il doppio turno potrebbe comunque essere necessario, non si tratta come pare di una esperienza ignota alla vita politica italiana. Basti tener tenendo conto del fatto che gli elettori sono abituati e capiscono bene la funzione del doppio turno grazie alle elezioni locali. È importante sottolineare che il voto di ballottaggio implica un particolare esercizio da parte degli elettori i cui partiti/candidati siano stati esclusi al primo turno. L’esercizio consistente nell’esprimere la loro seconda preferenza. In breve, gli elettori esclusi dalle coalizioni del primo turno, se nessuna di esse dovesse superare la soglia prevista, invece di perdere voce, diventerebbero attraverso la loro scelta i produttori del compromesso, che viene trasferito dal secondo turno in capo a loro, invece che ai partiti politici, i quali invece decidono delle alleanze in Parlamento, dopo le elezioni.

Tengo a sottolineare che non è una ragione populista che mi fa preferire una tale opzione. Non voglio sostenere come farebbero i “veri” democratici che la scelta dei cittadini è migliore di quella dei loro rappresentanti. A priori non vi è ragione di credervi. Il mio argomento è un altro: poiché tutti devono obbedire alle leggi, tutti, se è necessario, devono contribuire ad eleggere gli autori di quelle. Un cittadino che ha autorizzato, fosse anche in virtù della sua seconda e in realtà decisiva preferenza, una maggioranza parlamentare sarà meno estraneo al governo della legge avendola prodotta indirettamente, scegliendo gli autori di quella.

Grazie al voto espresso attraverso la seconda preferenza, l’elettore contribuisce alla produzione della legge, piuttosto che obbedire ad una legge prodotta dall’accordo fatto dai partiti al di sopra e indipendentemente dalla sua scelta – giallorosso o gialloverde che sia. L’obbligo politico e l’integrazione di chi deve obbedire grazie alla seconda preferenza sono più̀ solidi. E nel contesto italiano non può che spingere la maggioranza ed il governo verso posizioni più̀ moderate.

Quello che non riescono più̀ a fare i partiti di centro possono farlo in virtù del ballottaggio gli elettori di quell’area. E guai ai partiti che non terranno conto di quei voti che danno loro la maggioranza. Se c’è un minimo di razionalità perderanno le prossime elezioni. Se questo minimo di razionalità non esiste, non ci sono leggi elettorali né altri strumenti che possano salvare il paese dalla deriva.

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