Economia

L’Italia nel futuro della UE. Oltre il sovranismo

L’Italia nel futuro della UE. Oltre il sovranismo

di Enrico Morando, Presidente di Libertà Eguale e Viceministro dell’Economia

 

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La tesi che vorrei sostenere è organizzata attorno a tre capisaldi:
1- l’Italia può avere un futuro di prosperità e benessere solo se cambia profondamente.

Si deve trattare di:

  • Cambiamento economico: la produttività del lavoro e dei fattori non cresce adeguatamente dall’inizio degli anni ’90. Per tornare a crescere serve una riforma delle istituzioni economiche fondamentali.
  • Cambiamento del sistema politico-costituzionale. Almeno dalla fine degli anni ’80, il sistema politico-costituzionale – che ha guidato il Paese nella lunga fase dei 30 anni gloriosi del “miracolo” – non è in grado di garantire né rappresentanza né decisione.
  • Cambiamento sul piano sociale: l’ascensore sociale si è da tempo bloccato. E l’indice di vecchiaia (ultra 65/0-15 è tra i più negativi in UE). Non resta molto tempo, perché questo cambiamento è stato per troppo tempo rimandato.

2- Questo cambiamento – che i riformisti di centro-sinistra vogliono sia ispirato dai principi di libertà, eguaglianza e solidarietà – non è più né concepibile, né realizzabile alla dimensione nazionale. Cioè, alla dimensione nella quale il riformismo ha costruito la sua organizzazione, la sua iniziativa, la sua concreta esperienza di guida del cambiamento. Se l’obiettivo è il governo globale, l’Europa è la dimensione minima indispensabile.
Ma l’Europa come protagonista del governo globale va in larga misura costruita: l’Unione che c’è, è già di per sé qualcosa di inimmaginabile fino a pochi decenni fa, ma è del tutto insufficiente per il conseguimento dello scopo.
3- Sia la costruzione dell’Unione Europea come protagonista – assieme ad altri, ovviamente – del governo globale, sia il cambiamento dell’Italia sono alla nostra portata: non è una missione impossibile.
Per portarla a compimento, il riformismo progressista deve realizzare una radicale innovazione della sua cultura politica. Giacché quella su cui ha costruito le sue fortune non è in grado di sorreggere la sua azione, nel contesto mutato della economica globalizzata.

Per comodità di ragionamento, comincio da questo ultimo punto.

 

La globalizzazione e la risposta dei socialdemocratici

Le forze del riformismo progressista sono dovunque in grande difficoltà.
Lo sconvolgimento degli assetti economici, sociali e culturali che è da tempo in atto – da quando la rivoluzione tecnologica ha creato le condizioni per l’effettiva globalizzazione della economia – ha messo la “socialdemocrazia” nella incapacità di continuare a svolgere la sua funzione fondamentale: quella di dare una “organizzazione” – un contesto ordinato – alla “distruzione creatrice” che è alla base del dinamismo capitalista.
Perché questa – andando all’essenziale – è stata la funzione che abbiamo svolto noi, i “socialdemocratici” (vasto insieme di forze sociali, di partiti, di sindacati dei lavoratori dipendenti, di cooperative, di pensatori): costruire un contesto – fatto di regole, di istituzioni, di politiche ispirate agli interessi dei lavoratori e ai valori della eguaglianza, della libertà e della solidarietà – che non uccidesse il dinamismo capitalista, ma lo irreggimentasse, così da mitigarne fortemente gli eccessi, la capacità devastatrice. Ne è venuto fuori “il miracolo” del novecento. I trenta gloriosi: crescita tumultuosa e drastica riduzione della disuguaglianza, capaci di sostenersi reciprocamente; forte mobilità sociale.
Per ottenere tutto questo, l’iniziativa socialdemocratica ha assunto a propria dimensione lo Stato nazionale.
Quando la globalizzazione muta il contesto, il meccanismo si inceppa: la parte più consapevole della socialdemocrazia tenta – con Blair, Schröder e Clinton -, di cambiare modello in corsa: la terza via è il primo tentativo di misurarsi con la novità sconvolgente del binomio rivoluzione tecnologica–globalizzazione. Ci sarà l’intuizione del Labour di Blair sull’esigenza di un’iniziativa di “governo mondiale”, ispirato all’obiettivo di rendere compatibili efficienza economica e riduzione della disuguaglianza. Ma presto questa intuizione verrà trascurata. E cadrà vittima degli errori politici (Iraq) del leader che l’ha incarnata.

 

Chiudersi o governare il cambiamento? I due volti della socialdemocrazia

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Di fronte a questa inedita difficoltà, la “socialdemocrazia” si divide in due parti, nettamente distinte e – nei tratti fondamentali – contrapposte: la parte che pensa che – date le immani sofferenze sociali che la globalizzazione induce, specie nei paesi avanzati – l’unica possibilità per noi stia nel rallentarne il procedere, nel resistervi, nel richiudersi nelle vecchie politiche nazionali, che tanto successo hanno avuto in passato. E, se non si riesce ad incidere, si “testimonia”: meglio perdere che perdersi. Sanders – Corbyn – Hamon. In Italia: Si e Mdp. A mo’ di esempio, citerò un piccolo fatto, ignorato dai più: il voto contrario e il non voto sull’Accordo commerciale Euro-Canadese. Quale migliore prova del processo di chiusura in atto in questa sinistra?
E c’è la parte che non rinuncia a pensarsi come la forza che vuole riuscire a dare una organizzazione al capitalismo globalizzato. Che non vuole limitarsi a testimoniare la sua alterità. Vuole governare questo processo: non solo per “proteggere” le vittime della globalizzazione, ma per sfruttarne appieno le potenzialità positive. Noi siamo in questa parte: e, per riprendere il nostro piccolo esempio, siamo per il SI all’accordo CETA….
Se abbiamo questa ambizione razionale, allora dobbiamo vedere che c’è, prima di tutto, un problema di dimensione minima indispensabile della nostra iniziativa, della nostra azione, della nostra organizzazione: per incidere, abbiamo bisogno dell’Europa-Unione.

 
Ecco. L’Europa.

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Fino a qualche mese fa, incombeva sull’Unione Europea – certo, anche a causa dei suoi difetti di costituzione – un rischio mortale: l’Unione non avrebbe retto alla vittoria di Le Pen. E la tragedia era davvero incombente perché, fino a qualche mese fa, il centrosinistra francese sembrava del tutto incapace di fornire una risposta progressista. Unica speranza: la vittoria del centro-destra. A questo ci aveva ridotto la crisi di una sinistra socialista impegnata a gareggiare con Melenchon e a rifiutare qualsiasi contaminazione col liberalesimo.
Poi le cose sono cambiate: molta chiarezza di visione e audacia; molta fortuna (l’incidente di Fillon); la meravigliosa capacità del sistema politico-costituzionale di accompagnare il processi di innovazione del sistema politico-partitico.
Ora: è possibile il rilancio. Cosa intendo per rilancio dell’Unione? Andando all’essenziale, il concreto avvio di un processo che – tirando il filo della costruzione di un sistema di sicurezza comune, (che reca con sé la politica estera comune e un comune governo delle frontiere); dell’impegno comune per il governo della immigrazione; di forme sempre più stringenti di coordinamento delle politiche fiscali e di cessioni di sovranità nella decisione di bilancio – faccia crescere la fiducia tra i partners dell’Unione, a partire da quelli dell’Area Euro, consentendo loro di influenzare le scelte di “governo globale” in misura corrispondente al peso economico, civile e culturale dell’Europa.
Dalle elezioni tedesche, in autunno, questa possibilità uscirà comunque rafforzata. È l’occasione per fare dell’Unione Europea lo strumento per il “governo” – per dare una organizzazione – alla globalizzazione. Per noi, sinistra riformista e liberale, è un’occasione straordinaria per riappropriarci della nostra funzione, iscrivendo l’Italia dentro questo processo…
C’è in gioco molto di più del futuro della sinistra: il futuro del Paese. Protagonista del rilancio dell’Unione, in una con la Francia di Macron e la RFT di Merkel, o chiuso a recriminare e ad attribuire ad altri (Europa) responsabilità che sono sue?

È venuto il momento di smetterla di sottovalutare le minacce incombenti. La Grande Recessione ha fatto emergere due rischi che le preesistevano, ma erano stati sostanzialmente trascurati, anche e soprattutto dai mercati: che anche Paesi dell’Euro potessero essere costretti a ristrutturare il loro debito pubblico (Grecia); e che un Paese dell’Euro potesse decidere – anche attraverso procedure democratiche (referendum) – di uscire dall’Euro.

Dei quattro partiti italiani che contano qualcosa, due – Lega e M5s – hanno proposto e propongono – con più o meno enfasi – il referendum sull’Euro. (E Cameron insegna: se lo prometti per vincere, dopo aver vinto, lo devi fare…). Mentre Forza Italia, ha occupato per giorni giornali e telegiornali con la proposta della doppia moneta…
Queste posizioni di almeno due dei quattro partiti politici che contano qualcosa in Italia non dovrebbero continuare ad essere così sottovalutate. In un Paese che ha un enorme bisogno di attrarre investimenti esteri, la sola eventualità che i partiti che propongono più o meno chiaramente di sottoporre a referendum la permanenza nell’Euro abbiano successo, è in grado di spingere chi vorrebbe investire in Italia a rimandare la propria decisione, rendendo così più difficile il superamento del baratro apertosi negli investimenti privati con l’esplosione della Grande Recessione ( -30% tra il 2007 e il 2014).

 

Il Bilancio pubblico per contrastare il ciclo economico

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Il PD potrebbe quindi a buon diritto presentarsi come l’unico partito italiano in grado di collocare il Paese nel progetto di rilancio dell’Unione. Ma non può farlo senza uno sforzo organizzato e sistematico di aggiornamento della propria piattaforma politico-programmatica.
Concretamente: la consapevolezza della necessità, delle opportunità e delle potenzialità dell’Unione deve prendere nettamente il sopravvento sulle consuete e motivate critiche alle scelte dell’Unione…
Prendiamo il Fiscal Compact: dal 1° gennaio 2018, è prevista l’iscrizione del F.C nei Trattati. Il PD si è pronunciato negativamente, in proposito. È una scelta corretta, ma non è una scelta che indica un orizzonte programmatico. O, meglio, lo indica – se ti fermi al NO – per l’altra sinistra, per la Lega, per il M5s. Per loro, quel NO allude ad una linea politica generale.
Noi diciamo no al F.C. nei Trattati perché, se c’è in Europa la forza politica necessaria per modificare i Trattati, allora al F.C, – da modificare per molti suoi aspetti – si deve affiancare un grande patto per la crescita.
Detto questo, la parte buona del F.C – il vincolo a dare carattere anticiclico alla politica fiscale – è in Costituzione: è il nuovo art. 81. Che non ha nulla a che vedere con l’austerità a senso unico. Ha molto a che vedere col buon senso: quando le cose vanno bene, metti fieno in cascina. Quando vanno male, usa l’indebitamento senza lesinare….
Questo del carattere anticiclico della politica fiscale è un tema che merita un approfondimento (anche in relazione al capitolo sul Fiscal Compact del recente libro di Renzi).
Barack Obama, nell’ottobre del 2016, ha detto: “penso che le misure di austerità abbiano contribuito alla crescita più lenta in Europa”.
Negli anni della esplosione della Grande Recessione (2007-2009) il deficit USA è passato dal 3% del prodotto al 14%, mentre in Europa è aumentato solo di 5 punti, dall’1% al 6%. Oltre dieci punti in più negli USA. Solo la metà, in Europa.
Dunque, questa diversa intensità della politica fiscale anticiclica degli USA sembra essere in grado di spiegare – o, almeno, di contribuire a spiegare – perché i tempi di reazione alla crisi degli USA siano stati così diversi rispetto a quelli dell’Europa. La prima fase della Grande Recessione, fornisce una netta conferma della tesi secondo la quale negli USA l’uso del Bilancio Federale in chiave anticiclica è stato più pronto (in pochissimo tempo, più 10% PIL di indebitamento) e più efficace (il Prodotto torna rapidamente a prima della Grande Recessione).
Ma – se ci si limita a guardare questa prima fase -, si vede mezza realtà: dal 2011 in poi, infatti, la politica fiscale USA – con lo stesso Presidente Obama – prende un’intonazione assai più restrittiva di quella Europea. Da quell’anno in poi, c’è più austerità in USA che nella Unione Europea.
Se c’era bisogno di una conferma, l’abbiamo dunque avuta: il Bilancio pubblico è un potente strumento di contrasto del ciclo economico, quando si sposa ad una coerente politica monetaria; e – se usato prontamente e massicciamente – è in grado di limitare la durata e di mitigare l’intensità delle fasi avverse del ciclo, con grandi effetti sull’occupazione e sul livello di benessere dei cittadini.

 

C’è bisogno di un assetto istituzionale coerente

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Per usarlo prontamente, c’è bisogno di un assetto istituzionale coerente con questa esigenza di tempestività: cioè, tradotto in lingua europea, c’è bisogno di dotare l’Unione di “capacità fiscale”, con organismi comunitari – a partire da un vero “Ministro delle Finanze” -, democraticamente investiti di legittimità ad agire attraverso cessione di sovranità da parte degli Stati membri.
Per usarlo massicciamente, è indispensabile, che il ricorso all’indebitamento – anche molto forte -, sia favorito e reso sostenibile dalla costruzione di avanzi di bilancio quando l’economia va bene e molto bene.
Ecco perché è sbagliato sostenere che – indipendentemente dall’andamento dell’economia – l’Italia deve “tornare al tre per cento di Maastricht per cinque anni”. Se la crescita reale si avvicinasse al 2% e altrettanto facesse l’inflazione, il rispetto dell’art. 81 della Costituzione – che ha cercato di tradurre nel linguaggio Costituzionale la nozione di pareggio strutturale – può consentirci di sostenere adeguatamente la ripresa e di avviare il processo di riduzione del volume globale del debito.
Naturalmente, questo non significa che i “numerini” del F.C. – essi sì, figli della fase convulsa in cui l’Unione si è trovata con l’esplosione della Grande Recessione – siano da considerare intangibili. Al contrario, è stato proprio il Governo italiano ad aprire un duro confronto con gli altri Paesi sulle specifiche modalità di calcolo del pareggio strutturale adottate dalla Commissione. Un confronto che potrà e dovrà giungere prossimamente a soluzioni condivise, che potrebbero avere un positivo impatto sul concreto esercizio dell’attività di coordinamento delle politiche fiscali degli stati membri già nel corso della prossima sessione di bilancio.
A conclusioni analoghe si giunge tirando il filo della politica monetaria. Perché la BCE non ha messo subito in atto una politica di QE come quella adottata dalla Federal Reserve?
Ancora una volta, la risposta ha a che fare con l’incompletezza del disegno istituzionale della Unione. Negli USA la banca centrale immette liquidità nel sistema acquistando titoli dello Stato federale. Ma in Europa non esistono titoli “federali”. Quindi, la BCE deve comprare titoli emessi dagli stati nazionali.
Poiché comprare questi titoli espone la BCE al rischio connesso con il diverso rischio–Paese di ogni singolo stato membro, ne consegue che il Governatore Draghi ha dovuto faticare non poco per superare l’obiezione di chi gli faceva notare che, con il Q.E, la BCE rischiava di trasformarsi in uno strumento della politica di bilancio degli stati membri. In particolare, di quelli più esposti al rischio di default del debito pubblico. In questo caso, infatti, l’eventuale ristrutturazione del debito dello Stato membro avrebbe inflitto perdite alla BCE, che sarebbero state immediatamente scaricate – pro quota – su tutti gli stati membri.
Un’obiezione che ha molto ritardato l’adozione di una politica monetaria adeguata alla gravità e profondità della crisi. E che è stata finalmente superata solo a fronte del concreto materializzarsi del rischio deflazione.
La lezione che possiamo trarne è sempre la stessa: se vogliamo avere una Unione Europea nella quale la politica fiscale e la politica monetaria possano essere pienamente convergenti nello sforzo di contrasto delle fasi avverse del ciclo economico, – per garantire stabile benessere -, dobbiamo impegnarci in operazioni di cessione di sovranità sul versante del potere di bilancio dagli stati nazionali agli organismi comunitari.
Non è necessario partire dalla revisione dei Trattati, cui pure bisognerà giungere in tempi relativamente brevi.
In questa fase, è indispensabile realizzare progressi graduali, combinando maggiore condivisione dei rischi con una loro drastica riduzione, ad opera dei Paesi più esposti.

 

L’iniziativa politico-programmatica dei riformisti italiani

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Dentro questo contesto, i riformisti italiani debbono collocare la loro proposta e la loro iniziativa politico-programmatica.
Fuori da questo contesto, non c’è possibilità di successo. Ma dentro questo contesto – e riconoscendo esplicitamente, priorità al lavoro culturale e politico necessario per realizzare il mutamento di cultura politica e il salto di qualità nella costruzione dell’Unione Europea di cui ho parlato – c’è molto da fare anche alla dimensione nazionale. Poiché abbiamo governato in questi ultimi quattro anni, è forte la tentazione di sostenere che tutto – o quasi tutto – è stato fatto – che non ci resta che proseguire, in totale continuità.
È una tentazione cui bisogna resistere. Non perché non ci siano risultati da mettere in migliore evidenza (e da sbattere in faccia ai populisti che non sanno indicare una soluzione credibile che sia una, ma sono bravissimi nel trovare veri o presunti colpevoli da agitare davanti alla rabbia di chi sta male e sta perdendo la speranza stessa di poter ridurre il proprio disagio).
Ma perché le grandi difficoltà che abbiamo incontrato in questa ultima fase ed hanno trovato manifestazione nella sconfitta del referendum, ci dimostrano che la fonte dei nostri problemi non è negli errori di comunicazione (che pure ci sono stati), né nell’eccesso di personalizzazione (che pure c’è stato), ma è in noi stessi, nella cultura politica tuttora prevalente, a sinistra.
Si tratta di quell’insieme di ideologia e credenze, di visioni del mondo, di giudizi e pregiudizi che si sono sedimentati nel tempo e che frenano la nostra iniziativa innovatrice, poiché rappresentano ogni rottura di continuità con l’ideologia e la prassi del passato – in particolare, quelle seguite nella fase dei “trenta gloriosi” -, come un cedimento all’avversario, come una sorta di tradimento, come un avventurarsi in un campo che siamo costretti a praticare, ma non è il nostro.

 

Contro i populismi

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Farò subito degli esempi, per spiegarmi meglio. Prima però voglio mettere in evidenza che questo nostro atteggiamento di tipo “ideologico” ci rende incerti di noi stessi, a fronte della “certezza” semplificatoria dei populisti. Col risultato che finiamo per concedere loro un enorme vantaggio.
A domanda, i populisti rispondono prontamente:

  • Abbiamo problemi di competitività? E semplice: usciamo dall’Euro, svalutiamo e recuperiamo competitività di prezzo;
  • C’è crescente povertà, assoluta e relativa? È semplice: diamo un reddito a tutti.
  • I cinesi coi loro prodotti invadono i nostri mercati? È semplice: mettiamo dei dazi;
  • Il debito pubblico ci soffoca? È semplice: ristrutturiamolo, cioè paghiamolo solo in parte;
  • Abbiamo troppi immigrati? È semplice: eleviamo un bel muro…

Sul nostro versante, tutto all’opposto. Anche quando facciamo scelte che – alla prova dei fatti – si rivelano giuste. Un esempio basterà per tutti: le regole del mercato del lavoro e il sistema delle tutele dei lavoratori.
Uno sparuto gruppetto di riformisti – guidato da Pietro Ichino – ha sostenuto per anni l’esigenza di una riforma del sistema costruito nella fase fordista dello sviluppo capitalista, allo scopo di favorire la crescita dell’occupazione e di comprendere nelle tutele lavoratori che altrimenti ne restavano esclusi, a causa del rigido dualismo del mondo del lavoro.

 

Ichino e la riforma del lavoro

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Quando, col Congresso che elegge Renzi segretario del PD, si creano le condizioni per la svolta, anche su questa politica, il Parlamento approva il Jobs Act, che punta al superamento del dualismo e si propone di far tornare il contratto di lavoro a tempo indeterminato ad essere largamente prevalente – anche perché meno costoso – tra i diversi tipi di contratto di lavoro.
Nel tempo trascorso da allora ad oggi, si è sviluppata una demenziale guerra di comunicati sui dati mensili e trimestrali di INPS, ISTAT e Ministero del Lavoro, che – nella versione benevola – ha fatto concludere ai più che le nuove regole non hanno ottenuto alcun effetto concreto, mentre la decontribuzione – quella sì – ha ottenuto effetti. Ma quella ora non c’è più. Quindi, alla fine, tanta agitazione per nulla.
Poi – la scorsa settimana – nella indifferenza e disattenzione generale – la Relazione annuale dell’INPS ci informa di un dato impressionante: nel 2014 (prima del Jobs act), il numero di aziende che mensilmente superava la soglia dei 15 addetti (art. 18) era di 8.000.
Nel 2016, è stato di 12.000 aziende ogni mese. Qui la decontribuzione non c’entra nulla (era identica, per ogni neo assunto, sotto e sopra la soglia).
Avevano dunque ragione, Ichino e i pochissimi altri: la vecchia regolazione ostacolava la crescita delle imprese, spingendole a non superare la soglia.
Un argomento formidabile a nostro favore, fondato su di un dato di fatto, ineccepibile. Perché non lo usiamo nel confronto politico coi nostri avversari, nel dialogo con i cittadini?
Perché non sappiamo comunicare? No. Perché ci siamo convinti, ad un certo punto, a cambiare la nostra antica posizione, ma l’abbiamo fatto come costretti, per necessità, non per convinzione.

 

Il ritardo di cultura politica e il rischio di tornare indietro

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La soluzione innovativa non è pensata e vissuta da noi come essenziale componente di una offensiva riformista. Ma come parte di una tattica di difesa: “se potessimo, non cambieremmo, e continueremmo a fare come abbiamo sempre fatto. Ma, poiché non possiamo, acconsentiamo al mutamento di indirizzo. Non perché è un bene. Ma perché è il male minore”.

Non ho il tempo di fare altri esempi. Ma questo limite di cultura politica spiega la nostra insicurezza, la nostra difficoltà a reagire al messaggio semplicistico dei populisti sia sul terreno della riforma istituzionale (la democrazia decidente è roba più degli altri che nostra); sia sul terreno della riforma delle istituzioni economiche fondamentali (la contrattazione di secondo livello, per premiare la produttività?

Mah… noi siamo quelli che guardano agli ultimi, quindi, per noi, meglio restare alla contrattazione nazionale); sia sul terreno delle politiche per l’innalzamento del capitale umano (più autonomia ad ogni comunità nella gestione della scuola? Facciamo qualcosa, ma senza esagerare, ché poi al Sud chissà che succede…).
Con la nascita del PD, abbiamo operato una esplicita rottura di continuità col passato. Ma, negli anni successivi, non abbiamo lavorato in profondità, realtà per realtà, al mutamento radicale di cultura politica che era essenziale all’effettiva costruzione di un grande partito riformista a vocazione maggioritaria.
Dobbiamo recuperare questo ritardo, perché – ben al di là di Renzi sì e Renzi No – è già in atto una robusta offensiva per dimostrare che no, l’Italia non è fatta per bruschi cambiamenti. E che è meglio tornare dove eravamo.

 

 

Relazione pronunciata durante gli incontri del Landino

Camaldoli, luglio 2017

Scritto da Enrico Morando

Enrico Morando

Viceministro dell’Economia e presidente di Libertàeguale. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)