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di Stefano Ceccanti, vicepresidente vicario di Libertà Eguale

 

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Libertà Eguale verso Orvieto: nuova governance europea e riforma costituzionale nella piattaforma del centrosinistra

 

 

Libertà Eguale si ritroverà quest’anno per il suo tradizionale incontro nazionale di Orvieto, Sabato 2 e Domenica 3 dicembre, stavolta col titolo: “Italia ed Europa nella globalizzazione: i riformisti per costruire una nuova sovranità”. A ridosso delle elezioni e a un anno esatto dalla sconfitta referendaria.

 

La governance europea, a partire da Macron

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Due saranno gli aspetti della riflessione, fortemente intrecciati. Il primo è costituito dalle proposte di Macron sulla nuova governance europea nel discorso alla Sorbona.

L’unico intervento organico in sede politica di questi mesi, commentato con acutezza soprattutto da Habermas e a cui la nuova coalizione che dovrebbe formarsi in Germania dovrà dare risposte.

Non sembra esserci futuro fuori da un nuovo matrimonio tra integrazione e democratizzazione. Dovrebbe essere il primo punto di un’agenda di una coalizione di centrosinistra anche perché le altre offerte politiche su questo non possono che essere scettiche (m5S) o evasive per l’eterogeneità interna (centrodestra).

Vi è però un secondo aspetto, ugualmente decisivo. Non è un caso che la proposta venga dalla Francia perché gli assetti istituzionali di quel Paese, con la doppia elezione maggioritaria concatenata di Presidente e Camera politica, hanno dato alla minoranza più forte la possibilità di imprimere una linea chiara per cinque anni. Unico caso tra le democrazie medio-grandi dell’Ue, tutte alle prese con difficoltà per la maggiore frammentazione.

 

I rischi della frammentazione

Di fronte ad essa o si scelgono sistemi che funzionano da trasformatore di energia come quello francese o sistemi fotografici, ma questi ultimi, anche dove ci siano correttivi, come in Spagna o in Germania, fanno fatica a trovare intese post-elettorali tra più minoranze.

E’ con tutta probabilità lo scenario a cui ci troveremo di fronte dopo le elezioni: i sistemi elettorali ora adottati, pur migliorativi, non sono in grado con ragionevole probabilità di assicurare alla minoranza più grande (ammesso e non concesso che sia la stessa tra Camera e Senato viste le sette classi di età che votano sollo alla Camera) di governare da sola e, viste le distanze, sono anche obiettivamente difficili coalizioni post-elettorali.

 

Dopo il referendum, il tema delle riforme resta aperto

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Il tema del riordino istituzionale si ripropone con tutta la sua forza.

E’ comprensibile che chi ha perso il referendum faccia fatica ad elaborare il lutto, ma possiamo lasciare la piattaforma del centrosinistra senza proposte esplicite su un tema che comunque si riaprirà?

La bocciatura del referendum porta politicamente a non riproporre lo schema neo-parlamentare di governo del Premier, analogo a quello di comuni e regioni. Ne esiste comunque un altro ugualmente efficace, la trasposizione integrale di quello francese, con la doppia elezione maggioritaria di Presidente e Camera politica.

 

Rafforzare i poteri del Presidente

Esso corrisponde anche alle dinamiche successive al voto referendario: nella debolezza del pilastro parlamentare della forma di governo il sistema tende a funzionare intorno al rapporto Quirinale-Palazzo Chigi sia sui tempi sia sui contenuti delle decisioni, da Bankitalia alla legge elettorale, e così sarà con tutta probabilità anche dopo il voto.

Se la supplenza deve diventare stabile è bene allora cambiare il metodo di elezione, anche a poteri sostanzialmente invariati dato che in questo contesto di debolezza delle maggioranze i poteri presidenziali, in particolare quelli di nomina del Governo e di scioglimento, finiscono per essere gestititi pienamente dal Presidente con un’estensione massima della cosiddetta fisarmonica dei suoi poteri.

 

Un governo centrale forte per il regionalismo differenziato

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Verso questa scelta converge anche il cantiere istituzionale del regionalismo differenziato, che si è riaperto con i referendum di Lombardia e Veneto. Esso intende applicare l’articolo 116.3 introdotto dalla riforma del Titolo Quinto che, imitando il modello spagnolo, si basa sull’idea che il regionalismo sia attento alle differenze.

Questo modello non è gestibile razionalmente con tante trattative separate tra il Governo centrale e la singola Regione che potrebbero dipendere da fattori contingenti e da squilibri. Ci immaginiamo un tavolo con un Governo centrale debole, di durata breve e una delegazione di un Governo regionale a maggioranza blindata con Presidente eletto direttamente per cinque anni?

L’articolo 116.3 era stato pensato nella Commissione D’Alema contestualmente a un assetto semi-presidenziale (pur confuso sotto vari profili) e quell’articolo era stato addirittura potenziato nella riforma soggetta a referendum, ma anche lì bilanciata da un assetto centrale neo-parlamentare e da un Senato federale in quel caso con potere legislativo paritario.

Anche nel caso spagnolo Gregorio Peces Barba, uno degli autori della Costituzione, segnalava che il modello, in sé giusto, soffriva le fasi in cui i Governi erano di minoranza e quindi troppo cedevoli e l’assenza di un vero Senato federale in cui ricomporre le differenze. Da queste consapevolezze dovremmo ripartire.

 

Articolo apparso su Il Foglio, 3 novembre 2017

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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