Intervista a cura di Umberto De Giovannangeli, apparsa sul Riformista il 6 gennaio 2021

 

Ma dove sta scritto che essere “riformista” significhi pensare e parlare come un “moderato”? Enrico Morando, leader dell’area liberal del Pd, tra i fondatori dell’associazione di cultura politica Libertà Eguale, già vice ministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Renzi e Gentiloni, agli “schiaffi” politici di Massimo D’Alema non porge l’altra guancia. Al tempo stesso, lancia un messaggio conciliante agli “scissionisti” di Articolo 1.

La butto giù un po’ brutalmente: lei si sente guarito dalla malattia del “renzismo”? E come vede un eventuale ritorno nel Pd degli “scissionisti” di Articolo 1?
La posizione politico-culturale dell’avversario interno al tuo stesso partito descritta come il male, la patologia di cui liberarsi; o cacciandolo, se hai la maggioranza per farlo, o operando una scissione, se sei finito in minoranza… In tutti i partiti di sinistra a vocazione maggioritaria – sia in Europa, sia negli Stati Uniti d’America- è aperta una dura competizione per la leadership e la linea politica tra due posizioni politico-culturali molto diverse: ieri erano quelle dei riformisti e dei massimalisti, oggi sono quelle della sinistra liberale à la Salvati-Dilmore (i riformisti di Liberalismo inclusivo-Feltrinelli), e quelle à la Piketty (la sinistra massimalista di Capitale e ideologia-La nave di Teseo).Lo scontro è stato sempre e rimane molto duro: qualche mese fa la sinistra di Sanders e Ocasio-Cortez è giunta a non votare il piano di Biden per le infrastrutture (il più grande, in rapporto al Pil, della storia post 1945), perché troppo incline al compromesso coi repubblicani… Ma in quei partiti, per loro fortuna, la tenacia e la determinazione con cui si combatte l’avversario interno sono superate solo dalla consapevolezza della crucialità, per il successo dell’impresa comune, della sua esistenza e della sua attiva permanenza nel partito stesso. Così, mentre D’Alema mi descrive come “malato“, io sono sinceramente contento se i compagni di Articolo Uno prendono finalmente atto del fallimento del loro progetto scissionistico e decidono, conseguentemente, di rientrare nel Pd. So che dal giorno dopo si batteranno contro le posizioni, la linea politica e la leadership che piacciono a me, rafforzando ulteriormente la sinistra interna che ha vinto l’ultimo Congresso. Ma so anche che il loro ritorno rafforza il Pd perché allarga lo spettro delle posizioni presenti al suo interno e dunque, potenzialmente, il suo elettorato. E infine so che, come li abbiamo battuti in campo aperto, per ben due volte dal 2007 ad oggi, possiamo tornare a batterli, con le armi della democrazia messe a disposizione dallo Statuto del Pd (che, malgrado i ripetuti tentativi, non sono riusciti a cambiare).

Non mi dirà che ha perdonato anche il brindisi alla sconfitta del referendum costituzionale del 2016…
Le risponderò con le parole di un vero leader politico del passato: quello “era peggio di un crimine, era un errore politico“. Un errore politico di quelli che i politologi definiscono “tragici“ perché producono risultati tendenzialmente irreversibili. Dalla scelta che i compagni di Articolo Uno vogliono compiere, deduco che lo abbiano capito persino loro.

Esiste un conservatorismo di sinistra e quanto ha pesato nella mancata definizione di un campo allargato riformista?
In primo luogo, ha pesato moltissimo nel ritardare la scelta di dar vita al Partito Democratico. Vale a dire, la scelta che ha fatto uscire la sinistra italiana dalla sua condizione di strutturale minorità. Dopo la sconfitta del 1994 e la vittoria dell’Ulivo nel 1996 il Paese aveva parlato; bastava avere orecchie per sentire: subito una soggettività politica di centrosinistra, asse dell’alternativa di governo al neonato centrodestra di Berlusconi. Il programma era scritto. La leadership forte, vincente e legittimata da milioni di cittadini. Ma, proprio con D’Alema a Gargonza, iniziò una resistenza conservatrice che ci avrebbe frenato per più di 10 anni… E non è finita: il Pd è tornato a essere il principale partito del centrosinistra, ma è come se esitasse ad assumere la funzione di leadership che gli compete. A trattenerlo, è l’idea non già della necessaria alleanza con il Movimento Cinque stelle di Conte, ma dell’asse strategico, cioè del rapporto privilegiato, se non addirittura esclusivo, con questo partito. Da questo atteggiamento derivano effetti (solo apparentemente) paradossali: perché lasciare a Draghi l’onere di dire la verità su Quota 100 e la sua insostenibilità sociale (è contro i giovani), economica (distrugge più posti di lavoro di quelli che crea) e finanziaria? Perché deve essere Draghi a dire che l’ecobonus 110% va assolutamente prorogato per i grandi palazzoni anni ‘50-‘60-‘70 del secolo scorso -dove le famiglie di lavoratori posseggono un appartamento che vale in cifra assoluta meno di quanto lo ha pagato la generazione precedente a quella di chi lo abita e lo possiede oggi, determina oneri crescenti per il riscaldamento e il raffreddamento, ed inquina a più non posso sia in estate, sia in inverno-, ma va drasticamente ridimensionato -riportandolo dove stava prima del 2018- per le villette singole? O ancora: perché lasciare al solo Draghi il compito di mettere fine al cashback? Ecco riaffiorare il massimalismo propagandistico : imposta patrimoniale a parole e reale trasferimento di risorse pubbliche a favore di chi è più dotato di ricchezza patrimoniale.

Quirinale, ora si fa sul serio. Il presidente della Camera Roberto Fico, ha convocato i due rami del Parlamento in seduta congiunta il 24 gennaio prossimo. All’iper attivo Salvini, Letta ha risposto che fino a quando rimane in campo la candidatura di Berlusconi è improponibile per il Pd lavorare con il centrodestra per una candidatura condivisa. Lei come la vede?
Tutti sanno che non c’è alternativa ad una scelta condivisa: se la larghissima maggioranza parlamentare che sostiene il governo Draghi organizza una rissa all’ultimo voto (di franco tiratore) al suo interno, il Governo cade e il Paese getta alle ortiche il clima di fiducia che si è creato in questa fase, nonostante la pandemia. Dunque, chi dirige i partiti che fanno parte della maggioranza, a partire da Berlusconi (che sa di non poter essere eletto: può legittimamente aspirare al ruolo di king maker, se altri, che potrebbero intestarselo, vi rinunciano), deve lavorare alla costruzione di una intesa, su di un nome da proporre anche a Fratelli d’Italia (Meloni, a quel punto, non potrà che farlo proprio: pagherebbe troppo cara la divisione del centrodestra sul Presidente). Tutti si affannano a dire che col 2023 “tornerà la politica“: sulla elezione del presidente della Repubblica si decide se questa prospettiva è una buona speranza o lo scenario del peggiore degli incubi.

I riflettori mediatici sono puntati su Mario Draghi. C’è chi lo vuole subito al Quirinale e altri preferirebbero che restasse a Palazzo Chigi fino alla scadenza naturale della legislatura, nella primavera 2023. Lei da che parte sta?
Se si procede a un’intesa nella maggioranza di governo, da estendere poi a Fratelli d’Italia, si può scegliere di eleggere Draghi presidente della Repubblica o di chiedergli di continuare a fare il presidente del Consiglio, in un clima di stabilità comunque rafforzato. Se la maggioranza di governo non regge alla prova e si spacca sul Presidente, neppure il prestigio e la credibilità di Draghi saranno in grado di evitare un disastro. Vorrei, su Draghi, aggiungere una riflessione che riguarda più da vicino la sinistra: D’Alema, per ultimo, ha dato conto di un giudizio di lontananza, se non addirittura di ostilità, che una parte minoritaria della sinistra nutre nei confronti di Draghi. Una recente indagine demoscopica realizzata da Sociometrica su “ Il fattore Draghi e la politica italiana“ ha fatto emergere che gli elettori del Pd “sentono” Draghi vicino alle posizioni del loro partito, mentre quelli della Lega lo avvertono molto “lontano”. Forse – se il Pd vuole ridurre il baratro che separa la funzione politica che svolge dal livello di consenso elettorale che ottiene -, bisognerebbe lavorare di più su questa percezione. Che non nasce dal nulla, ma dalla cultura politica che lo stesso Draghi ha detto essere sua ed è una delle culture politiche fondanti del Pd: quella liberalsocialista e liberaldemocratica.

Mentre nei palazzi della politica e nei salotti mediatici impazza il toto-presidente, l’Italia fa i conti con Omicron. La crisi pandemica è tutt’altro che risolta. Questa constatazione di fatto giustifica il permanere di una maggioranza di governo come quella attuale, che definire spuria è un eufemismo?
Giustifica la permanenza di una maggioranza e di un governo che proprio sul contrasto alla pandemia (vaccini) e sul Pnrr hanno fondato la loro esistenza, dando buona prova. Nelle ultime settimane il cammino del governo si è fatto più lento e faticoso. Ma un rilancio è possibile, se la prova della Presidenza della Repubblica sarà ben superata.