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Per i riformisti il silenzio è la scelta peggiore

Giovanni Cominelli martedì 1 Dicembre 2020
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di Giovanni Cominelli

 

Della lunga assenza di Libertà Eguale dalla battaglia politica nazionale – salvo i preziosi contributi intellettuali di singoli al dibattito pubblico e l’opera quotidiana della Rivista on-line omonima e di PER – Enrico Morando ha individuato la causa nella frammentazione politica in varie sigle dell’area culturale riformista: Base riformista, Italia Viva, Azione, Più Europa, Base Italia, per ricordare qui solo le sigle più significative. Veramente, nella relazione di Morando anche la sigla PD come tale è annoverata, forse troppo generosamente, tra le forze riformiste.

In ogni caso, Libertà Eguale non è riuscita a fungere da punto di intersezione e di condensazione dei riformisti italiani, quale era previsto dalla sua vocazione originaria: quella di unire i riformisti. Potrà tornare ad esserlo? Pare difficile, considerato che pressoché tutti gli uomini di Libertà Eguale son distribuiti, quasi tutti, nel PD. La politica e i ruoli esercitati dentro del PD perciò condizionano, inevitabilmente, Libertà Eguale.

In quale misura e con quale intensità questo accada, lo ha fatto intendere limpidamente intendere Stefano Ceccanti. Il quale ha descritto una situazione in cui tutta la politica italiana è sospesa nell’attesa dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica nel 2022, cioè del configurarsi dello schieramento che lo sceglierà. Di qui ad allora, si tratta di galleggiare. Dimentichiamoci, per ora, le riforme istituzionali, che pure sono uno dei cardini delle vecchie Tesi di Libertà Eguale. Nel frattempo, cerchiamo di trasformare il populismo cattivo in quello buono, questa da tempo la tesi di Giorgio Tonini. Perciò teniamo in piedi il governo Conte. Ceccanti ha descritto i fatti, senza nascondere la convinzione che, proprio in quanto tali, devono anche diventare normativi, cioè linea politica. E’ il principio di realtà, bellezza!

Se questo è il quadro, l’elaborazione riformista, relativa alle riforme istituzionali, al mercato del lavoro, alla tempestosa relazione Stato-Regioni, all’industria 4.0, al 5G, alla riforma della scuola ecc… diventa un puro e inutile esercizio retorico, a futura memoria, dopo il fatidico 2022. Intanto si va felpatamente verso una legge elettorale proporzionale, alla faccia dell’elezione diretta da parte dei cittadini sia dei deputati sia del governo. Addio cittadini sorgenti dall’acque! Se Gigi Covatta invoca, nel suo intervento, un “nuovo pescaggio sociale del riformismo”, l’acqua è sempre più bassa. Se Libertà Eguale si piega dentro questo scenario, perde le ragioni della propria esistenza.

Intanto, “il mondo là fuori” sta aspettando di tutto, eccetto che il 2022. Se l’Italia politica attende la data fatidica, l’Italia reale guarda altrove. Il 47% degli elettori aventi diritto tende all’astensione. La crisi socio-economica è solo all’inizio, con il Covid dovremo convivere a lungo, anche con il vaccino in vena, il governo soffre di indecisionismo e di paralisi, la burocrazia detiene tuttora un enorme potere di intralcio e di veto, un’alternativa di destra, fondata sulla rabbia, continua a crescere. L’idea furbesca di scompigliare il blocco già incrinato della destra con il grimaldello della legge elettorale proporzionale può forse ottenere un successo momentaneo, salvo far precipitare il Paese nell’ingovernabilità inconcludente e nel declino.

Claudio Petruccioli ha fatto notare che i principali partiti si collocano tra il 25% e il15% e che non si dà più nessuna conventio ad excludendum, che delimiti a priori un’area e “costringa” gli inclusi a governare. E anche supposto che l’Italia politica e quella reale attendessero unanimi il 2022, non lo attendono tutti gli altri Paesi, né a livello europeo né a livello mondiale.

C’è spazio per i riformisti? Sì, se lo vogliono attraversare. Si presenta oggi come un deserto? Anche nel deserto si può gridare. Il silenzio è la scelta peggiore.

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