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di Ileana Piazzoni

 

Sul reddito di cittadinanza – Cap. 4

 

 

L’errore più grave dell’impianto del reddito di cittadinanza risiede nella confusione tra politiche di contrasto alla povertà e politiche attive.

E’ un errore che deriva da quello principale: quello di far coincidere il povero con il disoccupato. Non è così.

 

Essere poveri

E’ probabile che chi è povero sia disoccupato, ma sono moltissimi i poveri assoluti che hanno un’occupazione. Solo che

– fanno lavori malpagati, perché non hanno istruzione sufficiente per aspirare a lavori meglio retribuiti;

– oppure hanno molti figli e non essendoci servizi di cura uno dei genitori deve restare a casa, anche potendo trovare un lavoro, e un solo stipendio medio-basso non basta (se non si hanno parenti vicini può bastare 1 solo figlio a generare questa condizione);

– se poi risiedono in zone dove è usuale il lavoro nero, risulteranno come poveri assoluti pur avendo un lavoro, magari anche non saltuario (normalmente non sono stipendi da favola);

– in alcuni casi c’è sì disoccupazione ma ci sono anche problemi di salute, spesso psichica, o di dipendenze, o disabilità gravi, tutte cose che rendono impossibile un inserimento lavorativo;

– poi ci sono i minorenni: per loro è necessario un intervento che possa consentirgli di avere un’istruzione adeguata ma anche la possibilità di costruire relazioni sociali che li possano far uscire dall’emarginazione (quasi tutti vanno a scuola, ma sappiamo bene che di per sé non è sufficiente a consentire a un bambino o ragazzo con forti problematiche alle spalle di vedere nello studio una possibilità di miglioramento);

– discorso simile vale anche per i portatori di disabilità meno gravi: solo dei percorsi specifici possono consentire studi adeguati e inserimento lavorativo;

– ci sarebbe poi anche la questione della nazionalità: per le persone immigrate, ci sono difficoltà molto più elevate sotto ogni punto di vista.

Potrei proseguire, ma credo sia chiaro.

 

Essere disoccupati

Essere disoccupati, invece, non vuol dire necessariamente essere poveri. Si può appartenere a una famiglia con reddito adeguato, come figli, o come coniugi. Si possono possedere per eredità patrimoni più o meno grandi. La condizione di disoccupazione resta un problema, ma la persona in questione non vive in condizioni di povertà.

Tutti coloro che sono in condizione di lavorare, a prescindere dal loro reddito e patrimonio familiare, hanno diritto a poter usufruire di efficaci politiche attive del lavoro, di centri per l’impiego ben funzionanti, di banche dati interconnesse, di percorsi di formazione e riqualificazione modulati sui bisogni effettivi del mercato del lavoro.

Coloro che hanno un reddito e un patrimonio familiare sotto una certa soglia, sia che lavorino sia che non lavorino, devono aver diritto a un’integrazione, a un sostegno da parte dello Stato, con un meccanismo che metta sempre al centro la possibilità di superare quella condizione di bisogno, che normalmente sono percorsi lunghi e complessi, con l’attivazione di servizi di vario tipo, con modulazioni attente a evitare la c.d. trappola della povertà, cioè la convenienza a restare in quella condizione piuttosto che ad impegnarsi per uscirne.

 

Reddito di cittadinanza: un probabile fallimento

Il sistema del reddito di cittadinanza considera la disoccupazione il primo problema dei poveri assoluti e interviene sui centri per l’impiego con percorsi specifici per loro. Come se centri per l’impiego che non funzionano per nessuno, nemmeno per coloro che hanno una “profilazione” di ottimo livello (sono quindi facilmente occupabili), possano magicamente produrre proposte di lavoro per un target difficilmente occupabile, per tutte le ragioni sopra esposte.

Questo porta con sé due probabili fallimenti:

– sia quello del contrasto alla povertà, quando sarà evidente che i cospicui (soprattutto al Sud per via del minore costo della vita) sussidi saranno a tempo indeterminato, renderanno non conveniente accettare impieghi sotto una certa soglia di retribuzione (cosa che in sistemi sani può anche portare virtuosamente a un rialzo dei salari, ma che in zone come il Sud Italia è purtroppo facile immaginare che spingerà a una ulteriore diffusione del lavoro sommerso) provocando una reazione avversa allo strumento da parte delle zone più produttive;

– sia quello delle politiche attive, che dovranno misurare i propri risultati sul target più difficile da rioccupare.

E questo senza tenere conto della modalità con cui le due politiche sono state miscelate, in un iter che ha dell’incredibile. Ma questo lo vedremo nel prossimo capitolo.

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