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Ratzinger, la pedofilia e il ’68: la difficile Pasqua della Chiesa

Giovanni Cominelli sabato 20 aprile 2019
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di Giovanni Cominelli

 

L’occasione degli “Appunti” del Papa emerito, Joseph Ratzinger, pubblicati in questi giorni sul Corriere della sera e sul Klerusblatt – il Foglio del Clero, mensilmente pubblicato in Baviera – è stata fornita dalla Conferenza dei presidenti di tutte le Conferenze episcopali, tenutasi in Vaticano dal 21 al 24 febbraio scorso, per riflettere insieme, avverte Ratzinger, “sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori”. Gli “Appunti” sono suddivisi in tre parti: la prima tratta delle origini della questione della pedofilia; la seconda accenna alle conseguenze sulla formazione e sulla vita dei sacerdoti; la terza sviluppa alcune prospettive e suggerimenti per una “giusta risposta” della Chiesa al fenomeno.

Non interessa qui discutere se l’iniziativa di Ratzinger si debba interpretare come l’ultimo di una serie di attacchi a Papa Francesco mossi dai settori più tradizionalisti e conservatori della Chiesa. Preferiamo di attenerci al merito delle argomentazioni del Papa emerito per saggiarne la solidità.

 

Secondo Ratzinger…

Secondo Ratzinger, la pedofilia è la naturale conseguenza della libertà sessuale rivendicata e praticata a partire dagli anni ’60: “Tra le libertà che la Rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma”. Di qui il collasso delle vocazioni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato clericale. Ratzinger rivela che “in diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente ne trasformarono il clima”. Donde la pedofilia: “Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente”.

Quel collasso coincise con quello della teologia morale cattolica “che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società”. Il tentativo di dare alla teologia morale – fino ad allora fondata quasi esclusivamente sul giusnaturalismo – delle basi integralmente bibliche ebbe un esito fallimentare. Così si approdò ad una teologia relativistica, per la quale la morale doveva essere definita “solo in base agli scopi dell’agire umano” e, comunque, in quell’ambito il Magistero della Chiesa non doveva più essere considerato infallibile.

Pertanto, quando a partire dalla seconda metà degli anni ’80, era deflagrata pubblicamente la questione della pedofilia del clero negli Stati Uniti, tra le gerarchie episcopali si affermò un “garantismo” considerato “conciliare”, in forza del quale dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati, fino al punto da escludere di fatto una condanna. Ora, il garantismo di un Diritto canonico equilibrato, dice Ratzinger, non deve proteggere l’accusato, ma anche la fede, cioè il “bene che è in gioco”.

Fin qui Ratzinger.

 

Qualche osservazione

Prima.

Anche se non possiamo dimenticare alcune dichiarazioni di Cohn-Bendit, qualche cartello delle manifestazioni dei Radicali e i “Quaderni di critica omossessuale” di Mario Mieli, tutti a favore del diritto civile (sic!) all’amore erotico per i bambini, è certamente una forzatura storica affermare che la pedofilia sia stata un fenomeno post-’68.

La pedofilia è un fenomeno presente nelle società umane da tempo immemorabile, riscontrabile anche nei Seminari e nei Conventi, almeno finché essi reclutavano bambini già dai 10 e 11 anni. Si deve al diffondersi di una cultura della centralità etica e giuridica della persona – cui anche i movimenti degli anni ’60 e successivi hanno dato un contributo – se i fenomeni della pedofilia, dell’incesto, delle spose-bambine sono diventati socialmente repellenti e giuridicamente perseguibili. Se questa cultura fosse stata condivisa per tempo anche dalla Chiesa, è probabile che i colpevoli di pedofilia sarebbero stati denunciati tempestivamente non all’Autorità ecclesiastica superiore, ma più semplicemente ai Carabinieri e alla Magistratura. Stupisce non poco che Ratzinger lamenti che il Diritto canonico, interpretato in maniera troppo “conciliare” e “garantista”, non abbia difeso la posta in gioco: cioè “il bene della fede”. Ma nel comportamento pedofilo “la posta in gioco” non è la fede, ma la persona concreta. Sarebbe bastato che le Gerarchie ecclesiastiche non avessero anteposto al Codice penale, che punisce i reati, il Diritto canonico, che si limita a punire i peccati. La pedofilia è un reato imperdonabile contro la persona, non è un peccato da coprire per salvare l’immagine della Chiesa

Seconda.

Gli anni ’60 hanno visto cadere il muro ideologico eretto nei secoli dalla Chiesa attorno all’esperienza umana della sessualità, che la rinchiudeva nella sola dimensione riproduttiva. Si cominciò a teorizzare a praticare anche la dimensione ludica e comunicativa tra persone che si amano. Fu certamente l’uso della pillola a favorire la separazione della funzione riproduttiva da quella relazionale. La Chiesa cattolica ha sempre faticato a fare i conti con la potenza antropologica della sessualità, che già Sofocle (496-406 a.C.) descriveva, chiamandola Afrodite: “Afrodite è morte, è forza indistruttibile, è frenesia furiosa, è desiderio ardente; è gemito. In lei è ogni slancio e ogni pace, ogni spinta alla violenza”. Essa è Eros e Thanatos, concluse Freud. Corretto da Lacan e da Paul Ricoeur: l’uomo non è solo Eros/Thanatos, è anche Logos, è anche Agape. D’altronde Papa Giovanni Paolo II, fortemente ispirato dai suoi studi giovanili su Max Scheler, ha proposto un’antropologia più completa della corporeità e della sessualità

Terza.

E’ anche certo che la Chiesa fa fatica a tenere conto della potenza antropologica della sessualità, quando si tratta di formare i sacerdoti nei Seminari. Ratzinger neppure nomina la parola “celibato” e, tampoco, il sacerdozio delle donne. La storia della Chiesa ci informa che il celibato fu introdotto tardi e per ragioni che avevano poco a che fare con l’esercizio del Ministero sacerdotale. Freud insegna che la sessualità si può sublimare in arte, filosofia, religione, mistica, politica, sport, guerra… Anzi: la civiltà nasce proprio da questa repressione/sublimazione. Ma occorre anche rendersi conto della enorme quantità di energia psichica necessaria per tenere sotto controllo la potenza della Libido e, soprattutto, per « amministrare » le nevrosi, le psicosi e e ossessioni che tale compressione può causare. Non credo che la crisi del Cristianesimo si debba al fatto che i preti non possono sposarsi, ma di certo questa è una delle ragioni della crisi della Chiesa quale organizzazione.

Quarta.

Come ha potuto la pedofilia, si interroga Ratzinger, raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi, la colpa non è del ’68, ma dell’assenza di Dio. “Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo criterio. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male”. Il rimedio, conclude Ratzinger, citando Hans Urs von Balthasar, consiste non nel “presupporre il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, ma nell’anteporlo!”, cioè nel riconoscerlo “come centro del nostro pensare, parlare e agire”.

 

È l’etica che ha fondato la religione, non viceversa

Ma che cosa significa questa affermazione teologica ai fini di un’elaborazione dell’etica? Per Ratzinger la perdita della fede provoca la frana dell’etica. E’ una sua vecchia tesi, già sostenuta in discussione con Marcello Pera e con Jürgen Habermas. Ma dal punto di vista della storia della specie umana, è l’etica che ha fondato la religione, non viceversa.

E’ stata la necessità di rendere stabili e indiscutibili i principi-cardine delle relazioni sociali – l’Ethos che tiene insieme i gruppi e le società umane – che ha “costretto” ad ancorare il Codice di Hammurabi (1792 al 1750 a.C) o il Decalogo (nella duplice formulazione dell’Esodo e del Deuteronomio, VI-V secolo a. C.) ad un Dio-autorità superiore, esterno alla storia e perciò giusto e neutrale. Le religioni hanno stabilizzato i legami orizzontali delle società umane, istituendo un legame verticale con Dio.

Qui si apre una discussione sui fondamenti dell’etica nel tempo presente, che però va oltre l’orizzonte e lo spazio concessi a questa riflessione.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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1 Commenti

  1. mario oliari sabato 20 aprile 2019

    L’iniziativa è di Dio, non dell’uomo! E’ Dio che ha dato una coscienza morale e i comandamenti sono un’esplicitazione di questa coscienza. L’uomo nasce peccatore ma anche anche assistito da Dio in quanto suo figlio.

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