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di Andrea Ferrazzi

 

A proposito del Piano Nazionale di Riforma e dello scostamento di Bilancio

Le grandi manovre economiche europee, in particolare il Recovery Fund, hanno analogie con il Piano Marshall, piano che ebbe tre grandi meriti:

1) rispondere all’emergenza di chi era in condizioni disperate;

2) investire sulla rinascita industriale del continente;

3) operare per la pace e la coesione economica, sociale e culturale attraverso l’integrazione europea.

Oggi la situazione è per alcuni versi simile ma con una sostanziale differenza: siamo noi stessi che possiamo e dobbiamo essere protagonisti di tutto questo.

E allora per noi oggi, con gli eccezionali stanziamenti europei e i 100 miliardi di scostamento complessivo, la sfida è di non essere meri distributori di risorse, ma capaci di investirle in interventi strutturali, guidati da una visione in grado di moltiplicarli.

La Transizione Green è asse fondamentale dell’Unione.

Nel “Programma Nazionale di Riforma” l’obiettivo ambientale del Green new deal è triplice:

– mitigazione e adattamento al cambiamento climatico;

– contrasto e riduzione dell’inquinamento e delle sue conseguenze sulla salute;

– economia circolare.

Attenzione, Green non è approccio settoriale, ma un comune denominatore che lega con un unico filo tutti gli investimenti rivolti al futuro. Non si tratta solo di “fare il tutto nel rispetto dell’ambiente”, ma capire che l’ambiente è la vera azione di business per chi vuole avere futuro. È così oggi per i gruppi bancari, è così per le compagnie assicurative, è così per i fondi di investimento, è così nella percezione comune a cui si adeguano tutte le forme di marketing.

Dico questo perché sentiamo la presenza di un miope ragionamento/sentimento del tipo “l’ambiente va bene, fa moda, ne ha parlato Greta, ora passiamo alle cose serie”. La stessa diffusione del virus, con la correlazione tra deforestazione, sprawl delle città e conseguente contatto tra uomo e animali deve insegnarci qualcosa, così come la diffusione dello stesso nelle aree inquinate.

In tutto cioè la scienza e la tecnica sono strumenti straordinari nelle nostre mani, che se usati per il giusto fine possono contribuire a portare ricchezza, giustizia, sostenibilità nella triplice dimensione: ambientale, sociale, economica. Dico scienza e tecnica “usati per il giusto fine” perché se sono svincolate dal bene dell’uomo e del cosmo, si produce un ribaltamento tra mezzo e fine proprio  del “mito della tecnoscienza”, con tutti i disastri che questo comporta. La tecnica, la scienza e dunque la ricerca, sia quella di base che quella applicata, sono strumenti essenziali per un sistema economico resiliente e sostenibile.

Opportunamente dunque il “Programma Nazionale di Riforma” parla di “Green and Innovation Deal” nazionale, che unisce investimenti pubblici a quelli privati. Ho visitato nel novembre scorso a Berkeley il Dipartimento di ricerca sui nuovi materiali per produrre rifiuti zero. Un gruppo di lavoro composto quasi esclusivamente da donne, con a capo una fisica Sicilia laureata a Roma e supervisionato da uno statunitense di origini indiane che visse l’infanzia a Torino in quanto il padre insegnava al Politecnico. Materiali bidimensionali, perché dello spessore di in atomo, che consentono la produzione di materia come nel lego, componendo e scomponendo i prodotti una volta usati con i nuovi materiali/lego pronti per nuovi utilizzi.

Il Piano nazionale di Riforma e di conseguenza anche questo ulteriore scostamento di bilancio si dovrà muovere sulle 5 piattaforme infrastrutturali:

1. materiali (ferroviarie, viarie, portuali e aeroportuali, piattaforme logistiche, intermedialità),

2. immateriali: banda larga, 5G, data center e tecnologia cloud (il tema della cittadinanza digitale non è più eludibile),

3. dell’energia (Passare da combustibili tradizionali di origine carbonica ad energia rinnovabile gestendo, nella transizione, il gas; sicurezza energetica riducendo la dipendenza dalle importazioni, diversificando le fonti di approvvigionamento, aumentando l’efficienza energetica).

4.  Del ciclo dei rifiuti (situazione a macchia di leopardo, con aree del tutto prive di impianti per il riciclaggio, dove avvengono situazioni assurde di raccolta differenziata da parte delle aziende pubbliche di rifiuti che poi diventano di nuovo indifferenziati a causa della mancanza degli impianti in grado di chiudere il ciclo. Si legga la relazione della Direzione Investigativa antimafia e la denuncia chiara ed esplicita dello stretto legame tra l’assenza di una politica impiantisca nazionale e il proliferare della criminalità anche di stampo mafioso, tanto al sud quanto al nord);

5. E poi la grande infrastruttura della conoscenza, forte della coesione sociale che, basandosi sulla giustizia sociale e sul merito, è il vero patrimonio immateriale del Nostro paese.

Accanto a queste riforme del nostro Paese serve la riforma dell’Unione. La prossima conferenza sul futuro dell’Unione attesa per dopo l’estate affronterà il tema del passaggio delle decisioni da unanimità a maggioranza qualificata. In gioco c’è il passaggio dalla partecipazione per pura convenienza congiunturale alla scommessa in un’impresa comune: gli Stati Uniti d’Europa. Coscienti del fatto che i veri patrioti siamo noi europeisti.

D’altronde, dov’erano gli amici di Salvini e della Meloni quando il nostro governo si batteva per gli italiani e quando esponenti di primo piano di partiti stranieri alleati al Partito Democratico manifestavano sotto le ambasciate italiani a sostegno del nostro paese? Erano a combattere perché gli italiani “non ricevessero un centesimo”, ecco dov’erano. E allora forza, avanti, consapevoli che se da vent’anni siamo indietro nell’eurozona per classifiche e previsioni di crescita, questa può e deve essere la nostra grande occasione.

Dunque molto bene l’emissione di bond comuni e dunque la condivisone del debito: passaggio storico dalle grandi prospettive. In coerenza con ciò anche le norme fiscali europee devono essere strumenti per orientare la riconversione strategica capace di produrre ricchezza, benessere e forza politica del nostro continente: plastica tax, Carbon tax, digital tax non per fare cassa ma per fare futuro.

[Le riforme tanto a livello europeo che nei singoli Stati nazionali devono mirare ad un’Europa federale, capace di essere degna del propio passato e dunque in grado dei essere interlocutore forte e credibile nella lotta politica con le potenze mondiali presenti ed emergenti. Non c’è futuro per i singoli stati senza l’Unione europea].

Siamo fermi? No, non siamo fermi. Molti interventi sono già in essere, dal Decreto Cura Italia, al Decreto Liquidità, al Decreto Rilancio al Semplificazioni. Passando per i 4 Pareri sull’Economia circolare, votati la scorsa settimana in Commissione Ambiente in Senato dopo 3 mesi di lavoro, [che indirizzano il Decreto legislativo che modifica le norme nazionali, in particolare il Codice dell’Ambiente, recependo le 4 Direttive europee del 2018, all’interno del quadro che quest’aula, con la legge di Delegazione europea 2018, aveva definito lo scorso anno.]

Nella Priorità 5 degli “Obiettivi per lo Sviluppo sostenibile” c’è al punto 11 la voce “Città e Comunitá sostenibili”: mitigazione e adattamento, reti idriche, sistema fognario. Due parole su questi ultimi due punti. Reti idriche: la situazione è drammatica  al sud, ma del tutto inefficiente in tutto il Paese, con perdite di sistema del 50%. Reti fognarie: ormai non più in grado di assorbire le precipitazioni eccezionali che sono divenute, ossimoro, ormai norma per le nostre città (da Palermo a Torino passando per Biella), anche a causa dell’impermealizzazione galoppante che ha ridotto in modo drammatico la capacità di assorbire le precipitazioni.

Un ultimo approfondimento sulle Città, tema strategico e mai adeguatamente posto a tema.

La legge urbanistica nazionale di riferimento è del 1942; il Decreto fondamentale che definisce tipologie, distanze, altezze, volumetrie, sagome, indici di densificazione, oneri e altro è del 1968.

Decenni totalmente diversi per composizione sociale, crescita demografica, struttura economica. Anni di “urbanistica espansiva e settoriale” quando ora invece serve una “urbanistica rigenerativa e olistica”.

Consumiamo ogni anno una superficie vergine di suolo pari all’estesione della Città di Bologna, mentre i 3/4 del patrimonio edilizio privato residenziale in Italia è di classe energetica G, la peggiore. Lo Sprawl urbano produce “città deliranti”, che implicano comunità spaesate e impaurite.

Dobbiamo mutare radicalmente la rotta, dobbiamo produrre un grande piano di rottamazione edilizia, demolendo e ricostruendo, in una visione rigenerativa tanto dell’urbs quanto della civitas.

Per realizzare tutto questo serve una policy nazionale sulle città che nel Paese dei mille Comuni non c’è mai stata. Dobbiamo superare la parcellizzazione dei progetti urbani magari anche importanti, come il Piano città o il Bando periferie, ma lasciati ad una frammentazione programmatoria priva di continuità e visione. Servono dunque una policy e una governance, ciò un “luogo” istituzionale nazionale capace di produrre tutto questo.

I fondi che questo Governo si è conquistato in Europa e quelli messi a disposizione dal Bilancio dello Stato servono a questo, nulla meno che a questo.

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