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Rifondare nuovi partiti partendo dagli obiettivi dell’Agenda 2030

Giovanni Cominelli domenica 23 Maggio 2021
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di Giovanni Cominelli

L’ultimo a parlare, in ordine di tempo è stato Tony Blair, in un articolo dell’11 maggio, pubblicato sul New Statesman, la rivista londinese della sinistra, fondata nel 1913 da esponenti della Società Fabiana: “Senza un cambiamento radicale, il Partito laburista morirà… Il partito laburista ha bisogno di una completa decostruzione e ricostruzione. Niente di meno andrà bene… I partiti politici non hanno alcun diritto divino di esistere e i partiti progressisti di centro e centro sinistra stanno affrontando l’emarginazione, se non addirittura l’estinzione, in tutto il mondo occidentale…”.

Insomma: “I progressisti radicali non sono ragionevoli e quelli ragionevoli non sono radicali. La scelta è quindi tra chi non riesce a ispirare speranza e chi ispira tanta paura quanta speranza”. Fin qui Tony Blair, che ha dovuto prendere atto che anche la sua Terza via si è persa nel deserto.

Incominciamo, dunque, come suggerisce Blair, con una constatazione radicale.

La Sinistra del Lavoro, la sinistra sociale, la sinistra della lotta di classe, “la sinistra di classe” in tutte le versioni, che l’Ottocento/Novecento ci ha squadernato – anarchica, fabiana, laburista, cristiana, socialista, socialdemocratica, comunista – non ha più fondamento storico-materiale. È la sinistra nata attorno al 1848. È finita, ha perso il suo ruolo storico-sociale. Difficile accettare questo fatto da parte delle generazioni che hanno costruito una storia, sacrificato milioni di vite umane, cesellato un’identità. Riconoscere questa realtà è doloroso. Come se si venisse precipitati in un abisso di inutilità e di insignificanza. Ovviamente, il Lavoro non è finito. Ma certamente è sempre più inadeguata la sua interpretazione dentro le griglie del “pensiero di classe”.

In primo luogo, perché esso è “la fondamentale dimensione dell’umano esistere”, cioè riguarda tutti quanti, proletari e capitalisti, intellettuali e manager…”. Così definisce il lavoro l’Enciclica Laborem Exercens del 1981, sulla scia della Rerum Novarum del 1891, della Quadragesimo Anno del 1931, della Octogesima Adveniens del 1971. Il lavoro è la continuazione del compito affidato agli uomini dal Libro della Genesi: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela” (Gen.1,28). Dove “terra” significa “quel frammento dell’universo visibile, del quale l’uomo è abitante”, che le generazioni e le civiltà scoprono e dissodano perennemente, per necessità, per curiosità, per destino. Il lavoro, mediante il quale l’uomo “soggioga la terra” è liberazione delle facoltà umane e fioritura umana. L’immediata conseguenza di questa visione è che il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, donde il principio della priorità del “lavoro” nei confronti del “capitale”, cioè dell’insieme dei mezzi di produzione.

A queste alate parole Marx avrebbe obbiettato che i proprietari dei mezzi di produzione restituiscono al lavoratore solo una quota minima del valore che lui ha generato, spesso in condizioni bestiali di sfruttamento. Perciò i comunisti hanno tentato di sostituire alla proprietà privata dei mezzi di produzione quella statale. I socialisti/socialdemocratici hanno optato per soluzioni più leggere: nazionalizzazioni, compartecipazione agli utili, cogestione, welfare redistributivo.

Ma il fallimento dell’ambiziosa opzione comunista – che non è stata in grado di sviluppare le forze produttive meglio dei proprietari privati dei mezzi di produzione – e l’insufficienza del welfarismo socialdemocratico hanno lasciato aperta la questione di chi sviluppa meglio le forze produttive.
La competizione tra le forze sociali, rappresentate da sigle politiche, avviene esattamente su questo terreno. La borghesia ha vinto la competizione con l’aristocrazia dei proprietari terrieri, nobili e clero. Di lì è nata la prima rivoluzione industriale, poi la seconda, la terza, la quarta. Il proletariato e i suoi partiti e sindacati, invece, sono stati sconfitti. Pare, per ora, che le migliori condizioni per lo sviluppo siano garantite solo dalla proprietà privata dei mezzi di produzione.

Intanto la natura delle forze produttive è cambiata: la conoscenza è diventata la forza motrice del nuovo sistema; la terra è entrata nel circuito produttivo non solo come risorsa, ma anche come vincolo; la demografia sta diventando, a sua volta, un vincolo per la terra. In gioco, al fondo, non sta più soltanto il destino dell’individuo, ma quello della specie.

In questo schema, diventano decisive le nuove diseguaglianze tra chi ha accesso al sapere e chi non ce l’ha, tra chi abita nelle città e chi nelle aree interne, tra chi è connesso e chi non lo è, piuttosto che tra chi ha e chi non ha la proprietà dei mezzi di produzione. Nuove diseguaglianze tra nuovi soggetti. Con ciò vengono meno le classi storicamente studiate dalla sociologia. Perciò destra e sinistra classiche non sono più nomenclature di classi, ma depositi di tradizioni, identità, linguaggi in via di esaurimento, al cospetto di un mondo cambiato.

Che fare? Esclusa l’opzione fondamentalista, per la quale si finisce sempre per voler ritornare alle origini e avviare un qualche processo rifondativo, che cosa resta? È ancora necessario costruire una destra e una sinistra? C’è una stella polare nascosta da qualche parte del cielo o ce ne sono troppe e indistinguibili?

Si potrebbe incominciare confrontandosi con gli obiettivi definiti dall’Agenda 2030 dell’ONU. Solo a partire da questo scenario si potranno intravedere, in itinere, i profili di nuovi soggetti politici.

Restano le risorse dell’etica. Ci sono varie etiche a disposizione, ma tutte hanno bisogno di un fondamento trascendente. Senza il quale l’etica si adagia sui fatti. Ossimoro evidente! Quale trascendenza? Dio, la Terra, la Specie, la Persona?

Per costruire una rappresentanza politica in grado di dare voce a nuovi soggetti sociali in formazione sono necessarie, dunque, non soltanto le risposte a quell’Agenda che aprono gli orizzonti su un capitalismo inclusivo – l’espressione è di papa Francesco – o comunitario, consapevole dei vincoli ambientali e demografici. Serve anche un’antropologia filosofica. Rispondere alla domanda “che cos’è l’uomo oggi?” è permanentemente necessario. Ritornano così attuali i tentativi fatti già nel corso degli anni ’30 del ‘900 dal personalismo comunitario di Emmanuel Mounier e di Jacques Maritain e le visioni antropo-cosmologiche di Teilhard de Chardin.

Editoriale da santalessandro.org di sabato 22 maggio 2021

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