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di Marco Leonardi

 

Anche se – giudicando dalle proposte depositate in Parlamento –  i benefici reali del salario minimo potrebbero essere ben inferiori ai costi, è probabile che il salario minimo si faccia.

È giusto farlo perché c’è una convergenza in Parlamento e perché da venti anni i salari degli italiani ristagnano ed è diffusa la percezione che i nuovi lavori (per esempio su piattaforma) e i contratti atipici abbiano bisogno di una garanzia salariale.

 

Niente salario minimo se non si interviene sui contratti

Il problema è come si farà, perché i 5 progetti di legge depositati in Parlamento sono tutti gravemente insufficienti. Non considerano una cosa fondamentale, ovvero che non si può imporre un salario minimo legale senza contemporaneamente intervenire sui contratti nazionali e sui contratti aziendali.

Non importa che il livello di 9 euro sia sbagliato perché troppo alto e non importa neanche che proporre 9 euro “netti” non abbia nessun senso (forse il “netto” prende esempio dal valore dei voucher che è di 9 euro netti, ma i voucher sono esentasse quindi il lordo è uguale al netto, non è evidentemente così per i lavori a salario minimo). Non importa infine che si assicuri che il salario minimo possa valere solo in mancanza di un contratto nazionale perché, visto che i contratti nazionali sono circa 800, i lavoratori formalmente esclusi sono davvero pochi.

 

I rischi conseguenti

Il problema vero è che se pensi di introdurre solo il salario minimo ignorando la riforma di contratti nazionali ed aziendali rischi di scatenare la corsa al ribasso dei salari con le micro aziende che invece di applicare i minimi salariali dei contratti nazionali escono dalle associazioni datoriali e applicano il salario minimo. In questo modo avremmo il paradosso che invece di indurre un aumento dei salari potremmo assistere alla diminuzione dei salari di fatto e all’aumento del lavoro nero (magari le imprese diminuiscono le ore lavorate attraverso il part-time e scaricano parte dei costi sullo Stato che paga il reddito di cittadinanza).

Non esistono quindi scorciatoie, il complesso dei contratti nazionali e aziendali e del salario minimo va affrontato insieme. Del resto in tutti i paesi che hanno introdotto recentemente il salario minimo (per esempio UK e Germania) lo studio fu lungo e approfondito e questi paesi erano facilitati dal fatto che il contratto nazionale aveva già perso gran parte della sua copertura per cui il salario minimo aveva un effetto complementare al contratto nazionale (cioè agisce dove il contratto non c’è), da noi invece rischia di avere un effetto sostitutivo.

In assenza di contratti aziendali nelle micro imprese, in Italia la flessibilità dei salari (per territori e aziende assai diverse perfino nello stesso settore) è data da 800 contratti nazionali, alcuni dei quali -a volte definiti “accordi pirata”- definiscono bassi livelli salariali senza controllo della effettiva rappresentatività sindacale delle parti che negoziano e sottoscrivono.

 

Il modello alternativo

Il modello alternativo che garantisce la flessibilità dei salari necessaria al variegato sistema italiano è quello costituito da tre elementi:

-da pochi contratti nazionali “rappresentativi”,

-da contratti aziendali che possono derogarvi per adattarsi alle necessità delle singole aziende

-e dal salario minimo che fa da limite inferiore.

È chiaro che in Italia non manca solo il salario minimo legale ma se si vuole passare da un modello di contrattazione all’altro serve anche un intervento che riduca i contratti nazionali e uno che dia facoltà di deroga ai contratti aziendali (cosa che oggi avviene in maniera imperfetta e monca del salario attraverso l’articolo 8 del 2011, ministro Maurizio Sacconi).

Il salario minimo era presente nella già nella legge delega del Jobs Act nel 2015 ma che non fu mai implementato. Anche il passato governo accarezzò l’idea di intervenire sui contratti nazionali e aziendali ma l’opposizione delle parti sociali e la mancata volontà del Governo di forzare la mano determinarono lo stop a quella operazione.

 

Il ruolo del CCNL

Le parti sociali difendono il ruolo preminente del CCNL e la loro autonomia negoziale ed hanno stretto diversi accordi tra le parti che articolano i criteri per misurare la rappresentatività di chi può firmare contratti nazionali. Ancora oggi difendono il ruolo dei CCNL però si sono resi conto che i soli accordi tra le parti non possono funzionare e si sono orientati a chiedere una legge che li assorba. Lo hanno fatto in maniera quasi esplicita nel 2018 firmando un nuovo accordo tra le parti, il cosiddetto “patto della fabbrica” in cui si rivendica anche sostanzialmente la primazia dei salari minimi di settore fissata nei CCLN.

Può essere che sia venuto il tempo di agire, ma passare da un sistema di contrattazione ad un altro è una decisione di importanza fondamentale che richiede una riflessione approfondita e può avere effetti assai incisivi sull’economia: non si può farlo senza le parti sociali né tantomeno si può fare solo il salario minimo a 9 euro.

Professore di Economia all’Università Statale di Milano. E’ stato consigliere economico della Presidenza del Consiglio. È responsabile del Dipartimento Economia del Partito Democratico. Fa parte della Presidenza Nazionale di Libertà Eguale.

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