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Salvatore Veca alla Statale, dal marxismo a Rawls

Giovanni Cominelli venerdì 8 Ottobre 2021
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di Giovanni Cominelli

 

La biografia di Salvatore Veca incomincia nell’Università Statale di Milano degli anni ’60. L’Università, all’epoca, era un pulsante laboratorio a cielo aperto, senza tetto di protezione. A Filosofia teoretica Enzo Paci, a Filosofia morale Remo Cantoni – memorabile un suo seminario con Paul Ricoeur – a Storia della Filosofia Mario Dal Pra, a Filosofia della Scienza Ludovico Geymonat, a Storia Marino Berengo… Ci era passato anche Gillo Dorfles.

Il marxismo, nelle sue più varie sfumature, era dominante. Il più marxiano-dialettico era quello di Mario Dal Pra, più dellavolpiano quello di Geymonat. Quello di Enzo Paci era più light, più umanistico. La fenomenologia husserliana, cui Paci aveva dedicato più di un libro, era stata presa e trasformata da lui in una riflessione meno epistemologizzante e più aperta al marxismo. Il testo più organico si deve considerare “Funzione delle Scienze e significato dell’uomo”, edito dal Saggiatore nel 1963. La parte terza era dedicata specificatamente a “Fenomenologia e marxismo”, nella quale si tentava un rovesciamento umanistico del “Soviet marxism”, già contestato da Marcuse nel libro omonimo del 1958, il cui sottotitolo era “A Critical analysis”. In questa temperie, la sua fenomenologia cessava di essere un sistema per diventare una sorta di crocevia culturale, dal quale partivano strade nelle più diverse e opposte direzioni. La Rivista “Aut Aut”, era il luogo di condensazione teorica di tale crocevia. Le lezioni di Paci attiravano un sacco di giovani, ma anche di aficionados urbani, che venivano ad ascoltare le brillanti conversazioni filosofiche, dense di riferimenti storico-culturali.

E fu così che Salvatore Veca, iscritto a Lettere, decise di passare a Filosofia. La sua tesi di laurea fu comunque molto accademico-gnoseologica. L’argomento era quello delle categorie della modalità in Kant: possibilità, esistenza, necessità. Queste categorie sono le meno aristoteliche tra le dodici categorie della Ragion pura. “Possibilità” ed “esistenza” sono, in effetti, le categorie più inquiete di Kant, che l’esistenzialismo avrebbe preso in prestito, forse inconsapevole, dal kantismo, versione neo-. Quella della “necessità” è più hegelo-marxiana. Ad Enzo Paci interessavano tutte e tre. All’esistenzialismo aveva dedicato dei saggi, scritti tra il 1941 e il 1949, raccolti poi nel libro “Il Nulla e il problema dell’uomo”, dedicato a Nicola Abbagnano, filosofo dell’esistenzialismo positivo. Quanto alla “necessità”, tentava di reinterpretarla, come si è detto, essendo attento all’umanesimo dei Manoscritti Economico-filosofici e alle interpretazioni umanistiche del marxismo del filosofo del futuro dissenso cecoslovacco Karel Kosik e del polacco Lezlek Kolakowski. Conclusione: a Salvatore Veca il nostro Maestro “suggerì” l’argomento della tesi.

Ma la Statale era anche ribollente di politica. Aveva, sì, incominciato la Cattolica nel novembre del 1967, ma il fuoco si era esteso a tutte le Università, la Statale in primis. Anche la politica attraeva. Ma Salvatore era più interessato a pensarla che a farla. Come tenere insieme l’interesse teoretico con quello politico? Semplice: con la Filosofia… politica. All’epoca in Italia non esisteva un tale ambito epistemologico. La politica era pensata, filosoficamente e accademicamente, principalmente dentro la Filosofia del diritto o dentro la Filosofia morale. Vedi Norberto Bobbio. Ci trovammo di fronte a un bivio.

Provenendo dagli studi a Berlino, avevo portato a Veca un libro di filosofia politico-morale di Manfred Riedel, fuggito nel 1957 dalla DDR, che proponeva le categorie fondamentali della filosofia politica by-passando Marx all’indietro verso Hegel e verso la filosofia pratica di Aristotele. Quel libro non mi è più stato restituito. A me, ormai gettato nella politica, non serviva più, a Veca sì, per allontanarsi definitivamente da ogni tentazione marxista.

D’altronde, in quella metà degli anni ’70, si cominciava a parlare e a scrivere di crisi del marxismo. Cacciari proprio nel 1976 se ne usciva con “Krisis”, che rivalutava il pensiero negativo, abbandonando con ciò pretese storico-metafisiche del marxismo dottrinario. In quegli anni il Maestro di Veca diventerà ben presto John Rawls, filosofo politico-morale dell’Università di Harvard. Theory of Justice uscì nel 1971, tradotto in italiano solo nel 1982, grazie all’iniziativa di Veca.

Non è questo il luogo per dilungarci sulle categorie fondamentali del pensatore americano. Importa qui sottolineare lo straordinario lavoro teorico, culturale e educativo verso migliaia di ragazzi fatto controcorrente e quotidianamente da Salvatore Veca per impiantare nel pensiero politico italiano un pensiero socio-politico radicale nelle premesse e riformista nella prassi. “Migliorista” avremmo incominciato a dire negli anni ’80, da “meliorism”. Il migliorismo teorico avrebbe sostenuto la corrente riformista, socialdemocratica e poi liberal dentro il PCI. Questa coltivazione delle radici approdò al “Progetto 89. Tre saggi su libertà, eguaglianza, fraternità, Milano, Il Saggiatore, 1989”, dove, insieme ad Alberto Martinelli e a Michele Salvati, si posero le basi culturali del passaggio dal PCI all’attuale Partito democratico. Quanto la sinistra e il PD, in particolare, abbiano fatto propria quella lezione resta tuttora problematico dire.

In ogni caso, poi, Salvatore Veca non ha disdegnato la politica, non solo come impegno culturale e teorico e come docente, che gli competeva, ma anche come prassi. L’impegno politico era un’attività nobile, moralmente necessaria. Un giorno, mentre arrivavo trafelato, ma dotato della classica 24ore, ad un ennesimo dibattito alla Casa della Cultura mi salutò seriamente, quasi con invidia amichevole, come “un decisore”. Gli risposi che non decidevamo proprio nulla in questo sistema politico-istituzionale e che era meglio per lui che continuasse a fare il filosofo della politica. Eletto in Consiglio comunale a Milano, dovette constatare di persona “l’impotenza” della politica e tornò a dedicarsi, disilluso, al suo mestiere. Che è stato intensamente politico.

Trapiantare le categorie di Rawls nella cultura della sinistra italiana fortemente segnata dal gentilianesimo – lo stesso Enzo Paci era nato come gentiliano – dal crocianesimo e dal gramscismo reinterpretato crocianamente da Togliatti, è stata un’impresa straordinaria, benché tutt’altro che compiuta. Non che se ne dolesse più di tanto. Salvatore non pretendeva di essere l’intellettuale organico, che pure aveva visto in azione all’Università statale e altrove. Aveva appreso dalle sue frequentazioni del miglior pensiero americano che il pensatore non è il Mosè che conduce verso la Terra promessa e verso l’uomo nuovo. Non esistono né l’una né l’altro. Il che non dispensa dall’assumersi le responsabilità del presente per tenere insieme faticosamente il contratto imperfetto degli uomini.

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