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Quando Veca confessò: “credevo che il Pci fosse un partito socialdemocratico, invece…”

Claudio Petruccioli venerdì 8 Ottobre 2021
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di Claudio Petruccioli

 

Claudio Petruccioli, amico di Salvatore Veca dai primi anni 70, ci autorizza a pubblicare uno stralcio del suo libro con queste parole: “Non è certo un caso se, nelle conclusioni della mia lunga conversazione con Emanuele Macaluso, pubblicata da Marsilio con il titolo Comunisti a modo nostro, ricorro – in un passaggio molto impegnativo – all’intervista che Veca aveva appena rilasciato al direttore de Il Mulino Mario Ricciardi, una sorta di bilancio del suo itinerario politico-intellettuale”. Pubblichiamo con grande piacere e gratitudine. 

 

Ho da poco letto un’intervista a Salvatore Veca per «il Mulino» (Mario Ricciardi – Intervista a Salvatore Veca, in “Il Mulino”, 3/2019), sulla sua vicenda politica e intellettuale. Prima della caduta del muro Veca aveva scritto con Michele Salvati un articolo, pubblicato da «Rinascita» il 29 luglio 1989, per sostenere che il Pci doveva cambiare nome. Il titolo era Se non ora quando. L’articolo comparve con una breve presentazione di Mussi, che prendeva le distanze.

Ho raccontato in Rendiconto la prima riunione della direzione dopo la Bolognina (Op. cit. pag 37). Nel mio intervento dissi: «siamo un partito che si chiama “comunista” ma da tempo non siamo più un partito comunista». Natta si alza col volto alterato, e mi ingiunge ad alta voce di parlare solo per me; proprio lui, che mi aveva detto non so quante volte che ormai eravamo un partito socialdemocratico!

Ero convinto di quel che dissi allora e l’intervista di Veca mi ha riportato alla memoria quell’episodio. Il direttore del «Mulino» gli chiede se riscriverebbe quell’articolo alla luce di quanto è avvenuto successivamente fino ad oggi, o se ha qualcosa da rimproverarsi. È, in fondo, la stessa domanda che tu poni a me. Veca risponde che quell’articolo lo riscriverebbe subito, però ammette di aver fatto un errore: «Credevo», dice, «che il Pci fosse davvero un partito socialdemocratico mentre quello che è accaduto successivamente dimostra che era un partito comunista». La risposta mi ha molto colpito perché nella sostanza è la stessa risposta che mi do io. E non lo dico oggi, l’ho scritta in una lettera a Mussi dell’aprile 2007, quando lui, a Firenze, all’assemblea dei Ds annunciò che non avrebbe aderito al costituendo Pd e ne spiegò i motivi.

La parola «comunista» – lo dico con il rispetto di chi è stato trent’anni nel partito italiano che portava quel nome – contiene un qualche elemento di irriformabilità dell’idea di politica e della funzione della sinistra che ha continuato a essere vivo e operante in una parte consistente dei dirigenti e dei sostenitori, degli elettori del Pci, anche di quelli che sono passati nel Pds e nei Ds, e quindi nel Pd. È un dato: questa difficoltà a concepire un’idea e una funzione della sinistra diversa da quella che si è incarnata – se si vuole, si può anche dire in modo meraviglioso – nel Pci è molto diffusa e radicata. Un giorno, a Montecitorio, mentre stavamo preparando il congresso di Bologna, all’inizio del 1990 Craxi mi chiese come stava andando. Gli risposi che sembrava andasse abbastanza bene, con i due terzi favorevoli alla svolta. Replicò: «Se fosse così andrebbe bene, però tu la fai troppo facile». Aveva ragione e non tanto per i numeri, quanto per la difficoltà che ho appena evocato e che lui, evidentemente, capiva meglio di me.

Il comunismo del Pci non è il comunismo dell’Urss, non solo per le vicende storiche, non solo perché il Pci non ha «conquistato il potere» ma perché ha lavorato con strumenti diversi da quelli sovietici: con i raffinati strumenti politici di Togliatti e i raffinatissimi strumenti intellettuali di Gramsci. E tuttavia quell’esperienza, del nostro partito comunista, è stata talmente forte che sta ancora impedendo un rinnovamento della sinistra.

L’errore che ho fatto è stato di aver sottovalutato la forza coinvolgente e inerziale del Pci. Quando ho affermato che si trattava di adeguare il nome alla realtà, avevano ragione quelli che mi dettero sulla voce. Non dovevamo «adeguare» il nome alla realtà, dovevamo sapere che prima di ogni cosa si trattava di adeguare, di cambiare la «realtà». La risposta che ti do, dunque, è la stessa di Veca; mi sono sbagliato perché il Partito comunista italiano era un partito comunista. Certo, diverso dagli altri, «a modo suo»; non rigido ma elastico, non dogmatico ma dialogante (entro certi limiti) ma non molto disposto ad accettare che a sinistra, sulla politica, sulla società e su molte altre cose ci fossero idee e posizioni migliori di quelle che lui aveva messo a punto e sperimentato, o quanto meno utili alla sinistra anche se non presenti nella sua cassetta degli attrezzi; quindi poco disposto ad «autoriformarsi».

Noi – intendo quelli della mia generazione e che ci siamo assunti la responsabilità della “svolta” che pose fine al Pci – abbiamo avuto molti limiti personali, soggettivi; ma la sostanza del mio giudizio è che il nostro limite di fondo sta nel non aver capito che quello che ci proponevamo, cioè ricollocare storicamente la più grande forza della sinistra italiana comportava un processo di revisione critica e autocritica molto più profondo di quello che siamo stati capaci di fare.

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