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Salvini, Riccardo II e la legittimità della politica

Alessandro Maran martedì 1 Ottobre 2019
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di Alessandro Maran

 

Intervento all’Assemblea nazionale di LibertàEguale – Orvieto, 28 – 29 settembre 2019

 

Le sollecitazioni sono state moltissime, a partire dalla relazione dI Enrico Morando. Mi concentro su un paio di questioni.

 

Salvini: un pericolo per la democrazia italiana?

Non sottovaluto la “giusta causa” che giustifica un governo che continuo a considerare “contro natura”. Chi ha a cuore l’Europa, chi ha a cuore l’euro, chi ha a cuore la difesa della democrazia liberale, può avere molte perplessità sulla natura di questo governo eppure non può non accogliere con soddisfazione il fatto che un mese fa Matteo Salvini era il padrone d’Italia e oggi, ben che vada, è il padrone della Lega. Ma faremmo bene a non sottovalutarne la natura, il carattere (non transitorio) e per molti strategico (si pensi all’Umbria) e il prezzo (salato) che dovremo pagare.

Pur di isolare e sconfiggere Matteo Salvini, il Truce, il nemico, il pericolo per la democrazia italiana, nei mesi scorsi si è scomodato Togliatti, la sua lezione e la «svolta di Salerno» del marzo 1944. Ma Togliatti e i comunisti potevano permettersi una grande spregiudicatezza tattica perché il loro orizzonte valoriale, la loro legittimità, erano stabiliti, una volta per tutte, dalla Guerra di Liberazione, dall’ideologia e dall’Armata rossa; un orizzonte valoriale così forte da non permettere, come abbiamo visto, ancora oggi a molti di leggere il comunismo non per quello che ha rappresentato nella loro giovinezza ma per quello che effettivamente è stato alla prova della storia. Oggi il Pd, come del resto tutti i partiti, è quello che dice e quello che fa. E non si può dire una cosa la mattina e un’altra la sera. La credibilità in politica è tutto.

Una delle più complesse tragedie shakespeariane a soggetto storico, «Richard II», è una profonda e articolata riflessione sul potere e sulla politica, ma soprattutto sulla sua legittimità (o illegittimità). Come per Balzac, una delle maggiori ossessioni di Shakespeare era la legittimità; e quando si legge il Riccardo II, salta agli occhi il suo orrore per ciò che può venire intentato contro la legittimità, contro chi ha ricevuto l’olio santo. Il successore di Riccardo II, che sale al trono con il nome di Enrico IV, ha indubbie qualità di comando, ma con la deposizione e l’uccisione di Riccardo II, ha violato il precetto di legittimità; e ciò lo renderà per sempre un sovrano debole e insicuro. Tanto che si potrebbe perfino leggere le vicende di questi anni con questa lente.

 

Il conflitto politico e la pubblicità negativa

Per capirci, dal crollo della Prima repubblica, consentire ai cittadini di scegliere col voto un leader e una maggioranza, è stata la fonte principale di forza e di legittimazione di tutta la strategia riformista sul tema della forma di governo e delle leggi elettorali. Investitura diretta di leader e programma di governo ce li siamo giocati col referendum e gli interventi della Corte costituzionale. Ma oggi siamo tornati alla casella di partenza anche per un’altra ragione. In questo ventennio, la polarizzazione del sistema politico, il rancore fazioso, la sfiducia reciproca e la conseguente paralisi sulle questioni più importanti per il futuro del paese hanno fatto perdere credibilità a tutti i leader politici. La pubblicità negativa funziona, come in America sanno bene, ma bisogna fare attenzione. Non per caso, Mc Donald non ha mai condotto una pubblicità negativa contro Burger King, dicendo che, ad esempio, i loro burger sono pieni di vermi. Avrebbe potuto funzionare per un po’, ma poi nessuno avrebbe più voluto mangiare un altro hamburger. «Mai distruggere la categoria», dicono in America. E noi abbiamo «distrutto la categoria».

 

La questione della legge elettorale

Ma la questione della legge elettorale non è una questione tecnico-istituzionale, è una questione etico-politica. Il vecchio sistema dei partiti non torna più, neppure ripristinando proporzionale e preferenze. La «metamorfosi» è già avvenuta. Lo abbiamo detto e ridetto: nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel partito e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello stato e dello stato. Adesso che l’identificazione e l’appartenenza (all’ideologia, all’utopia, alla morale del partito) non ci sono più, l’unica strada praticabile è quella di esaltare la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta, l’esercizio della cittadinanza nello stato. Il rispetto della competenza decisionale degli individui non è forse l’unica risposta possibile a una crisi di fiducia ormai incontenibile? Non è per questo che abbiamo scelto le primarie? I cittadini pretendono di scegliere direttamente il deputato che li rappresenta e il capo del governo. E il M5s è nato proprio dalla faglia che si è aperta nei sistema dei partiti tra potere istituzionale e potere di legittimazione: massimo del potere, minimo di legittimazione. Ma non c’è verso: una forma politica è legittima solo in virtù del sostegno dei cittadini. Lo ha ricordato Macaluso, con il popolo i conti, prima o poi, li dobbiamo fare.

Non diversamente dalla crisi europea, la crisi italiana è stata e continua ad essere, per dirla con Sergio Fabbrini, «la conseguenza dell’intreccio tra grandi cambiamenti e piccole istituzioni». Le difficoltà del Paese sono, infatti, ingigantite dalla debolezza delle istituzioni costruite per governarlo. Infatti, l’anno scorso (e l’anno prima) ci eravamo proposti di rilanciare la proposta di riforma istituzionale ed elettorale centrata sul semipresidenzialismo francese, come aveva detto Enrico Morando, “tutta intera e senza timidezze”(e aveva anche aggiunto “l’autonomia regionale differenziata è una risorsa ma la sua attuazione implica che il governo centrale abbia la stessa legittimazione e forza di quelli regionali”).

Ora ci stiamo acconciando al proporzionale. Un proporzionale senza partiti. Perché? Perché abbiamo scoperto che c’è l’emergenza democratica, c’è il fascismo. Noi? Dopo aver predicato per trent’anni anni, a differenza di altri che non ci hanno mai creduto, la democrazia dell’alternanza? Ma come può esistere la vocazione maggioritaria, la democrazia dell’alternanza, se l’avversario è un nemico della democrazia? Se la scelta che gli elettori hanno di fronte, lo dico in modo caricaturale, tanto per intenderci, è tra comunisti da una parte e delinquenti dall’altra? Così si avvelenano i pozzi. Perché se le cose stanno così, il consociativismo, cioè la forma di governo che garantisce una rappresentanza ai diversi gruppi che compongono un paese profondamente diviso, che non a caso viene adottato per gestire i conflitti che sorgono in comunità nazionali profondamente divise per ragioni storiche, etniche o religiose (in Bosnia, in Iraq), è una necessità, un destino ineluttabile.

 

Salvini: populista, ma non fascista

Oltretutto, Salvini è chiaramente un populista, ma non è un fascista. Anche se del fascismo sfrutta l’iconografia, i simboli, i gesti. Ottenendo così, come ha osservato Stefano Feltri, due effetti: con una divisa evoca immagini semplici ed efficaci di autorità (e di capacità di decisione, quella capacità di decisione che noi avevamo promesso di realizzare con le riforme costituzionali) che sono impresse in modo indelebile nell’immaginario diffuso degli italiani. Inoltre scatena una reazione pavloviana dei suoi avversari che finiscono per assomigliare davvero alla macchietta del radical chic evocata dalla propaganda leghista. La democrazia va ovviamente difesa dai fascisti e dai populisti. Ma i populisti (a differenza dei fascisti che si combattono con le forze dell’ordine, con la Resistenza e con le armi), si combattono con le idee. E la democrazia, ha ricordato Feltri, va difesa anche da coloro (ne abbiamo avuti fin troppi) che concepiscono la battaglia delle idee soltanto in termini di guerra civile.

 

La mancata modernizzazione dell’Italia

Da un pezzo i fatti si sono incaricati di dimostrare che il problema fondamentale dell’Italia non è la presunta “emergenza democratica” (di cui, prima che arrivasse Salvini, si è molto parlato ai tempi di Craxi, e poi di Berlusconi, invocando nuovo Cln per liberare l’Italia dal berlusconismo, e poi di Matteo Renzi, denunciando i pericoli autoritari insisti nella resistibile ascesa di “un bulletto che aspira a diventare un Leviatano”) ma la mancata modernizzazione del paese; ed hanno chiarito, se ancora ce ne fosse bisogno, che un paese che non cresce da vent’anni rischia il declino, l’“argentinizzazione”, e che la nostra stabilità sta diventando ogni giorno più precaria e le nostre debolezze sempre più pericolose. E proprio perché, come l’Argentina (e gli altri paesi latini e cattolici), l’Italia è un paese a bassa intensità liberale, sia a livello politico che economico; proprio perché l’Italia e la Spagna non si sono trasformate in democrazie prospere per mano di robusti partiti liberali, ma come risultato di una crescita lenta e precaria della pianta liberale dentro partiti che non avevano nulla di liberale; proprio perché dalle nostre parti sono in troppi ancora a credere a chi racconta loro che si possano piantare gli zecchini in qualche campo dei Miracoli, ritengo che una scelta coraggiosa, quella di far svegliare la coscienza dell’Italia contro chi l’ha portata nello stato pietoso dove oggi si trova, sarebbe stata la scelta giusta.

Specie se si considera che dietro la scelta compiuta dalla maggioranza degli italiani il 4 marzo 2018 ci sono certo molti ingredienti. Ma c’è anche un grande collante: il no, grande come una casa, a ciò che molti considerano il compiaciuto moralismo di una classe politica tradizionale (specie in relazione all’immigrazione e all’Europa); cioè il no a quell’atteggiamento paternalistico per cui i governanti attuano politiche che, pur tendendo con sollecitudine paterna al benessere dei governati, li considera però, quasi fossero dei bambini, incapaci di decidere in modo autonomo e responsabile. La battaglia è solo rinviata; e da qui bisogna ripartire.

 

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