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Spagna. La Catalogna e i migranti sono sbarcati in Andalusia

Stefano Ceccanti giovedì 6 dicembre 2018
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di Stefano Ceccanti

 

Il 6 dicembre la Costituzione democratica spagnola compie 40 anni.

Non c’è dubbio che le elezioni andaluse rovinino almeno in parte la festa perché la ricomparsa a doppia cifra dell’estrema destra di Vox fa terminare le illusioni di una felice anomalia. Vox non è un partito regionale e il suo successo in Andalusia è solo la premessa per il suo arrivo nel prossimo Parlamento nazionale, dove quindi i partiti di ambito statale diventeranno cinque. Con evidenti problemi aggiuntivi per la governabilità rispetto a quelli già seri sperimentati nel passaggio da due a quattro forze, con la nascita di Podemos e Ciudadanos.

In Andalusia c’erano certo ragioni particolari per premiare un partito anti-immigrati: da inizio anno ci sono stati già più di cinquantamila sbarchi, ma purtroppo c’è di più, ci sono questioni non limitate all’Andalusia. Pesano ancora di più dell’immigrazione, infatti, le ferite della persistente crisi catalana: nel resto del Paese, specie nelle zone più povere, la persistente (anche se frustrata) spinta secessionista ha spinto a reazioni in senso opposto, di cui beneficia non solo Vox ma anche Ciudadanos, che hanno le posizioni più marcate in senso centralista. Tutte spinte divaricanti che tendono ad allontanare una soluzione razionale del conflitto centro-periferia.

Al momento, quindi, l’accesso al Governo di Pedro Sanchez non sembra aver rafforzato la sorte del centrosinistra spagnolo. E’ vero che Sanchez è arrivato al Governo non per un successo elettorale, ma per una provvisoria ed eterogenea convergenza parlamentare, dovuta alla crisi morale-giudiziaria del Pp, ma c’era la speranza che dal Governo potesse poi dimostrare una capacità di risolvere i problemi tale da convincere i cittadini in elezioni politiche che sono ormai prossime, mese più o mese meno. Tuttavia la navigazione di queste settimane è stata problematica: i secessionisti che avevano favorito il cambiamento parlamentare non possono ragionevolmente ottenere concessioni rispetto alle loro richieste e anche Podemos resta un partner infido, soggetto a derive populiste ed estremiste. E, nonostante la ricorrente tendenza a cercare nell’erba dei centrosinistra vicini soluzioni che non si vedono tra noi, non sembra che in questi mesi Sanchez, anche per i vincoli numerici, abbia espresso un profilo riformista particolarmente convincente.

C’è da dire che nessuno è senza contraddizioni: nell’euforia di allontanare i socialisti dal Governo di una Regione che detengono da quando la democrazia è risorta, Ciudadanos, alleato di Macron, rischia in Andalusia di dover in qualche modo venire a patti non solo col Pp, ma anche con Vox, alleato di Le Pen e, quindi, avversario di Macron.

Purtroppo anche i giochi di alleanze diventano in Spagna confusi almeno quanto quelli italiani. Ciò conferma la triste previsione di qualche anno fa di un celebre andaluso, Felipe Gonzalez, secondo cui la Spagna si sarebbe trovata nella triste situazione di un sistema dei partiti confuso come quello italiano senza però avere leaders pragmatici come quelli italiani. Ovviamente del passato.

Di più al momento non si può dire, se non, come faceva dire Manzoni dal cancelliere Ferrer al suo cocchiere: “Adelante con juicio, Pedro”. Intanto, pur se la festa dei quarant’anni è in buona parte rovinata, va celebrata lo stesso perché si può costruire solo su basi solide.

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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