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Stop al gas russo. Ma sulla transizione energetica si resta sul vago

Umberto Minopoli martedì 10 Maggio 2022
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di Umberto Minopoli

 

Decoupled. Termine inglese che indica disaccoppiamento. È quando due processi, visti come due facce della stessa medaglia, si distinguono. E ognuno inizia a vivere di vita propria.

E’ quello che, sull’energia e il clima, è iniziato nell’agosto del 2021 con la crisi del gas (eccesso di domanda e prezzi alti) ed è poi esploso nel febbraio 2022 con la guerra russa in Ucraina.

Transizione ecologica e transizione energetica non coincidono più automaticamente. Fino ad oggi, nella sostanza, essi erano identificati, in Europa, con gli obiettivi emissivi: il FIT55 nel 2030 e la carbon neutrality nel 2050. La transizione energetica, al 2030 e 2050, si identificava, semplicemente, con la decarbonizzazione misurata dal tasso di emissioni.

Poi è cambiato tutto. All’obiettivo emissivo si è aggiunto un altro, più impellente e drammatico perché più immediato: la stabilità, sicurezza e l’indipendenza dei sistemi energetici europei e la diversificazione del mix delle fonti di produzione. Nessuna delle due strategie, ormai, può escludere l’altra.

In Italia (e in Germania, per la verità), invece, questo sta avvenendo. Il governo, giustamente, è impegnato in una battaglia sull’emergenza gas russo. E sta predisponendo una strategia per la sua sostituzione. È fatta di misure di diversificazione degli approvvigionamenti, ma anche di ritorno a utilizzo delle fonti fossili – sfruttamento del gas domestico, waste to energy (termovalorizzatori), rigasificazione – in chiave di risposta all’emergenza. È inevitabile. E occuperà almeno un decennio, ad essere realisti. E’ evidente che gli obiettivi emissivi ne saranno influenzati.

Ma è sulla transizione energetica che, in Italia, si resta nel vago ripetendo, come un mantra, esclusivamente quello della transizione ecologica. Che, per alcune forze politiche, in particolare i 5 Stelle, è l’alibi per contestare anche la politica dell’emergenza.

Che mix energetico avremo al 2030 e 2050? Non basta che ci diciate solo quante emissioni avremo. Questa domanda è il tema chiave del futuro prossimo. Dovrebbe essere patrimonio generale che alcune esigenze della transizione energetica – la generazione elettrica baseload e continuativa (per la tenuta e la stabilità delle reti elettriche) o la produzione di calore per gli usi industriali – non sono perseguibili, tecnicamente, attraverso l’esclusivo ricorso alle fonti intermittenti o volatili come solare ed eolico.

Ma non abbiamo piani energetici sui fabbisogni futuri di produzione, dalle varie fonti, correlati agli utilizzi specifici che dovremo farne. Le domande fondamentali sul mix energetico restano inevase.

Posto che svilupperemo le fonti rinnovabili, c’è qualcuno che sta studiando quanto costerebbe e che tempi occorrerebbero per reintrodurre in Italia una quota dì energia nucleare di terza generazione?

E anche, come sviluppare un parco di tecnologie (il carbon capture storage) che de-carbonizzino una quota importante di gas destinato a restare nel nostro mix energetico?

E ancora: quanto possiamo ricavare, in termini di quote di diversificazione del mix, dal waste to energy (termo valorizzazione) e quali sono i metodi più efficienti per produrre idrogeno o calore per utilizzi industriali?

Sono domande che riguardano la transizione energetica e che non si risolvono, dovremmo averlo capito ormai, con la pura declamazione della transizione ecologica.

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