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Terzo Polo senza approdo?

Giovanni Cominelli giovedì 7 Marzo 2024
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di Giovanni Cominelli

 

“Terzo polo” o “Centro” sono metafore di lungo corso della storia politica italiana. Significano pensieri realistici, linguaggio educato,  idea e pratica della politica quale arte del compromesso.

Ne consegue, in genere, un’autocollocazione intermedia tra due poli radicali o radicaleggianti. Stanno in questo spazio Forza Italia, Noi Moderati, Azione, Italia Viva, +Europa e sigle minori. Accanto a loro, frammenti di rappresentanza di movimenti cattolici, della vecchia DC nonché del mondo laico, liberale e repubblicano. Secondo i sondaggisti questo spazio vale attorno al 15% dei votanti. Ma è solo un’apparenza algebrica.

Intanto, perché il “Centro” ha due facce come Giano: una guarda a destra, una guarda a sinistra. Forza Italia e Noi Moderati guardano a destra. Il “Centro” che guarda a sinistra è, tuttavia, strabico: con un occhio verso l’adiacente PD – è il caso di Calenda – e con l’altro che guarda diritto davanti a sé – è il caso di Bonino/Della Vedova e Renzi.

Se il mondo radicale, oggi frammentato in tre/quattro pezzi, viene da una tradizione di autonomia e di testimonianza rispetto ai due poli, salvo qualche oscillazione, Italia Viva e Azione nascono da una secessione dal Pd, ispirata non da un’ipotesi di collocazione terzista, ma dall’ambizione di poter esercitare un’egemonia “moderata” sulla sinistra massimalista e radicale.

La parabola di Renzi

Il 29 agosto 2010 egli lancia un’OPA all’interno del PD, all’insegna della “rottamazione senza incentivi” dei dirigenti storici del PCI-PDS-DS-PD. La rottamazione è il nitrito del cavallo populista del tempo. Così Grillo, il 4 ottobre successivo, fonda con Gianroberto Casaleggio il M5S.

Nel settembre del 2012 Renzi si candida alla segreteria del PD nelle primarie chiamate “Italia, Bene comune”. Sconfitto da Bersani, si ricandida nel 2013 e questa volta viene eletto segretario del PD con il 67,5% l’8 dicembre. Nel febbraio 2014 diviene Presidente del Consiglio.

E così, dopo aver conquistato il partito a suon di rottamazione, lo abbandona in mano alla vecchia nomenklatura. La sconfitta nel referendum del 2016 e quella nelle politiche del 2018 ne sono una conseguenza, che lo costringono alle dimissioni da segretario.

L’operazione-rottamazione è fallita, il PD è ancora solidamente in mano alla vecchia classe dirigente. Così, il 16 settembre 2019, dopo avere spinto il PD alla formazione di un governo giallo-rosso con Giuseppe Conte, Renzi esce dal PD e fonda un nuovo partito: Italia Viva.

La hybris è macroniana: costituire un polo magnetico di attrazione, che attiri e svuoti dall’interno le forze migliori del PD. A sua volta, il già renziano Carlo Calenda, in totale disaccordo con la mossa di Renzi filo-M5S, aveva già annunciato il 28 agosto di quell’anno fatale l’uscita dal PD. Il 21 novembre lancia Azione come forza di centro-sinistra.

Le aporie del Terzo Polo

Perché il “Terzo polo” o “Centro” di Italia Viva, di Azione, di +Europa non riescono a presentare una lista comune alle elezioni europee? Una prima spiegazione-gossip rimanda alla “funzione della personalità nella storia”.

Questo è il titolo che Lenin diede a un suo articolo del 1898, sulle tracce di Plekhanov. A quello si rimanda volentieri. Certo, la sindrome leninista è ben visibile in queste formazioni leaderistico-plebiscitarie, che sottoproducono mini-scissioni a catena. Si tratta di un difetto genetico.

Vi sono però due ulteriori spiegazioni, che derivano dall’ambiente socio-politico circostante.

La cultura politica di questo tridente del Centro è, grosso modo, democratico-liberale. Renzi e Calenda, in particolare, sono molto sensibili ed attenti alle ragioni dello sviluppo economico e industriale. Si può generare eguaglianza sociale, si possono trasformare le aspettative in diritti sociali, solo se c’è produzione e sviluppo. Sennò di distribuiscono miseria e frustrazione assistita.

Benché il discorso appaia tautologico e banale, va tuttora controcorrente. Né la cultura politica di origine democristiana né quella di origine PCI sono state e sono in grado di affrontare la questione cruciale del Paese già a partire dagli anni ’80: quella dello sviluppo delle forze produttive. Il “motore” dello sviluppo è stato la spesa pubblica e, quindi, il debito pubblico.

Non la produzione industriale, non la produzione agricola, non la politica dell’energia, non la formazione, non la cultura scientifica e umanistica, non l’educazione. La politica non ha mai avuto tempo di occuparsene, soprattutto negli ultimi decenni: solo spesa pubblica e diritti. Questo il binomio. Né tampoco, e nonostante le retoriche liberali, Berlusconi ha saputo rovesciare il paradigma.

Sicché la lotta politica di questi ultimi decenni è stata tutta un accapigliarsi dei partiti attorno al DEF di fine anno. La breve azione di governo di Renzi ha provato a smuovere le acque della palude con le riforme del mercato del lavoro, con la Buona scuola, con il Decreto “Sblocca Italia”, e con una politica estera dinamica verso tutti i continenti. Queste politiche non hanno trovato radici e sostegno nel PD, di cui Renzi era il segretario politico. Ma neppure un’elaborazione forte da parte del segretario, dotato di un giglio magico, ma poco intellettuale. Neppure l’intellettualità “socialdemocratica” e  social-riformista che si era formata all’epoca del migliorismo del PCI é stata mai convocata in battaglia. Così l’edificio renziano ha sempre avuto le fondamenta d’argilla.

L’altra difficoltà viene dall’ambiente politico-istituzionale. La mossa referendaria del 2016 aveva di mira la costruzione di un governo istituzionalmente più forte. Questo avrebbe costretto il sistema partitico ad un ritorno di bipolarizzazione, dopo la chiusura definitiva del periodo bipolare nel 2011. Un PD “costretto” a fare da polo alternativo avrebbe dovuto fare i conti positivi con un centro socio-culturale moderato, a guida Renzi. La sconfitta ha riconfermato la frammentazione del sistema politico, la  proporzionalizzazione del sistema elettorale e ha chiuso la strada ad una bipolarizzazione a guida Renzi. Era esattamente ciò che Berlusconi e D’Alema avevano fortemente voluto.

Le spinte alla polarizzazione

Così lo spirito proporzionalistico e la leva della rendita di posizione e dell’unità marginale si sono impadroniti del “Centro” che guarda a sinistra e anche di quello che guarda a destra, dopo il drastico ridimensionamento di Forza Italia. Lo scenario del presente/futuro non sembra riaprire nessuno spazio per un centro democratico-liberale, se non dotato di trattino di connessione o con la destra o con la sinistra. A destra, Forza Italia e Noi Moderati sono il centro che si connette a FdI, partito che tuttora oscilla su una banda tra l’estremo e il moderato, con ciò togliendo spazi tanto alla Lega, ormai divenuto un partito di estrema destra, come denunciato dallo stesso Umberto Bossi, quanto a Forza Italia. Tuttavia, a sinistra, la dinamica non è simmetrica. Qui il trattino diviene inagibile. Un centro che è nato da una scissione liberal-democratica dal PD, analoga a quella del 1988 dei Liberal Democrats di Nick Clegg dal Labour, fa fatica a tracciare un trattino con un PD che si allea con il M5S e con Alleanza Verdi Sinistra. Basti pensare alla politica estera.

Se, poi, la bipolarizzazione meloniana del sistema politico procedesse e trovasse il suo saldo fondamento istituzionale nel premierato, accompagnato da una legge elettorale uninominale a doppio turno, allora gli spazi nel sistema della rappresentanza si contrarrebbero ulteriormente.

Donde le aporie: se πόρος è il guado, il cosiddetto “Terzo Polo” pare esserne, appunto,  privo. Non ce la fa da solo, non può lanciare trattini.

Resterebbero “le vaste praterie” della società civile, di cui si favoleggia? Occorrerebbe una capacità collettiva di coltivarle. Ma qui ritorna, ahinoi,  il “leninismo de noantri”.

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