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Tesi 10 – Politica e magistratura in cerca di equilibrio

Redazione giovedì 15 novembre 2018
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“Secondo Roosevelt, quattro libertà universali erano affermate e accettate come ovvie dalla maggioranza delle persone: libertà di parola, di culto, dal bisogno e dalla paura. Poi una certa sinistra… ha aggiunto la professione di fede nelle tasse, nella regolamentazione e nel sistema giudiziario come i mezzi migliori per raggiungere il bene pubblico… Stupidamente, i liberal hanno iniziato ad affidarsi sempre più ai tribunali per aggirare le procedure legislative quando queste non davano i risultati che volevano… hanno così perso l’abitudine di prendere il polso dell’opinione pubblica, di procedere a piccoli passi…”

Mark Lilla

 

Lo squilibrio nei rapporti tra politica e magistratura

La vicenda politica italiana – molto diversa da quella americana – non sopporta che le si applichino meccanicamente analisi (e relative ricette) che vengono, come la lunga citazione di Lilla che apre questa tesi, da oltre oceano. Ma sullo squilibrio determinatosi – col favore e il consenso di gran parte della sinistra – tra ruolo e funzione della politica e ruolo e funzione dei poteri di controllo, l’applicazione all’Italia del giudizio critico di Lilla appare più che giustificata.

Di più: il collasso del sistema politico italiano – determinato dall’89 e accelerato da Tangentopoli – è stato talmente profondo da far assumere carattere macroscopico al processo di “supplenza” dei poteri di controllo rispetto alla politica. I tentativi del governo Berlusconi di rovesciarlo attraverso la subordinazione dei primi alla seconda non hanno fatto che aggravare lo squilibrio, fino al disordine attuale.

La versione italiana del populismo non è comprensibile senza considerare la centralità di questo permanente squilibrio.

Esso è stato così pervasivo che anche i rapporti tra le parti sociali ne sono rimasti per lungo tempo prigionieri: la tentazione di considerare qualsiasi controversia come questione di diritto inviolabile, senza spazio per il negoziato, ha spostato il conflitto sociale nei tribunali, minando la capacità di autonoma elaborazione dei sindacati e rendendo meno premiante lo sforzo per organizzare capillarmente ed accrescere le forze rappresentate. Il caso della della vertenza Fiat ha assunto, in questo senso, carattere emblematico, e l’intero Paese – non solo la sinistra riformista – dovrebbe riconoscere i meriti dei dirigenti sindacali che allora scelsero la strada più difficile, quella della contrattazione. Che da allora ha ripreso fiato.

Le conseguenze di questo stato di cose hanno progressivamente acquisito carattere strutturale: la politica, incapace di cambiare se stessa, precipita nel diffuso discredito e cerca alibi o all’esterno del Paese (la matrigna Unione Europea, in particolare), o nei complotti dei cosiddetti poteri forti (quasi mai ben identificati, peraltro).

La magistratura, nelle sue componenti più militanti, si attribuisce poteri che non ha (all’interno di questo disegno costituzionale “veniva affidato alla magistratura il ruolo strategico di vigilare sulla lealtà costituzionale delle contingenti maggioranze politiche di governo”, R. Scarpinato 11 Maggio 2016).

Mentre c’è chi autorevolmente (L. Violante) vede l’emergere, accanto alla società politica e alla società civile, di una “società giudiziaria”, composta da un insieme di cittadini, di esponenti politici, di alcuni settori della magistratura e di alcuni mezzi di informazione, che fanno della giustizia penale e della condanna il “punto di verità”.

 

Il prezzo delle pessime performance del servizio giustizia

Nel frattempo, il sistema Paese paga un prezzo molto elevato – anche in termini di efficienza economica, di competitività e di capacità di attrazione degli investimenti diretti esteri – alle pessime performance del servizio giustizia: in Italia sono richiesti 590 giorni in media per la risoluzione di un contenzioso civile e commerciale, circa il triplo rispetto alla Germania (183 giorni), quasi il doppio rispetto alla Francia (311 giorni) e oltre il doppio rispetto alla Spagna (264). Non sono risultati dovuti a carenza di risorse: sia in rapporto al Pil, sia pro capite, la spesa per il servizio giustizia appare, nelle comparazioni internazionali, adeguata.

Di fronte a questo stato di cose, i riformisti devono duramente contrastare sia la degenerazione giustizialista, sia le ricorrenti tentazioni di ledere l’autonomia e l’indipendenza dei poteri di controllo. Entrambi tra i peggiori nemici della democrazia liberale.

L’obiettivo della costruzione di un nuovo equilibrio non può essere perseguito dai riformisti con un approccio unilaterale, quasi esistesse una singola misura risolutiva.

In primo luogo, solo nel contesto del recupero di legittimità e di credito della politica – di cui alla tesi n. 6 – essi possono ragionevolmente sperare di avere successo. Ciò non significa che non ci siano misure specifiche (di più grande rilievo o di minore momento), che possano essere utilmente adottate.

 

Distinzione delle carriere, valutazione delle performance e riduzione dei tempi

Dopo l’introduzione in Costituzione del principio del giusto processo, appare sempre più giustificato un intervento che – ferma l’autonomia e l’indipendenza della magistratura – distingua più nettamente, al suo interno, la funzione e la carriera dei magistrati requirenti da quelle dei giudicanti.

Meno controversa è l’adozione di più efficaci strumenti di valutazione delle performance degli uffici giudiziari e dei singoli attori del sistema, da mettere a disposizione di una nuova figura manageriale di magistrato, cui siano assegnate penetranti funzioni gestionali e organizzative degli uffici giudiziari, che già oggi presentano forti disparità di rendimento, non giustificate dai diversi contesti territoriali e sociali. Mentre sembra dimostrato che l’adozione di una banale sequenza di continuità temporale nella trattazione delle cause – senza i lunghi rinvii che oggi le caratterizzano -, sarebbe in grado di realizzare una forte riduzione dei tempi, a parità di tutto il resto.

 

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