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Tesi 4 – Lavoro, nessun ritorno al passato

Redazione mercoledì 7 novembre 2018
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Ritornare indietro: la retorica della sinistra

 

La retorica della sinistra, dopo le sconfitte subite dai nazionalpopulisti, fa largo uso di parole che iniziano con il prefisso ri: è l’illusione di ritrovare oggi una realtà uguale a quella di ieri; ed esprime l’intenzione di ritornare là dove si è già stati; per riproporre idee e comportamenti scaduti o errori già compiuti e sempre ripetibili. Anche “riformismo” ha il prefisso ri, ma lo accompagna alla ricerca di nuove forme, che prendano atto della fine delle forme vecchie, non più efficaci. Il riformismo, infatti, non ritorna neppure sui passi dei riformisti di ieri, proprio perché è consapevole che la sua funzione storica e politica resta viva se innova continuamente anche i pilastri su cui si fonda. 

Uno sforzo di sistematica innovazione che risulta evidente ove si guardi alla concezione del lavoro nella tradizione della sinistra storica. Si parte dalla ideologia della centralità del lavoro operaio-industriale (con appendice agricolo – bracciantile), fondamento della funzione storica della “classe operaia”, fino a divenire l’architrave di una società totalmente “altra”. 

Addirittura, di una nuova umanità… Si passa – attraverso una revisione ideologica e sociologica di grande momento, sospinta dai mutamenti materiali, culturali e sociali -, a comprendere nella nozione di lavoro salariato tutti i lavoratori dipendenti, fino a giungere a comprendervi tutti i lavori, superando la distinzione tra quello dipendente e quello autonomo; e in ultimo, anche il lavoro “imprenditoriale”. 

È stato un percorso positivo, perché mosso dall’idea del lavoro come espressione fondamentale dell’essere umano.

 

Innovazione continua: il caso del lavoro

Ma è un percorso che non può arrestarsi. La rivoluzione tecnologica e digitale, infatti, modifica strutturalmente il lavoro, travolgendo confini che sembravano consolidati e avevano retto alla prova del tempo. A partire da quello che distingue il datore di lavoro dal prestatore d’opera: da una parte la padronanza e la piena autonomia; dall’altra l’obbligo e il servizio. 

Il presente e il futuro della produzione di beni e servizi richiedono una creatività e un impegno che possono scaturire solo dalla convergenza fecondante di queste due funzioni diverse. Il loro intreccio sarà condizione di crescita della produttività del lavoro e finirà per riguardare l’esperienza personale di ciascuno. 

Di qui la flessibilità ben intesa. Il contrario dell’arbitrio e della confusione: la flessibilità impone forme di organizzazione molto più raffinate di quelle del passato, dominate dalla esigenza di “standardizzazione”. La rivoluzione informatica e digitale può essere sfruttata al meglio solo se gli obiettivi cui si attribuisce valore sono perseguiti attraverso la cooperazione attiva e consapevole di tutte le parti coinvolte. Le pretese di imposizioni unilaterali possono disperdere, fino ad azzerarle, le grandi occasioni oggi possibili. Lasciando in campo solo le legittime preoccupazioni di milioni di cittadini dell’Occidente per la perdita dei posti di lavoro provocata dalla applicazione della innovazione al processo produttivo.

Se ne ricava l’esigenza di una accelerazione del processo di concreta innovazione della legislazione in tema di mercato del lavoro, di tutela dei lavoratori, di partecipazione degli stessi alla gestione dell’impresa. E, soprattutto, di radicale innovazione della contrattazione tra le parti: il contratto di filiera e distretto produttivi, di gruppo, di azienda e di territorio deve finalmente acquisire centralità, lasciando al contratto nazionale il compito di definire una cornice di ordine generale, a sua volta modificabile ed adattabile alle specifiche esigenze delle realtà produttive, attraverso accordi sottoscritti da chi – su basi verificabili e trasparenti – rappresenti legittimamente le parti sociali in causa. 

Altro dunque che ritorno a prima del Jobs Act: l’interesse del Paese, dei lavoratori e delle imprese propone l’urgenza della attuazione piena della riforma, come condizione per un più efficace governo degli effetti sul lavoro della rivoluzione tecnologica in atto. 

 

 

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1 Commenti

  1. Faustina giovedì 8 novembre 2018

    Penso che ormai questi discorsi sul lavoro e su una nuova legislazione
    del lavoro dovrebbero essere molto più diffusi sia sui giornali che in TV.

    Rispondi

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