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Un governo corporativo contro imprese e lavoro

Marco Leonardi sabato 3 novembre 2018
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di Marco Leonardi

 

Verrebbe spontaneo dire che sia impossibile invertire il senso di marcia della crescita economica e dell’occupazione di un paese in soli quattro mesi.  Ma la crescita non si è fermata solo per condizioni esterne, un ruolo fondamentale lo hanno giocato le azioni del governo. L’incapacità manifesta di dialogare con la Commissione europea, insieme all’ostentata noncuranza del rialzo dello spread hanno contribuito ad aggravare il quadro economico.

 

Un governo contro la crescita che aumenta la disoccupazione

La crescita non ha solo un andamento inerziale: investimenti e consumi dipendono dalle aspettative. Dal giorno in cui si è insediato, a giugno, l’esecutivo ha speso ogni energia per colpire imprese e lavoro (ultimo esempio: il voto No Tav dei M5s di Torino).

E’  plausibile che i numeri di questo trimestre riflettano l’incertezza degli imprenditori per il futuro.

Sui numeri negativi dell’occupazione la responsabilità del governo è ancor più evidente. Di solito non commento i dati mensili dell’Istat, ma il quadro di stop alla crescita dell’occupazione che descrivono è coerente con i dati sui flussi delle assunzioni dell’Inps di settimana scorsa, e sono entrambi consequenziali a quello che tutti gli esperti si attendono come effetto del decreto dignità.  Un decreto maldestro che non poteva che procurare un rallentamento delle assunzioni a tempo determinato, ma anche a tempo indeterminato. Il decreto dignità, inoltre, agisce in concomitanza con la sentenza della Corte costituzionale che ha restituito piena discrezionalità ai giudici di fissare l’entità dell’indennità in caso di licenziamento illegittimo, rafforzando così il timore degli imprenditori di potenziali contenziosi e rallentando le assunzioni a tempo indeterminato.

 

Reddito di cittadinanza e pensioni: di fatto, spariti

La risposta del governo a questo quadro preoccupante è che la manovra di bilancio aumenterà la crescita. Se anche fosse vero – e non lo è – che reddito di cittadinanza e nuovi pensionamenti aumentano la crescita perché attivano la domanda interna di consumi, in ogni caso va detto che il problema non si pone visto che nella legge di Bilancio mancano proprio le misure attuative.

Per reddito e pensioni vengono stanziati i soldi, ma per spenderli bisognerà aspettare i provvedimenti  “collegati” alla legge di Bilancio. Per essere approvati, i collegati, devono passare dai due rami del Parlamento e le statistiche di Camera e Senato ci dicono che in media ci vogliono mettono ben più di sei mesi. Vuol dire che di reddito di cittadinanza e pensioni se ne parlerà in realtà dopo le elezioni europee.

 

Un pasticcio in vista delle elezioni di aprile

E’ probabile che Palazzo Chigi farà di tutto per avere un testo utile da spendere in tempo per le elezioni in aprile: norme affrettate, giusto per buttare lì qualche soldo prima delle elezioni. Provvedimenti che, però, non dureranno nel tempo perché sono economicamente insostenibili (oltre che dannosi): sono stati tolti dalla legge di Bilancio proprio per evitare di sfondare lo spread e portarci al disastro immediato sui mercati finanziari.

E’ già ovvio a tutti che la famosa “quota100” sarà una finestra di pochi anni (come tante in passato) perché non ce la possiamo permettere. Peccato che per fare questo pasticcio, verrà eliminato il reddito di inclusione – che è una misura universale contro la povertà e che funziona – e l’Ape sociale per i lavoratori gravosi e precoci, che è una misura strutturale sulle pensioni e non una finestra temporanea.

 

Un governo sconcertante, prigioniero di se stesso

Ciò che emerge da questi primi mesi è un quadro sconcertante, con un governo prigioniero di se stesso: prima ha sfidato l’Europa e i mercati, ora è costretto al dietrofront totale per non aggravare ulteriormente i rapporti con la Commissione  (già alla seconda lettera al ministero dell’Economia) e i mercati.

Niente reddito di cittadinanza né quota 100 per le pensioni e in cambio ci regala una legge di Bilancio corporativa, priva di un disegno strategico e con tanti piccoli interventi inutili come quello per sostenere le assunzioni dei laureati con 110 e lode (!), quello che riserva la flat tax al 15 per cento agli insegnanti che fanno ripetizioni e la perla assoluta di questi giorni: regalare un terreno alle famiglie per la nascita del terzo figlio.

 

 

Professore di Economia all’Università Statale di Milano. E’ stato consigliere economico della Presidenza del Consiglio. È responsabile del Dipartimento Economia del Partito Democratico. Fa parte della Presidenza Nazionale di Libertà Eguale.

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