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Via i fondi alle periferie: impariamo dall’imbroglio

Stefano Ceccanti sabato 11 agosto 2018
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di Stefano Ceccanti

 

E’ possibile che passino nel voto delle norme dannose di cui al momento non ci accorge, magari per trappole ordite dalla maggioranza e dal Governo? La risposta è Sì.
Il metodo è relativamente semplice. Prendi un decreto, soprattutto se eterogeneo. Eterogeneo? Direte voi, ma è impossibile, sarebbe illegittimo. Invece no.
Il milleproroghe è da questo punto di vista perfetto perché qualsiasi contenuto se lo leghi a una proroga non può essere attaccato a priori come eterogeneo: vale per il testo originario, ma anche per gli emendamenti parlamentari che lo possono en gonfiare, anche del 50 per cento e più.
Se poi, per caso, ci sono di mezzo delle sentenze della Corte costituzionale (e nei rapporti Stato-Regioni quando mai possono mancare?) ancora meglio. Si parte da quelle, si costruisce intorno una cortina fumogena con la motivazione di rispondere ad esse e puoi tentare di usarle come cavallo di Troia per inserire altro.
Provate a guardare il testo. Si parte da un originario articolo 13. Ci si inseriscono la bellezza di quattro commi cosiddetti premissivi (il correttore di word lo segna in rosso, ma si chiamano così); nel primo citate, una legge, una sentenza e una scadenza. Nel secondo un decreto, due delibere e una legge. Nel terzo e nel quarto spostate infine le poste di bilancio.
Difficile decodificarlo all’istante, anche perché poi nel frattempo salta anche il resto: il comma 1 ormai posposto viene riscritto e ne vengono inseriti altri.
Vale però anche in questo caso e per le furbizie future di questo Governo una ben nota affermazione: si possono ingannare molte persone per poco tempo, poche persone per molto tempo, ma molto difficilmente molte persone per molto tempo.

 

Post Scriptum

Poiché ci sono esponenti della maggioranza e del Governo che giustificano il taglio delle risorse alle periferie con due sentenze della Corte costituzionale, chiariamo bene l’imbroglio.
Prima c’è stata la 247 del 2017 che afferma il principio che il vincolo di pareggio (che NON include la possibilità di avanzo) deve valere solo a livello di comparto comunale e non di singolo ente. Se ci sono effetti di finanza pubblica – dice la Corte – governo arrangiati, e metti i soldi. Non comportava tagli di nessun tipo.
Poi c’è La 74 del.2018 che è una sentenza sulla procedura, che chiede l’intesa con le regioni e non ha niente a che fare con le coperture. Si risolveva solo mettendo il vincolo di un’intesa preventiva o successiva senza cambiare altro.
Non si cerchino quindi scusa in queste sentenze per una grave decisione politica, del tutto discrezionale.

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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