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La vecchia sinistra è populista. Serve qualcosa di nuovo

Umberto Minopoli sabato 11 Agosto 2018
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di Umberto Minopoli

 

La sinistra è morta in Italia nel 1980.

 

Berlinguer

Ed è stata sostituita da un’altra cosa. Che, solo per una convenzione, abbiamo continuato a chiamare sinistra. Il primo colpo mortale lo ha dato, spiace disturbare l’agiografia, Enrico Berlinguer. Turbato dal terremoto, fisico e politico, che sgretolò, con i crolli nel Mezzogiorno e, con i primi scandali, il sistema politico della prima Repubblica, Berlinguer chiuse il Pci in una introversa e distruttiva politica di isolamento e pulsioni estremiste. Che ne avviarono le pesanti e, alla fine, rovinose sconfitte elettorali. Berlinguer “ritirò” il Pci in una cupa chiusura, e con le parole d’ordine della sua “svolta” del 1980 – diversità, austerità, questione morale – liquidò la sola “altra” possibilità di evoluzione “vincente” della sinistra: fare come in Francia e Germania, realizzare (con l’unità col Psi) l’alternanza socialdemocratica.

 

Gli epigoni di Berlinguer

Gli epigoni di Berlinguer (D’Alema, Occhetto e Veltroni) però completarono l’opera mettendoci del proprio. E’ con loro che si realizza la definitiva dissoluzione della possibilità di una sinistra “socialdemocratica” e di alternanza. Che era, invece, l’obiettivo della corrente migliorista del Pci e del Pds. Con il nuovo gruppo dirigente post-Berlinguer avvenne il “grande mutamento”. Che liquidò l’idea di sinistra, nel senso storico e occidentale del termine. Essi abbandonarono ogni richiamo “socialista” per attestare, il Pci prima e il Pds/Ds dopo, su una confusa identità “nuovista”.

I cui tre capisaldi erano:

  1. il giustizialismo, la via giudiziaria al governo, la liquidazione dei vecchi partiti per via processuale, una sorgente agitazione dell’antipolitica e dell’anticasta come nuova “ideologia italiana”;
  2. l’ambientalismo conservazionista, inteso come limite e freno allo sviluppo e alla crescita un sorgente “antindustrialismo” travolto dal mito dello “sviluppo sostenibile”;
  3. il pauperismo, la retorica degli “ultimi”, il francescanesimo, il terzomondismo come “surrogato” dell’esaurimento del tradizionale “conflitto di classe”.

Questi tre capisaldi hanno segnato il degrado e la dissoluzione definitiva della sinistra del 900. E l’hanno dissolta in una gabbia identitaria conservatrice, che postula lo stagnazionismo economico e il minoritarismo politico estremista. E che anticipa, spiace dirlo, i caratteri insorgenti del futuro degrado populista. Questa deriva identitaria (giustizialismo, ecologismo, pulsioni antisviluppo), per oltre 30 anni, ha bloccato la sedicente sinistra. Ed è stato il refrain di tutte le incarnazioni della sinistra, dal Pci allla sinistra radicale e al primo Pd.

 

Renzi

Fino a Renzi. Che ha rotto la continuità e cambiata l’identità: da sinistra a centrosinistra con una nuova “piattaforma” di valori: garantismo, ambientalismo costruttivo e non conservazionista (l’”Italia del fare”), ottimismo della crescita economica, innovazione, sviluppo (senza aggettivi limitanti) come unica leva per la soluzione dei conflitti egualitari, riforma politica per la modernizzazione del sistema.

La vecchia sinistra si è alleata ai conservatori e il disegno innovativo di Renzi è stato sconfitto.

Ma i cascami della “sinistra populista”, non più socialista, si sono inverati nella ideologia dei 5 Stelle e dei giallo-verdi al governo: antipolitica strombazzata come anticasta, giustizialismo medievale, ambientalismo conservatore, neostatalismo, antindustrialismo, decrescita.

C’è qualcosa di vero in ciò che dicono Emiliano e Orlando: i 5 Stelle portano all’estremo alcuni dei cascami di dogmi e mitologie della sinistra degli ultimi 30 anni. Quella prima di Renzi. Che ha perso.

 

Due strade

Ora ci sono due strade soltanto: restaurare la sinistra “populista” di prima, sotto il nuovo brand a 5 Stelle o rimboccarsi le maniche, uscire dal ‘900, capire che il bipolarismo non è più con la destra ma col populismo. E’ tempo di qualcosa di nuovo.

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