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1968-2024, analogie e differenze delle proteste studentesche

Giovanni Cominelli martedì 7 Maggio 2024
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di Giovanni Cominelli

 

L’occupazione di circa duecento campus americani – tra cui Berkeley, Harvard, Ucla –  del Trinity College di Dublino, di università in Francia – Sorbona e Sciences PO –  in Kuwait,  in Giordania, in India, in Giappone e i movimenti e le contestazioni alla Sapienza di Roma, alla Statale di Milano e di Torino, all’Alma Mater di Bologna annunciano un nuovo ‘68? Le analogie con quello di cinquant’anni fa non mancano.

Il motore di quello era a due cilindri: uno, la rivendicazione di spazi generazionali di libertà e di consumi dentro la società opulenta; due, la rivolta morale contro le ingiustizie del mondo. Alle spalle l’utopia di una nuova Storia, di “cieli nuovi e terra nuova”. Davanti pareva dispiegarsi un futuro di liberazione universale. “L’umanesimo plenario”, annunciato dalla Populorum Progressio, si poteva toccare solo allungando una mano verso l’orizzonte.

Quali le differenze rispetto all’oggi? Il firmamento che incombe su questo “ ’68 del 2024” è illuminato dalle stesse stelle, ma è luce di stelle morte. L’Età dello Spirito, prevista da Gioachino da Fiore, non è arrivata.

Le società umane, tutte, continuano ad essere colme di ingiustizie, di diseguaglianze, di esclusione, di violenza, di guerre. La violenza non è stata espunta dai comportamenti della specie. Insomma: c’è il Bene e c’è il Male, da sempre. La globalizzazione fa i conti con i propri successi e le proprie contraddizioni.

Otto miliardi di persone continuano ad essere divisi per nazioni, religioni, culture, stati e classi sociali. Per quanto riguarda l’Occidente bianco, la sua egemonia storica è messa in discussione da nuovi competitori globali in ascesa. La guerra preme alle porte dell’Europa da Est e da Sud-Est. L’Africa mediterranea è in ebollizione, quella centrale in rivolta.

Questo mondo complicato, conflittuale, pericoloso viene traguardato attraverso il prisma a tre facce dell’ideologia woke/cancel culture/politically correct. È maledettamente semplice e deformante.  La Storia diventa uno zaino troppo pesante da portare in spalla, meglio disfarsene.

Se l’imperativo categorico morale ci impone di abolire il Male, allora distruggiamo il passato storico, che è il Male, e perciò facciamo tabula rasa dell’Occidente capitalista, colonialista, sfruttatore, dominatore e manipolatore.

Negli anni ’60 era il marxismo la teoria-guida della liberazione, oggi sta diventando l’islamismo. Così lo aveva proposto Khomeini a Gorbaciov in una famosa Lettera del 1989. Pare stia accadendo. E così nascono strani puzzle: islamo-marxismo, islamo-fascismo, rosso-brunismo, e, amarum in fundo, ondate di antisemitismo.

Conclusione: come osserva Gilles Keppel, lo studioso francese dell’Islam e del Medioriente, “una parte dell’Occidente si è schierata con i carnefici”, cioè con Hamas contro Israele; proclama nelle Università slogan tipo “Dal fiume al mare”, senza sapere dove si trovano l’uno e l’altro, non muove dito o piazza a difesa delle donne e dei ragazzi iraniani, torturati e impiccati in Iran, chiede di arrendersi a Putin, nel nome della pace.

Gli studenti occupano università prestigiose al grido di “Palestina libera”, confondendo i Palestinesi con Hamas, cancellano il pogrom del 7 di ottobre, dimenticano di chiedere la liberazione degli ostaggi, ignorano che Hamas non vuole uno Stato palestinese, a fianco di Israele,  vuole la sua distruzione. Quali le cause di questa deriva?

La prima l’ha individuata Gilles Keppel, interrogandosi sulla plateale capitolazione di Sciences PO all’ideologia woke: “L’istituzione ha rinunciato al primato del sapere in nome della democratizzazione e dell’internazionalizzazione”.

Le istituzioni accademiche europee e americane, in particolare quelle a indirizzo umanistico, hanno fatto a pezzi le discipline, hanno frammentato gli insegnamenti di storia e di sociologia, sostituiti da corsi sull’anticolonialismo, sulla tratta transatlantica degli schiavi, su sesso e gender, su antirazzismo, su climatologia…  e, si intende, hanno abbassato l’asta delle verifiche. È questa una tendenza generale che risale al ’68, quello vero: innalzare la quantità e abbassare la qualità.

Così, mentre i settori STEM prosperano e sviluppano un’intelligenza tecnocratica asfittica, ma remunerativa, i dipartimenti umanistici – quelli che costruiscono la coscienza pubblica – hanno smarrito la fondamentale distinzione platonica tra δόξα, πίστις, ἐπιστήμη, tra l’opinione, la credenza, la scienza.

Il sapere è diventato opinione. Le classi intellettuali-accademiche, le gerarchie/burocrazie universitarie, “i chierici” si sono chiusi in un sistema autoreferenziale e automoltiplicativo.

Il lassismo, combinato con il valore legale del titolo di studio, ha prodotto una caduta generale del sapere collettivo, coperta da una diffusione massiccia via-social di ogni luogo comune. La caduta dell’insegnamento della Storia e della Geo-storia nella formazione della coscienza delle giovani generazioni incomincia nelle prime classi, si aggrava in quelle superiori.

Quante classi dell’ultimo anno arrivano a oltrepassare il 1945? Se i ragazzi pensano che la Storia contemporanea non esista e che si riduca all’Oggi che sperimentano qui e ora, chi glielo ha fatto credere?

Un’altra causa, è forse quella decisiva, è quella già sperimentata tragicamente negli Anni ’30 del ‘900: “la trahison des clercs”. Un tradimento morale. Paradossale: perché è proprio nel nome della morale superiore alla Storia che la classe accademico-intellettuale e giornalistica sta rinunciando in questa contingenza storica alla difesa delle libertà. Sta perdendo i fondamenti di ciò che chiamiamo “Europa, Occidente, Democrazia liberale…”.

Come spiegare diversamente la spensierata viltà di interi Senati accademici, che cedono a minoranze violente che chiedono l’interruzione dei rapporti scientifici con le Università israeliane? O il tremore del Rettore dell’Università statale di Milano, che nega un’aula per un convegno su Israele, con il pretesto, smentito dalla Questura di Milano, della mancanza di sicurezza? Come non comprendere che questa è una china, lungo la quale qualsiasi minoranza che abbia capacità, vera o presunta, di minaccia è in grado di privare ogni altra della libertà di manifestazione del proprio pensiero? Che cosa spinge a questi cedimenti? La paura di perdere gli iscritti/clienti e quindi le cattedre e quindi i finanziamenti e quindi il potere di generare cattedre fasulle a mezzo di cattedre fasulle? È questo il miserabile segreto?

Abbiamo spesso ironizzato sulla figura dell’intellettuale organico del ‘900, che pretendeva di mettere le brache al mondo. Ma che dire di questi intellettuali disorganici, chiusi nei propri specialismi (?), nelle proprie carriere, incapaci di “verità e di maestria”, maestri cattivi o assenti o silenziosi? La storia del mondo si è incamminata su una strada pericolosa, i nostri ragazzi non ne vedono le pietre d’inciampo, sono preda del lato tossico dell’utopia, per il quale si inneggia al politically correct, si impianta la polizia morale, si porta l’Intifada nelle Università, ma i “maestri” li assecondano e girano la faccia dall’altra parte per quel loro quieto vivere, che chiamano pace.

È questo il nuovo ’68 o non è piuttosto una variante di quei torbidi movimenti giovanili rosso-bruni degli Anni ’30, che hanno preparato una guerra mondiale? Si ruppero vetri, si bruciarono libri, si finì per bruciare esseri umani.

Heinrich Heine aveva messo in guardia fin dal 1821, criticando le Burschenschaften studentesche che bruciavano il libri “antitedeschi”: “Dort wo man Bücher verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen” – Là, dove si bruciano libri, alla fine si bruciano anche uomini-. La fame e sete di giustizia fondata su un’ignoranza coltivata della Storia: questo il lato d’ombra che occorre incessantemente illuminare.

 

Pubblicato su www.santalessandro.org il 7 maggio 2024

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