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Basta con le dannose promesse dei populisti. Il Sud scelga l’Agenda Draghi

Vittorio Ferla venerdì 26 Agosto 2022
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di Vittorio Ferla

 

Il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini non è solo il resoconto orgoglioso di una stagione che rischia di non ripetersi più. È, altresì, un vero e proprio messaggio ‘elettorale’ che traccia un solco tra le due opzioni che si confronteranno il 25 settembre. Nel quale il Sud, nel frattempo sparito dai radar della campagna elettorale, svolgerà un ruolo cruciale.

La legislatura che si sta concludendo è stata segnata dal trionfo dei populismi nel 2018. Due populismi apparentemente distinti – quello “giallo”, di sinistra, e quello “verde” e “nero”, di destra – vinsero a mani basse le elezioni di quell’anno dando il via al quinquennio più folle della storia della Repubblica. Un ruolo sommerso ma formidabile ebbe, allora, il voto del Mezzogiorno.

Da una parte, con il rafforzamento della Lega. Che fino a quel momento non si era mai affacciata in modo significativo a sud dell’Appennino tosco-emiliano. Con quelle elezioni – e, molto di più, con l’exploit delle europee del 2019 – il Carroccio ha tentato di giocare un ruolo nazionale con l’obiettivo di sfondare nell’elettorato meridionale. Sul piano del ceto politico, l’operazione consisteva nell’assorbimento di quadri dirigenti in fuga da Forza Italia, partito sulla via del tramonto insieme con il suo leader. Sul piano dei contenuti, la Lega ha offerto a un certo elettorato abituato a vivere di clientela uno scudo di protezione delle rendite, anche quelle minori.

Dall’altra parte, sempre nel 2018, il Sud ha premiato largamente il M5s: un trionfo travolgente con numeri ben superiori rispetto alle altre regioni italiane. Il tradizionale ribellismo antipolitico meridionale, le attese di aumento dei redditi, la gravità dei sacrifici economici accumulati negli anni della crisi e la crescente domanda di assistenza da parte dello stato: il populismo pentastellato ha dato uno sbocco a tutto questo con la promessa di cieli e terre nuove.

I due populismi hanno trovato poi una convergenza nell’approccio, nelle scelte e nelle misure: non a caso, il primo governo di questa legislatura è stato frutto dell’alleanza tra Lega e M5s. Le due misure simbolo di questo patto furono il reddito di cittadinanza e la ‘quota 100’. Da una parte, la pretesa di “abolire la povertà” con i sussidi. Dall’altra, la rassicurazione di chi temeva di essere danneggiato dalla legge Fornero. Sappiamo com’è andata. Le due misure hanno avuto un peso notevole sui conti pubblici ma non la stessa capacità di soluzione dei problemi che si prefissavano, hanno creato nuove diseguaglianze, hanno creato nuove categorie della rendita. In più, il peso di quei costi si abbatte oggi su quei giovani e quelle donne che rappresentano le risorse principali per lo sviluppo del Sud, ma perennemente dimenticate nei programmi elettorali e nell’azione di governo. Ancora, a causa delle pulsioni anti-europee delle forze della maggioranza gialloverde l’Italia ha rischiato perfino l’uscita dall’euro e, con questa, l’isolamento economico e politico. Con conseguenze che sarebbero state inimmaginabili proprio per la parte più debole del paese.

Per nostra fortuna, l’Agenda Draghi – rivendicata nei fatti dal presidente del Consiglio a Rimini – ha completamente capovolto il paradigma dell’azione di governo. La distinzione tra “debito buono” e “debito cattivo”, ovvero tra la spesa che permette a un’economia di rafforzarsi e quella per interventi che non fanno crescere né la produzione né l’equità sociale. Un metodo di lavoro basato su risposte rapide alle esigenze degli italiani, credibilità internazionale, unità di intenti, coesione sociale. La ricerca della sovranità vera, capace di garantire la sicurezza nazionale (non quella proclamata ma autolesionista): è il caso della indipendenza energetica lentamente riconquistata con la progressiva diversificazione delle forniture di gas e con l’attuazione di strumenti indispensabili (tap, rigassificatori) che il populismo anti-industriale e talebano aveva escluso (peraltro proprio al Sud, in Puglia). Un’agenda di politica economica che ha avuto un impatto positivo sulla crescita con l’aumento inaspettato del prodotto interno lordo e tassi di crescita previsti superiori a quelli di altri importanti paesi europei. La lotta alle diseguaglianze con aiuti e sostegni a famiglie e imprese, ma senza scostamenti di bilancio e con un rapporto debito/Pil che comincia a calare. Un percorso di riduzione delle tasse sensato, compatibile con l’equilibrio di bilancio. Il ruolo politico ed economico svolto nella Ue con proposte di governance per affrontare le sfide globali. Infine, la rivendicazione che “protezionismo e isolazionismo non coincidono con il nostro interesse nazionale”. L’ammonimento di Draghi è esplicito: “Dalle illusioni autarchiche del secolo scorso alle pulsioni sovraniste che recentemente spingevano a lasciare l’euro, l’Italia non è mai stata forte quando ha deciso di fare da sola”.

I programmi elettorali dei partiti populisti appaiono troppo distanti da queste premesse. Il M5s torna a promettere una raffica di misure assistenziali invocando, un giorno sì e l’altro pure, lo scostamento di bilancio: è la cartina di tornasole del populismo economico che scarica proprie sulle generazioni future (la gran parte si trova proprio al Sud) il peso del debito pubblico. La Lega e Fratelli d’Italia, a loro volta, difendono le rendite corporative (tassisti, balneari, catasto), ripropongono i salvataggi delle aziende inefficienti nel nome di un malinteso interesse nazionale (Ita), vogliono rimettere in discussione l’attuazione del Pnrr e rivendicare la prevalenza del diritto interno su quello europeo. Con il rischio di ricacciare l’Italia nell’incertezza e nell’isolamento.

Viceversa, servono concorrenza, competizione, coesione, mercato, società aperta, crescita. In generale, ma soprattutto nel nostro Mezzogiorno. Che dovrebbe liberarsi dalle catene dell’assistenzialismo e dalle superfetazioni dannose della mano pubblica. È bene che gli elettori del Sud, questa volta, facciano tesoro dell’esperienza di questi cinque anni senza lasciarsi ingannare dalle sirene del populismo.

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