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Bocciare o no? Voti di fine anno, tra genitori protettivi e didattica da riorganizzare

Giovanni Cominelli domenica 4 Aprile 2021
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di Giovanni Cominelli

 

Insegnanti, genitori, alunni sono in agitazione, perché si avvicina la fine dell’anno scolastico 2020/21, Anno I dell’Era post-Covid, e non si sa bene come assegnare i voti di fine anno. Più forte che mai viene a galla il dubbio amletico più grave che ogni anno paralizza gli insegnanti, da soli o riuniti nei Consigli di classe e i presidi: bocciare o no? A cascata gli altri: come valutare, visto che le difficoltà tecniche di assegnare i voti, di fare interrogazioni e verifiche scritte sono aumentate di molto con la DAD. Questa modalità didattica consente ai ragazzi di ricorrere ad un sacco di sotterfugi, di copiare, di mimare false presenze virtuali, mentre quella reale è in tutt’altre faccende affaccendata.

In questo universo drogato di Circolari, i Dirigenti, ammalati di dipendenza burocratica, hanno subito chiesto lumi al Ministro. Il quale ha saggiamente rimandato alle valutazioni dei Consigli di classe, gli unici in grado di produrre valutazioni realistiche del livello di conoscenze acquisite dai ragazzi. Tuttavia, emettere giudizi in queste condizioni è diventato più “pericoloso” del solito, perché incombe su tutti il Leviatano del TAR, cui i genitori ricorrono sempre più di frequente per chiedere “giustizia scolastica” per i propri pargoli. Il TAR é la nuova Madonna di Fatima, che custodisce il terzo segreto fatale dei ragazzi bocciati o “indebitati”. Qual è il segreto? E’ ovvio: sono dei geni incompresi. Dai un voto sotto la soglia del 6? Il giorno dopo arriva un genitore a chiedere conto. Alla fine dell’anno il Consiglio di classe assegna voti troppo bassi o infligge recuperi o boccia? La famiglia protesta, ricorre al  TAR, trasferisce il figlio ad altra scuola.

Perciò i Consigli di classe sono costretti a “tener conto” della reazione dei genitori più che a “dar conto” del livello effettivo del sapere del loro figlio. E se un insegnante si ostina a fare onestamente ciò che richiede la sua professione, c’è sempre un preside che lo invita a promuovere il più possibile. Gli alunni sono considerati clienti e i clienti hanno sempre ragione. Se si dà loro torto, essi  possono cambiare “negozio”. E se la scuola perde alunni, diminuiscono le cattedre, perciò posti di lavoro per insegnanti: e, se l’Istituto scende sotto i 500 alunni, non ha più diritto all’autonomia scolastica e ad una presidenza.

Si genera dunque una complicità generalizzata tra scuola e famiglia a danno dei ragazzi e della società intera.

Dei ragazzi, per i quali gli adulti non certificano il livello di conoscenze/competenze realmente raggiunto. Eppure, la maggioranza degli studenti si oppone ad una promozione generalizzata. Perché? Perché il bisogno fondamentale di un ragazzo è quello dell’essere riconosciuto per ciò che vale. Il riconoscimento non esige solo il giudizio individuale da parte dell’insegnante. Richiede, consapevole o no che sia, una comparazione sociale del ragazzo con i suoi simili. Essere valutati vuol dire passare attraverso il filtro di un parametro socialmente condiviso ed essere collocati lungo una scala di valore visibile ad ogni altro. Donde, apro una parentesi, l’assurdità del dogma della privacy, in forza del quale i voti/giudizi non debbano essere visibili agli altri.

Ma il facilismo dei giudizi è un danno anche per la società, alla quale si certifica ufficialmente che il suo capitale cognitivo sta aumentando, mentre sta diminuendo.

Chi paga questo “falso ideologico”? Nessuno? In realtà i giovani e l’intero Paese. Se il nostro livello di conoscenze/competenze si abbassa, c’é poco da prendersela con i Cinesi o con l’Unione europea. Sono gli altri Paesi che ci giudicano, attraverso quella spietata Commissione d’esame che è la concorrenza globale.

Qual è la causa del nostro indulgente facilismo verso noi stessi e i nostri figli?

Più d’una. Intanto, abbiamo perduto la voglia di sviluppo, perché ci siamo adagiati nel benessere conquistato. Nonostante la declamazione quotidiana di miseria, stiamo bene, assai meglio dei nostri padri e dei nostri nonni.  Ci siamo abituati e stiamo abituando i nostri figli ad un mondo dove tutto è facilmente acquisibile e tutto è un diritto. E stiamo convincendo i nostri figli che il mondo funzionerà sempre così. Perciò, li abbiamo circondato di un muro di gomma contro la fatica, la frustrazione, il dolore, le sconfitte.

Molti, poi, sono convinti di essere assai più competenti degli insegnanti dei loro figli o perché hanno qualche infarinatura scolastica in qualche disciplina o perché bastano loro Wikipedia o i talk-show  condotti da opinionisti del nulla e dall’incerto curriculum di studi. Perciò alcuni genitori corrono a mettere naso, spesso in modo aggressivo, nelle scuole e nella classi. E si spingono fino all’avvocato…

E se i Genitori, in forza del Decreto delegato n. 416 del 31 maggio 1974, nello slancio di montare a cavallo di una nuova relazione tra Famiglia e scuola, hanno finito per cadere dall’altra parte, pretendendo spesso di dirigere la scuola, non per fini collettivi, ma per difendere interessi familiari privati.

C’è, tuttavia, una causa strutturale profonda. E’ la pretesa del sistema scolastico di allineare il tempo dello sviluppo psico-fisico e intellettuale dei ragazzi a quello della struttura burocratico-amministrativa dell’organizzazione. Essa fa corrispondere in maniera biunivoca classe di età e classe scolastica. Ora, i tempi di acquisizione dei saperi disciplinari sono variabili, a seconda delle biografie originali di ciascun ragazzo. A me non bastano tre ore settimanali di Matematica, al mio compagno di banco sì, però a lui servirebbero più di cinque ore di Italiano. Eppure dobbiamo stare, lui e io, nella stessa classe con lo stesso orario. L’ideale sarebbe che io potessi frequentare la cattedra di Matematica per il doppio delle ore e che il mio compagno potesse frequentare il doppio di ore di Italiano.

E’ possibile organizzare l’offerta didattica non per classi, ma per accesso a cattedre: cioè non sono i professori che vanno in classe dai ragazzi, ma i ragazzi che vanno alle cattedre delle varie discipline. Avviene già all’Università. In questo caso, ciò che conta è l’acquisizione delle competenze-chiave: ciascun ragazzo non le raggiunge negli stessi tempi. Si chiama personalizzazione, che può essere realizzata in molti modi: con gruppi di livello o con provvisorie pluriclassi, analoghe a quelle che vigevano fino agli anni ’60 nella Scuola elementare, in territori difficili.

Ora, non sappiamo quanto dovremo attendere una siffatta riforma, ispirata al principio di don Milani: “La scuola è di tutti, solo se è la scuola di ciascuno”. Ma, da subito, invece, possiamo smetterla di proteggere i nostri figli contro gli insegnanti e contro la Scuola. Crediamo di proteggerli. Ma, semplicemente, stiamo allevando una generazione fragile di fronte alle sfide della vita.

Promuovere tutti, dunque? Bocciare? No. Occorre semplicemente certificare a ciascun ragazzo, personalmente, ciò che ha realmente accumulato nello zaino. E si tratta di costruire con lui l’itinerario migliore per incrementarlo.

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