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C’è un futuro dei riformisti dopo Renzi

Umberto Minopoli venerdì 8 Marzo 2019
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di Umberto Minopoli

 

Sempre Avanti.

Renzi sul Corriere precisa, definitivamente, la sua posizione: sta nel Pd (nessuna scissione né nuovo partito); non capeggia una sua corrente; è leale con Zingaretti.

 

Il Pd dopo Renzi

Spero che il chiacchiericcio dei commentatori di politica chiuda la telenovela su “che fa Renzi”, volti pagina e passi a parlare d’altro. Ora in campo c’è un Pd che non è di Renzi. Va analizzato, giudicato e valutato, per quello che è e che fa, senza più l’ossessivo riferimento a Renzi.

Oggi la dialettica nel Pd, se si vuole rispettare il congresso e la partecipazione di popolo alle Primarie, deve fare riferimento alle mozioni che si sono misurate al congresso. Non più alle aree, posizioni e correnti di prima del congresso.

Nei partiti democratici non dovrebbero esserci correnti ma, in base ai risultati di un congresso democratico, una maggioranza e una minoranza. Questa è unità. Che non è unanimismo.

 

Ripartire dalla minoranza

Nell’ultimo congresso che si è chiuso la minoranza è quella di chi si è, in modo chiaro, esplicito e trasparente, opposto alle idee, posizioni, propositi di Zingaretti proponendo una mozione e una piattaforma distinta. Questa posizione ha perso. Dunque: questa posizione, Sempre Avanti di Giachetti ed Ascani è la minoranza congressuale. Non i renziani di ieri (che stanno in tutte le mozioni ) ma le persone che hanno votato SempreAvanti.

A questa minoranza, per rispetto del congresso, non si può chiedere di sciogliersi: i congressi aprono e danno dignità alla dialettica in un partito. Non la chiudono come pretendono i nostalgici dei partiti-chiesa, unanimistici e novecenteschi.

Nella mozione di Giachetti-Ascani c’è scritto, nero su bianco, quale è il profilo politico (obiettivi, progetti, idee sul partito) di questa minoranza. Questa minoranza dovrà ispirare la sua condotta, esclusivamente, alle sue autonome determinazioni. Non a quelle di Matteo Renzi. Ricordo che si tratta di oltre 250.000 persone. Non sarebbe giusto offendere il loro voto. Che, tra l’altro, è stato carico di passione, combattività, entusiasmo.

 

Il futuro dei riformisti

E non è stato un voto di nostalgia. Ma di investimento convinto in un futuro Pd riformista, aperto, di centrosinistra e non di vecchia sinistra, collocato in Europa con Macron e non con Corbyn, sostenitore di “Siamo europei” di Calenda e di un fronte antisovranista e antipopulista con liberali, civici, popolari, ambientalisti e non di ridotte di sinistra. In Europa ma anche in Italia. Altro che mozione nostalgia.

Giachetti e Ascani hanno non il diritto, ma il dovere di rispettare chi ha sostenuto la loro mozione dando seguito e continuità alla battaglia per quell’idea di Pd futuro in cui i loro elettori hanno creduto. Per il bene del Pd.

Dove il pericolo maggiore è, in questo caso sì, un’operazione nostalgia, un ritocco fotografico, un twenty years day (il semplice ritorno al Pd del 2013) che non fa i conti con la realtà (il populismo) e le esigenze (un fronte europeo anti populista) del 2019.

Renzi, per questa mozione, resta un grande riferimento culturale (è l’unico che parla nel Pd di cose e di futuro), di stima e di riconoscenza. Ora però, dentro il Pd, la minoranza deve camminare sulle proprie gambe. Si è chiesto un voto in un congresso. Occorre rispettarlo.

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