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di Salvatore Curreri

 

Commento alla Tesi n. 6

 

A prima vista, può sembrare inattuale continuare oggi a parlare di riforme istituzionali dopo la bocciatura referendaria del 4 dicembre 2016 e soprattutto dopo l’approvazione dell’attuale legge elettorale che, non cogliendo gli spunti maggioritari contenuti nella sentenza della Corte costituzionale n. 35/2017 che ha dichiarato incostituzionale l’Italicum, ha introdotto un sistema proporzionale, con lieve correzione maggioritaria, che di fatto ha fotografato l’attuale assetto politico tri(se non quadri)-polare.

Il che è senz’altro vero se si considera le emergenze più impellenti oggi al centro dell’agenda politica (immigrazione, sicurezza, Europa, crescita economica) e il modo, per taluni versi incostituzionale, con cui sono affrontati dall’attuale maggioranza. Eppure il tema del buon funzionamento delle nostre istituzioni rimane ancora una questione irrisolta della nostra transizione per tre motivi che, per brevità, possono così essere riassunti.

 

Perché le istituzioni non funzionano

a) il passaggio dal parlamentarismo maggioritario, in cui sono gli elettori a scegliere il governo del paese, al parlamentarismo compromissorio, dove invece gli elettori votano per i partiti, delegando loro il se e come allearsi per formare il governo. I dati sono così evidenti, e prima ancora la memoria delle sofferte vicende che hanno portato alla nascita dell’attuale esecutivo così fresca, da non meritare tale considerazione ulteriori spiegazioni.

Basti qui ricordare il ruolo maieutico del Capo dello Stato nella formazione del governo; il suo basarsi su un contratto di governo, versione propagandistica in salsa privata del classico accordo di coalizione, la dissociazione tra le due forze politiche che hanno dato vita al governo Conte e tra queste e la componente tecnico-amministrativa in esso presente; il ritorno, tipico dei governi di coalizione, a politiche neo stataliste e assistenzialiste a carico del debito pubblico e, quindi, delle generazioni future;

b) l’attuale però è un parlamentarismo compromissorio atipico, diverso da quello che abbiamo vissuto nella c.d. Prima Repubblica: il ruolo, per così dire, incolore del Presidente del Consiglio, incapace di assumere la direzione politica del governo ex art. 95 Cost., oscurato dai suoi due vicepresidenti, leader delle forze politiche dal cui accordo il governo è nato (qualcuno ha efficacemente parlato di forma di governo vicepresidenziale); la progressiva marginalità in cui è sospinto il Parlamento, a dispetto della sua pretesa centralità, dato che le riforme più importanti vengono varate tramite decreti legge sulla cui conversione il Governo pone la questione di fiducia (spesso su maxi-emendamenti interamente sostitutivi del testo in discussione) e la legge di bilancio, cioè la legge più importante in cui si concentrano le scelte d’indirizzo politico, è stata approvata in pochi giorni (e al Senato in poche ore); la paralisi decisionale su alcuni punti fondamentali rimasti fuori dall’accordo di governo, come la politica estera e le opere pubbliche, a dimostrazione di quanto sia a illusoria la pretesa di chi riteneva il contratto di governo sufficiente a fronteggiare le “prevedibili imprevedibilità” che l’azione di ogni governo incontra nel suo cammino;

c) il fatto che il tema delle riforme non sia affatto sparito dall’agenda politica, giacché sono diverse le proposte attualmente in discussione, apparentemente marginali ma che invece possono alterare profondamente sia il sistema di governo che la forma di Stato: l’introduzione del referendum propositivo, considerato come strumento non integrativo ma alternativo alla democrazia parlamentare; la riduzione del numero dei parlamentari, dalle forti venature demagogiche se non accompagnata ad un ripensamento del nostro bicameralismo paritario; in tal senso, l’autonomia differenziata che, se non chiaramente disciplinata, potrebbe mettere a rischio l’unità nazionale e provocare ulteriori contrasti tra le regioni che, in mancanza di un Senato come camera di rappresentanza territoriale, continuerebbero a scaricarsi direttamente sulla Corte costituzionale, cioè su una sede giurisdizionale e non politica.

Dinanzi a tale scenario, la tesi qui commentata ripropone il tema di una democrazia parlamentare decidente, alla quale pervenire tramite l’adozione integrale del sistema semi-presidenziale, cioè con elezione diretta del Capo dello Stato e sistema elettorale a doppio turno. Ma si potrebbe anche, rimanendo nel sistema parlamentare, introdurvi maggiori elementi di razionalizzazione, sull’esempio tedesco o spagnolo, così come del resto originariamente previsto dal costituente.

 

Ora serve rafforzare le istituzioni di garanzia

Di fronte però ad una maggioranza che fa dell’azione politica anticostituzionale la sua cifra distintiva occorre di pari passo procedere al rafforzamento delle istituzioni di garanzia e di controllo: il ruolo delle opposizioni all’interno del Parlamento perché non abbia a ripetersi quanto accaduto in occasione dell’approvazione della legge di bilancio 2019; oppure il ricorso diretto alla Corte costituzionale da parte di chi ritenga lesa un suo diritti fondamentale, per evitare, ad esempio, che un Sindaco debba apertamente disobbedire alla legge cui è soggetto per provocare appositamente un processo nel corso del quale eccepire l’incostituzionalità della disposizione contestata, come accaduto nel caso Diciotti.

 

E curare i corpi intermedi

Un’ultima considerazione. Per riformare la democrazia rappresentativa non basta intervenire sui “rami alti” dell’ordinamento costituzionale ma occorre, per continuare nell’esempio, rinsaldare e rivitalizzare le radici dell’albero. Per questo occorre contrastare l’attuale tendenza alla disintermediazione politica, valorizzando i mondi vitali presenti nel territorio di tipo culturale, religioso, solidaristico, politico, tra i quali, ovviamente, i partiti politici.

Sotto questo profilo, si ripropone per l’ennesima volta il problema della loro democrazia interna, specie allorquando si tratti di prendere decisioni politiche fondamentali e decidere le candidature. Tale problema assume particolare urgenza nel Partito Democratico, dove il coinvolgimento della base dei militanti e simpatizzanti con le primarie è stato un fatto episodico, funzionale alle candidature istituzionali, e non invece una tappa verso una maggiore apertura del partito, la cui organizzazione centralista non è stata quindi modificata.

Sotto questo profilo non si può fare a meno di notare in questa sede come ciò sia particolarmente vero in Sicilia dove tale partito sembra solo un arcipelago di signori delle tessere, privo di qualsiasi interlocuzione con quella parte più ampia società civile che pur vorrebbe rappresentare.

 

(Intervento pronunciato in occasione del convegno Le riforme che vogliamo – Catania, 15 febbraio 2019)

Professore in Istituzioni di Diritto pubblico – Libera Università degli Studi di Enna “Kore”

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