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Che senso ha un’estranea alla guida del Pd?

Paolo Pombeni giovedì 24 Novembre 2022
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di Paolo Pombeni

 

Quel che sta succedendo nel Partito Democratico non può essere derubricato ad una questione in fondo settoriale che interessa un numero limitato di persone. Non si può per più di una ragione: perché in questo momento si tratta del maggior partito di opposizione, e la democrazia ha bisogno di una forte dialettica; perché ciò che sta succedendo da quelle parti rappresenta plasticamente la crisi della “forma partito” così come l’avevamo ereditata dalla trasformazione politica del Novecento.

Sfatiamo subito la leggenda che il grande partito di opposizione possano essere i Cinque Stelle. Almeno per ora non è così. Innanzitutto dal punto di vista dei numeri: il PD alla Camera ha 69 deputati, M5S 52, al Senato siamo 38 a 29. Nella dialettica parlamentare contano i seggi non le percentuali rilevate settimanalmente dai sondaggi. In secondo luogo fra le opposizioni solo il partito attualmente ancora guidato da Enrico Letta è alla testa di un numero significativo di regioni e di comuni, i Cinque Stelle non sono neppure lontanamente paragonabili e men che meno gli altri. Ora per fare seria opposizione poter contare sul controllo di sedi di potere come sono le regioni e i comuni non è una cosa marginale. Che poi il PD in questo momento non se ne renda conta e punti più su un assurdo inseguimento di non si sa bene quale “identità”, anziché lavorare per tenersi ed allargare quelle basi fa parte della sua crisi che andremo ad esaminare.

Veniamo dunque alla crisi della “forma partito”, cioè del modo di organizzare e di capire la presenza di aggregazioni formalizzate come “istituzioni”, cioè strutture che vogliono avere una propria personalità che prescinde dalla somma delle adesioni individuali che raccoglie. Ora il PD, traumatizzato da una sconfitta elettorale che poteva ben prevedere, sembra non riuscire più a muoversi come una istituzione capace di esprimere una propria volontà attraverso i suoi organi: è ridotto ad una confraternita di correnti, gruppuscoli, singoli personaggi in cerca di palcoscenico.

Non stupisce più di tanto il fatto che i proclami per l’indizione di una “fase costituente” che doveva precedere qualsiasi lotta per l’occupazione del suo vertice si siano rivelati fiato sprecato. Come sempre, non si apre un dibattito perché qualcuno decide che sarebbe bene farlo. Si apre quando a prescindere è nata una discussione forte che coinvolge le strutture oggetto del ripensamento “costituzionale”. Dunque non solo il problema del segretario, ma per esempio anche quello del presidente, della direzione, del parlamentino interno comunque lo si voglia chiamare.

É sotto gli occhi di tutti che non è in corso nel paese alcun dibattito reale sulla “forma” da dare al partito, bensì si discetta, in maniera piuttosto banale, di slogan, parole d’ordine (o presunte tali), di campi larghi e stretti. Dietro a questa confusione, che non riesce a precipitare sopra il livello dei talk show, l’unica cosa che emerge è la ricerca di chi possa prendere il timone di una barca in balia delle onde del mutamento epocale in corso. Si parla di un uomo o una donna al comando da cui ci si aspetta un intervento salvifico. Nessun discorso sul complesso dei ruoli e delle articolazioni del vertice che, difficile negarlo, nel complesso hanno dato cattiva prova (si pensi anche solo al ruolo evanescente della presidente del partito, scelta come figura scialba e improbabile fin dall’inizio solo perché facesse più o meno il “paggio” al segretario). E poi da quelle parti si tuona contro l’ipotesi di un impianto “presidenzialista” nell’organizzazione costituzionale italiana…

Stupisce non poco che nel dibattito sulle candidature per il ruolo di segretario ad un uomo come Bonaccini, che è il risultato di una vita spesa dentro il partito, si contrapponga una donna come Elly Schlein che non è neppure iscritta e che alla struttura e alla storia del partito è completamente estranea. Per chi ha un minimo di conoscenza della storia delle istituzioni politiche questo è abbastanza incredibile: non solo perché nega la funzione principale di un partito che è quella di produrre al suo interno la propria classe dirigente, ma perché si mostra inconsapevole del rischio di regalare la propria struttura ad un “estraneo” che inevitabilmente la farà sua. Tanto per dire che non stiamo facendo fantasie, si veda quel che è successo coi Cinque Stelle: hanno chiamato Conte, all’epoca più o meno un signor nessuno, issandolo sulla tolda di comando e questi si è pian piano impadronito del partito liquidando quelli che lo avevano “inventato”.

Ora nel PD rischia di succedere più o meno la stessa cosa. Per non avere nel ruolo chiave un uomo che si è costruito nella vita politica dell’organizzazione, che ne conosce per esperienza diretta pregi e difetti, che ha affrontato e vinto in prima persona battaglie elettorali, una componente del partito gli contrappone una persona che è stata davvero “inventata” in gran parte dai media ed a cui quegli stessi che la sostengono hanno creato i piedistalli successivi (europarlamentare, vice presidente della regione Emilia Romagna, ora deputato). Si illudono di poterla tenere a freno potendole rinfacciare questo artificiale cursus honorum, ma si sbagliano, perché dopo averla divinizzata in omaggio alle mode che corrono nei salotti del mondo mediatico, non sarà più possibile. Se la Schlein vincesse, il PD si avvierebbe a divenire un post-partito come i Cinque Stelle, ma anche come altri che agitano questa convulsa fase della nostra vita pubblica.

Il sistema politico italiano potrebbe essere contento di una soluzione del genere? Crediamo che la risposta non possa essere che negativa. Di partiti seri, di strutture vere che preparino classi dirigenti adeguate, che sappiano incanalare e orientare la pubblica opinione c’è bisogno a destra, al centro e a sinistra. È auspicabile che ci siano riprese in questa direzione dopo l’orgia di populismi e demagogie di vario genere e colore con cui si sono caratterizzati sempre più gli ultimi decenni.

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