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Clima: le cose da fare sono più importanti delle date

Umberto Minopoli martedì 9 Novembre 2021
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di Umberto Minopoli

 

Sono 28 anni (10 prima che nascesse Greta) che il mondo (Conferenza di Rio) si propone il contrasto ai cambiamenti climatici, identificati con gli effetti riscaldanti delle emissioni di CO2. Ventotto anni: il tempo di una generazione. Quando si legge che sono i ragazzi o Greta che hanno imposto il tema del clima all’odg, si dice una colossale bugia. Ai tempi del Protocollo di Kyoto, Greta non era neppure nata.

Dov’è, invece, il problema? Che i demagoghi che inseguono la protesta non vedono? Nei trentanni alle nostre spalle, gli allarmi sul clima sono cresciuti, ma le emissioni di gas serra sono, sempre e inesorabilmente, aumentate. E non perché i governi fossero insensibili agli allarmi. Troppo facile ridurre tutto alla volontà dei singoli Stati.

La verità è che esiste una “trappola della CO2”, che i demagoghi fingono di non vedere: i gas serra si abbassano solo quando si decresce e si abbassa pure lo sviluppo. La più significativa (ed unica in 30 anni) decrescita della CO2 si è verificata solo col Covid e la decrescita economica del 2019 e del 2020. Ecco quello che non si vuole vedere.

Non è affatto facile conciliare crescita e taglio delle emissioni. Inutile prendersela con cinesi ed indiani. Nessun paese (neanche Europa ed Usa) può rinunciare al Pil in nome delle minori emissioni. Sarebbe come dire: “morire di inedia per non morire di emissioni”. In realtà, una scelta impossibile. È strano che i ragazzi occidentali di oggi non percepiscano il sottile conflitto di classe che sta dietro la disputa sulle emissioni: miliardi di persone la ritengono la pretesa di noi “ricchi arrivati” di voler impedire ad altri, meno fortunati, di accedere ai nostri livelli di consumo e ricchezza energetica.

Clima e sviluppo sono, allora, destinati ad essere in irrisolubile conflitto? Nient’affatto. Dovremmo tutti prendere lezioni dal Draghi del G20. Mentre la retorica mediatica, con largo anticipo, già straparlava di “fallimento”, il nostro Premier salutava le conclusioni del G20 come “sogno che si realizza”. Semplicemente, Draghi con saggezza ritiene che alla disputa, assurda e inutile, delle date finali (2050, 2060 o 2070) sia più utile e pratico sostituire, con Cina e India, le cose da fare: uscire dal carbone (che però, amici cari, si può chiudere solo con il nucleare, è bene saperlo), il sostegno finanziario ai paesi in difficoltà per de-carbonizzarsi, la ricerca comune delle tecnologie per la transizione energetica, l’impegno per riforestare la Terra.

Un grande socialista della fine dell’800, un maestro del riformismo lo diceva così: “il movimento (fare le cose) è tutto, il fine (nel nostro caso, le date) è nulla”. È così anche per il clima.

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