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Dai populisti a Google: chi ha bisogno dell’ignoranza?

Antonio Preiti lunedì 22 ottobre 2018
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di Antonio Preiti

 

Mi chiedo con rabbia quanto ci sia di popolare, sia pure di populista, nella contestazione, nel disprezzo e, talvolta, nell’odio verso la cultura. E non parlo della contestazione dei “maître à penser”, per altro condivisibile, ma proprio dell’apprendimento in sé, della voglia o della necessità del sapere, quasi che ci si debba vergognare ad avere un libro (o un e-book) in mano.

 

La crociata contro la cultura

C’è una sintesi inaccettabile nell’incredibile crociata contro tutto ciò che non è il frutto dell’istinto. E la sintesi: sapere è potere, e siccome “siamo contro il potere” (quale?), siamo contro il sapere. Un sillogismo che apparirebbe subito privo di senso, se si avesse il coraggio vederlo per quello che è, schematico, brutale ed essenziale.

Il sapere non è solo competenza tecnocratica. E su questo ci sarebbe da fare un discorso a parte, perché la “crazia”, cioè il potere, è separabile da “tecno”, cioè dalla competenza: possiamo avere tranquillamente una competenza che non sia al servizio del potere, ma del popolo. Il sapere è la qualità fondamentale dell’essere umano. Siamo umani proprio perché abbiamo un sapere, cioè possediamo consapevolezza di quel che siamo e di ciò che possiamo o non possiamo fare. Senza il sapere non siamo nulla.

La cultura è leggere un romanzo che ci apre al divertimento, alla consapevolezza o alle infinite possibilità che abbiamo dentro di noi, anche se non lo sappiamo o non le consideriamo. Cultura è un film che ci fa provare sentimenti e sognare vite che magari non abbiamo osato vivere. Cultura è capacità acquisita con lo studio, è capire come funzionano le cose, da un impianto idraulico alla globalizzazione economica. Il sapere ci dà potere, non è “tecnocrazia” ma semplice possibilità di vivere meglio.

Queste potrebbero sembrare osservazioni esagerate e non lo sono, oppure potrebbero apparire retoriche e lo sono ancor meno. O addirittura sembrare astratte e non sono così, ma piuttosto concrete e “politiche”. Consideriamo il punto di vista populista, proprio quello, per dire quanto il loro bersaglio sia errato.

 

Il punto di vista populista

Nel sistema sociale italiano, chi non ha bisogno di studiare, di cultura e di competenza? Si tratta dei ricchi (usiamo volutamente il linguaggio populista): chi ha un grande patrimonio, o anche un medio patrimonio, e perfino un piccolo patrimonio immobiliare, può studiare o non studiare, essere colto o non esserlo, essere competente o non esserlo: è sua la scelta. Certo non è “costretto” a studiare per costruirsi un buon avvenire.

Guardiamo invece al popolo vero, in carne e ossa, alle decine di migliaia di famiglie che, negli anni, hanno fatto sacrifici, speso soldi, si sono imposte privazioni per permettere ai propri figli di studiare ed ottenere una laurea. Dunque, un buon lavoro e un buon avvenire. Sono questi i “competenti” che hanno creato la “tecnocrazia”? Se queste famiglie e queste persone avessero scelto strade alternative al sapere, adesso dove sarebbero? Se non avessero letto i libri che hanno letto, se non avessero speso ore sui libri ad imparare, cosa avrebbero fatto della loro vita? Come si sente chi ha radici popolari, ha studiato, ha conquistato sapere e competenze, a scoprire che quella era la strada sbagliata? Cos’altro doveva fare? Non è che populismo voglia dire “restate dove siete”?

 

L’importanza della cultura e della competenza

Se il mondo andasse nella stessa direzione della lotta alla cultura e alla competenza, potremmo farcene una ragione. Come se ne farebbe una ragione un produttore di rullini fotografici nell’era digitale, ma non è così. La Cina cresce esponenzialmente perché è diventata formidabile con le nuove tecnologie, e non più solo come la “fabbrica del mondo”. Putin dice che chi controllerà l’intelligenza artificiale controllerà il mondo. Gli USA sono in una fase di crescita formidabile, grazie all’innovazione in ogni ambito della vita economica. In nessuna parte del mondo l’ignoranza sembra l’arma giusta per vincere. Perciò ad essere anacronistica non è la competenza, ma l’ignoranza.

Ultima digressione: ci si domanda com’è potuto accadere tutto questo, com’è stato possibile pensare che non ci fosse bisogno di medici per essere curati, o di ingegneri per fare buone macchine e di molte altre competenze. Non può essere solo colpa del populismo, ci dev’essere una ragione più radicata, più profonda.

 

La nascita di Google

La risposta più convincente è la nascita del motore di ricerca di Google: mi basta scrivere un sintomo e trovo la terapia; pongo qualsiasi domanda ed comunque una risposta. Questo, in qualche modo, dà l’illusione di avere dei superpoteri. E certamente un po’ è vero. È meraviglioso che l’immensità del sapere sia tanto disponibile, fruibile, accessibile.

Il punto è: questa immensità, per essere realmente fruttuosa, ha bisogno – non fosse altro che per la sua quantità e varietà – di una visione critica, di una capacità di comparazione, di una cultura che distingua il vero dal falso, il buono dal cattivo, la competenza reale dalla competenza fittizia. Google ci dà potere quando distribuisce sapere, mentre ci toglie potere quando non siamo in grado di padroneggialo. Di fronte al mondo digitale, siamo tutti in balia di forze opposte: usare ed essere usati dal sapere, o da quel che si presenta come tale.

L’elogio dell’ignoranza – o la concezione del sapere come superfluo, inattuale o superato – è la più grande bugia che si possa raccontare. Sicuramente anche chi se ne fa promotore lo sa. Perché tutti sanno che, parafrasando Wittgenstein, i limiti del (tuo) sapere, sono i limiti del (tuo) mondo.

 

 

 

Economista, è membro del Consiglio di amministrazione dell’Enit. È cresciuto al Censis, ha lavorato per Luiss management, Università di Bolzano, Agenzia del turismo di Firenze, Comune di Firenze, Banca Imi e altri ancora. Blogger per Huffington Post, collabora con il Corriere della Sera. Svolge professionalmente di studi e ricerche per Sociometrica. Twitter @apreiti

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