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di Pietro Ichino

 

Autunno, riaprono le scuole e nei licei si avvicina per gli studenti il tempo di un appuntamento ormai consueto: l’”occupazione” di fine ottobre o primi di novembre. Una forma di protesta che pretenderebbe di avere obiettivi politici ma ha perso nel tempo qualsiasi contenuto serio e costituisce per lo più soltanto un diversivo rilassante rispetto alla fatica delle lezioni e dello studio. Ho sempre criticato duramente questo rito stanco e vuoto, che continuo a considerare tale.

Quest’anno, però, riconosco che un motivo forte e specifico per protestare – tutto sta nello scegliere la forma più efficace – i giovani in quanto tali lo avrebbero: è l’annuncio del Governo che intende abbandonare il “sentiero stretto” della correzione dei conti pubblici concordato con i partner europei. Cioè che intende ripristinare dal 2019 l’abitudine del trentennio a cavallo tra 900 e 2000 di spendere una trentina di miliardi di euro più di quanto produciamo nel corso dell’anno.

Trenta miliardi che vanno ad aggiungersi ai circa 2.300 di debito pubblico accumulati fin qui, e ai miliardi ulteriori che l’Italia dovrà pagare per i maggiori interessi che i nostri creditori chiederanno per prestarci denaro (l’impennata dello spread non è una probabilità: è una certezza).

Tutto questo per che cosa? Per mandare in pensione prima del tempo un mezzo milione di sessantenni e attivare quella forma di assistenzialismo deteriore che il M5S chiama “reddito di cittadinanza”.

Chi pagherà tutto questo? In qualche misura lo pagheremo tutti, fin da subito; ma il peso maggiore graverà nei decenni futuri sugli adolescenti e i ventenni di oggi, ad alto rischio di non avere né lavoro, né assistenza, né pensione.

In questi giorni drammatici, frequentando licei e università, li vedo per lo più pensare ad altro, come se la cosa non li riguardasse. Possibile che sul vero e proprio furto che la generazione dei loro padri e nonni sta perpetrando ai loro danni non abbiano nulla da ridire?

 

(Tratto dal sito www.pietroichino.it)

 

 

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