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Draghi al Senato: uniti si vince

Carlo Fusaro mercoledì 17 Febbraio 2021
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di Carlo Fusaro
Il discorso al Senato di Mario Draghi: cinquantun minuti per un “governo di unità nazionale nello spirito repubblicano” [«l’unità non è un’opzione, è un dovere»] e un’Italia più che mai nell’UE (17 febbraio 2021)
Mario Draghi delinea il programma del suo governo in poco più di cinquanta minuti. Un discorso nello stile sobrio che ci si attendeva, un bell’eloquio forbito senza inutile retorica, con ripetuti riferimenti alla “responsabilità nazionale”, imposta dall’emergenza (descritta in termini non edulcorati: segnalando per esempio il calo netto dell’aspettativa di vita causa Covid19), e molti dati (anche se su quelli relativi ai posti letto di intensiva si è impappinato); un discorso accompagnato da 24-25 applausi culminati in quello finale durato oltre un minuto.
Prima l’applauso più forte, direi quasi ostentato (e infatti seguito da qualche “buuu…” inevitabile), quando ha cortesemente ringraziato Giuseppe Conte. Del resto – al di là di diversi ministri, come sappiamo – Draghi è stato attentissimo a presentare un programma diverso da quello del predecessore ma con elementi evidenti di continuità (per es. sul celebre PNRR ha detto sobriamente: partiamo da quello impostato dal governo precedente approfondendone alcuni aspetti, rafforzandone gli obiettivi strategici e marcando di più il tema delle “riforme”).
Già preannunciata e confermatissima la direzione della politica estera: Europa, Nato, multilateralismo, Mediterraneo, con sottolineature particolari ai rapporti bilaterali da un lato con Francia e Germania, dall’altro con Spagna, Grecia, Malta e Cipro. Un cenno alla Turchia.
Chi si attendeva un discorso icastico e brevissimo sarà rimasto deluso. È stato un discorso di lunghezza media (per il genere) e sufficientemente completo: del resto sin dall’inizio Draghi ha detto, «dobbiamo affrontare nel contempo emergenza e riforme» (nessuna politica dei due tempi è immaginabile).
Sarà distorsione professionale, ma mi è parsa spiccare la assenza di qualsiasi anche indiretto riferimento ai temi delle istituzioni e della legge elettorale: che dunque – si deve ritenere – il suo governo non intende affrontare (del resto ha già un’agenda da far tremare i polsi). Esse restano affidate integralmente, se vorranno, alle forze politiche parlamentari.
Si è divertito, proprio all’inizio, ad evocare la “varietà infinita” di formule usate per definire la natura del suo governo: che ha voluto chiamare “il governo del paese senza alcun aggettivo”, un governo che egli nega sia il governo del fallimento della politica, o anche un governo che segna un passo indietro della politica e delle diverse identità dei partiti, ma se mai un passo in avanti in nome delle esigenze del paese, fondato appunto sul binomio “senso di responsabilità e spirito repubblicano”.
Ha anche avvertito che non conta la durata dei singoli governi ma la qualità delle decisioni e delle scelte compiute: quasi a dire, non ponete limiti ma neanche aspettatevi una durata particolarmente lunga, importa che il governo faccia quello che deve fare, e subito.
Alcune sottolineature (mie) per evidenziare la cifra complessiva del programma che Draghi ha illustrato: la lotta contro la pandemia, vaccini a gogò (con ricorso a protezione civile, ff. aa. e volontariato: e distribuzione dappertutto), il riequilibrio di genere (parole fortissime, specie sull’aumento dell’occupazione femminile nel sud e su un welfare che permetta davvero di conciliare famiglia e lavoro, come per gli uomini), le generazioni future e i giovani di oggi, i lavoratori a tempo determinato e autonomi (che soffrono di più il peso della crisi), la transizione ecologica e quella digitale (del resto con ministri ad hoc), un’economia che va indirizzata verso sbocchi diversi dal passato: non mera ripresa dove eravamo, l’europeismo («senza Italia non c’è UE, ma fuori dall’UE c’è meno Italia», un’Italia debole e povera), il rilancio della sanità territoriale, istruzione tecnica e formazione degli insegnanti, scuola per la quale pensare anche a un calendario da rivedere e fasce orarie (applausi stentati!), lavoratori da proteggere ma non le attività (alcune delle quali da dismettere o non sostenere necessariamente: nessun applauso), anche nel settore turistico, politiche attive del lavoro (senza una parola sul reddito di cittadinanza: e a dire il vero anche sulle pensioni; del resto quota 100 sta finendo, restano però problemi “di scalino”).
Sul PNRR in parte ho detto: mi è sembrato fondamentale che Draghi abbia inquadrato il piano da qui al 2026 in una prospettiva strategica decennale e trentennale: al 2030 e al 2050. Il 2026, il PNRR da 210 mld, sono solo obiettivi intermedi, noi dobbiamo guardare al 2031. Quasi a dire: rimettiamo in carreggiata l’Italia, facciamolo tutti insieme, ma poi la linea di fondo resti quella.
Impegnative le parole sul fisco (riforma complessiva fatta sulla base di competenze tecniche, non interventi puntuali che favoriscono inevitabilmente le lobbies), la p.a., la giustizia (civile: la grana della giustizia penale e della prescrizione resta alle forze politiche e alla gestione saggia di Marta Cartabia), la concorrenza (da rilanciare).
Infine: un’avvertenza politica sostanziale Draghi l’ha lanciata a tutte le forze politiche, in termini che mi sono parsi inequivocabili: «chi sostiene questo governo fa una scelta irreversibile per l’UE, per l’euro e per un’Europa sempre più integrata con un bilancio presto comune». Niente di più niente di meno: Salvini (e altri) ne prendano atto, una volta per tutte. Questa la sostanza, anche costituzionale a ben vedere, del governo Draghi che chiede la fiducia.
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