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E infine, si riuniscono le Camere. Trattiamole bene

Redazione giovedì 26 Marzo 2020
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di Mauro Zampini*

 

Infine, le camere tornano a riunirsi.

Non si aprono, espressione che va bene per le fabbriche, i cinema, gli uffici, le palestre: le camere non sono chiuse. Possono sempre riunirsi, a Ferragosto, a Natale. Si riuniscono nelle varie tipologie previste per i diversi organi del parlamento: le commissioni, le Assemblee, le giunte, gli uffici di Presidenza, le conferenze dei capigruppo.

I presidenti non hanno orario di lavoro. Il termine “apertura” riferito al Parlamento, termine risuonato milioni di volte in queste settimane, contiene e deriva da un grossolano equivoco, secondo il quale il “lavoro” dei parlamentari coincide con le ore di riunione degli organi delle Camere, e segnatamente delle Assemblee plenarie.

Non è un lavoro di ufficio, quello del parlamentare. L’equivoco arriva al punto di considerare “lavoro” solo la presenza fisica (e gravissima l’assenza) di deputati e senatori (tutti e 630 e 315 rispettivamente): anche ad assistere a fasi di dibattito che interessano.

E riguardano solo chi vi interviene, oltre ad un presidente di turno, necessario per la validità della seduta. Come per le interrogazioni, spesso su fatti di interesse locale, o le discussioni generali  sulle proposte di legge, che separano l’esame in commissione dai voti in aula. E che si reputano superflue, al punto da tenersi solo su richiesta di un gruppo. È legittimo sperare, se non pensare, che gli assenti da quei dibattiti siano impegnati  in modo più proficuo per  gli elettori e il loro stesso quoziente intellettivo.

A far considerare che quello dei parlamentari sia un lavoro, come quello delle professioni comuni, ha contribuito in modo decisivo la recisione del legame tra il parlamentare e gli elettori del proprio collegio, o circoscrizione: che gli elettori di una certa età ricordano sicuramente come un rapporto concreto, visibile, dal quale scaturiva poi la decisione di rivotare o meno quella persona, o il partito della stessa.

Già, il partito: gli stessi elettori di una certa età ricorderanno anche idea di partito che si identifica e si esaurisce nel nome di una persona. Vi si aderiva, o lo si votava, condividendone le idee, che non cambiavano ogni giorno, e non dovevano essere “megafonate” ogni giorno con i mezzi nel frattempo messi a disposizione dalla tecnologia.

Quella era la funzione del parlamentare, la “rappresentanza”: che contiene la funzione parlamentare, ma non si esaurisce in essa; non è un lavoro , ma una funzione; non coincideva (un tempo e secondo Costituzione) con le riunioni delle Camere, ma si prolungava dal collegio al parlamento e ritorno, senza soluzione di continuità.

E che non esiste più da quando un susseguirsi di leggi elettorali ha introdotto e mai ritrattato la pratica per cui i parlamentari fossero nominati su designazioni del capo; e che gli elettori di conseguenza perdessero qualsiasi rapporto con i parlamentari, fino a saperne a stento i nomi.

Infine, le camere tornano a riunirsi, con un dibattito sulle comunicazioni del presidente del Consiglio. Con l’esame dei decreti legge, almeno. A chiederlo con impudenza, anche personalità politiche che in veste di ministri, ogni giorno, o più volte al giorno, comunicavano dai mezzi sociali che il motivo per il quale non ritenevano di recarsi e spiegarsi nelle camere, che lo richiedevano, era che non avevano nulla da dire. E lo dicevano lì.

Tornano a riunirsi: e chi può, si adoperi perché in quelle sedi i parlamentari non siano ridotti a fingere di lavorare nelle commissioni referenti fino a quando non perverrà da palazzo Chigi il maxiemendamento delle dimensioni di un lenzuolo, da guardare e non votare. Si adoperino, primi tra tutti i presidenti delle Camere, perché non succeda più, e si torni alla Costituzione.

Evitiamo alle Camere ulteriori umiliazioni. Trattiamole bene.

 

* Di ruolo alla Camera dal luglio 1969. È stato segretario delle Commissioni Difesa, Interni e Affari costituzionali. Segretario generale dal 1994 al 1999. Nominato prefetto di prima classe dal Consiglio dei ministri nel novembre 1999, assume l’incarico di Presidente del Comitato tecnico scientifico per il controllo e la valutazione strategica nelle amministrazioni dello Stato. Dal 2007 al 2015, Consigliere di Stato di nomina governativa. Collabora su temi istituzionali e di amministrazione pubblica coi il Sole 24 ore, Adige e Alto Adige.

 

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