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Giachetti e Ascani: tutti i motivi per dire sì

Alberto De Bernardi domenica 13 gennaio 2019
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di Alberto De Bernardi

 

Il congresso del Pd sta entrando ormai nel vivo e lo scenario comincia a delinearsi sempre più chiaramente. Anche se i primi dati dell’affluenza ai circoli ci dicono di una forte disaffezione tra gli iscritti, che affonda le sue radici anche nel ritardo colossale con cui si è organizzato il congresso, emerge nitidamente quale sia la posta in gioco: è lo stesso Pd, la sua natura, il suo progetto costituente, la sua collocazione politica e ideale, il suo futuro.

 

Se Emiliano appoggia Zingaretti

Di fatto si confrontano tre proposte, perché le altre tre (Boccia, Corallo, Saladino) non sono di fatto in campo.

Boccia soprattutto è stato cancellato dal suo stesso sponsor, Emiliano, che ha deciso di sostenere Zingaretti, perché come ogni vero notabile del Sud, che controlla pezzi di potere periferico, si accoda al presunto vincitore scambiando il suo pacchetto di voti con la garanzia di una piccola rendita di posizione: in questo caso la ricandidatura alle regionali prossime.

Purtroppo Boccia è stato travolto da questo meccanismo che dall’Unità d’Italia caratterizza il rapporto centro-periferia per tanti capi politici meridionali e che è una componente non secondaria della questione meridionale: lui più di tutti avrebbe dovuto saperlo, ma ha probabilmente sottovalutato l’opportunismo del suo capocorrente, che per raggiungere quell’obbiettivo ha fatto accordi con le destre, appoggiato il M5S, sfasciato il Pd locale diventando il paladino del populismo antirenziano.

 

Le tre candidature principali

Un congresso a tre dunque nel quale si confrontano:

– una proposta restauratrice di ritorno al passato, che cancella non tanto Renzi, quanto le ragioni stesse del Pd (Zingaretti);

– una proposta di cosiddetto “riformismo radicale” che intende spostare a sinistra l’asse politico del partito, riscoprendo le ragioni del laburismo e dell’ecologismo (Martina);

– infine la proposta Giachetti-Ascani che si caratterizza per una dichiarata continuità con il quinquennio riformista incarnato da Renzi e per lo sforzo di definire l’alternativa al populismo ormai vincente in Europa.

 

Il passato recente: quelli che vogliono voltare pagina

Il primo terreno di confronto è proprio il passato recente: il “renzismo” e l’azione dei governi Pd.

Ad essi sia Martina che Zingaretti imputano la sconfitta elettorale e la necessità di voltare pagina.

L’affastellarsi di tutto il quadro dirigente e ministeriale nelle loro due mozioni chiarisce bene il senso strumentale e opportunistico di questa chiamata alle armi per “voltare pagina”: salvare se stessi, trovando il capro espiatorio, che purtroppo ci ha anche messo del suo per trovarsi in questa difficile posizione, e rinnegando persino i risultati del loro stesso impegno politico e istituzionale, senza neanche il minimo sforzo di autocritica sul lavoro svolto.

Un comportamento pessimo per chi aspira ad essere classe dirigente, che per scarso coraggio si trova a dare ragione a che per rancore personale ha contribuito alla sconfitta del loro partito: per abiurare il loro passato renziano, si devono ingoiare il ritorno di D’Alema, che, tra un fiera del vino e una degustazione, sta facendo campagna elettorale per Zingaretti in tutta Italia.

Ma dietro tatticismi e opportunismi, dietro questo “chiedere scusa” per gli errori fatti, dietro questa evocazione della discontinuità e del “cambiare tutto” si nasconde qualcosa di ben più profondo: la difficoltà di molti dirigenti provenienti dal Pci e dalla Dc a riconoscersi nell’impianto liberalsocialista che lega il Pd di Renzi a quello di Veltroni e del Lingotto in nome di quadri ideologici che stavano dentro le tradizioni del cristianesimo sociale e della ricezione comunista della socialdemocrazia europea.

 

Il programma anticapitalista di Zingaretti…

Da questo punto di vista il programma di Zingaretti è esemplare: secondo lui la cultura politica dei governi pd era iscritta in una sudditanza ideologica al neocapitalismo, che va superata in nome della riscoperta dell’anticapitalismo come cifra identitaria di una partito di sinistra e di un “riformismo conflittuale” che usa la spesa pubblica per sanare le diseguaglianze e la leva fiscale per colpire i grandi patrimoni; per tenere i conti in equilibrio si evoca il grande e usurato mantra della lotta all’evasione fiscale.

 

1. …sottovaluta il populismo dei 5s

Su questa base il Pd che ha in mentre Zingaretti coincide perfettamente con quello di Bersani e degli altri fuoriusciti e richiama in causa la storia vecchia del Pds e dei Ds: una grande Leu, con in testa un “nuovo modello di sviluppo” che può, e deve, dialogare con i 5S perché sono accomunati proprio da questa cifra anticapitalista. Certo Zingaretti non pensa alla “decrescita felice” o all’assistenzialismo deprimente di Di Maio che è privo di qualunque progetto paese, ma la sua chiave di lettura della crisi della sinistra lo espone inevitabilmente a sottovalutare la forza eversiva del populismo di stampo peronista rappresentato da questo movimento e a ritenere, come già Bersani, che possano essere imbarcati in un presunto “governo del cambiamento”.

Il nemico del Pd di Zingaretti è infatti la destra, da Berlusconi a Casa Pound, non il populismo, che ha dentro di se destra e sinistra secondo le accezioni novecentesche, e questa scelta muta radicalmente la natura e la collocazione del Pd perché lo pone in uno spazio politico che non ha barriere a sinistra, è né ha invece di insuperabili nei confronti del centro riformista.

 

2. I rischi di un partito a vocazione minoritaria

Ne emerge un partito a vocazione minoritaria, pensato per conformarsi a un sistema proporzionale nel quale alla destra si contrappone un campo di sinistra che potenzialmente va da Fico a Fassina e che, in quanto anticapitalista, può inglobare tutti i movimenti antisistemici presenti in Italia e in Europa.

Il segretario del Pd non sarà mai chiamato a guidare questo campo: per questo si deve separare la figura del segretario da quella del premier, che ha senso se il partito riconosce la sua vocazione maggioritaria, che non significa, solitaria, ma che si propone di rappresentare in quanto tale l’alternativa riformista al populismo sovranista e illiberale. Non è una questione di tempo dedicato – Zingaretti né ha meno di Renzi perché governare una regione è un impegno totalizzante – ma una questione di linea politica che presuppone che il premier lo si scelga a tavolino non già tra negli equilibri parlamentari, ma tra le correnti interne al partito, come faceva la Dc.

 

3. Nel progetto di Zingaretti manca la difesa della democrazia liberale

È la difesa della democrazia liberale il grande assente dal progetto di Zingaretti. Che significa un sistema di democrazia delegata di matrice parlamentare, di articolazione e di autonomia dei poteri su cui si fonda quel sistema, di diritti civili inalienabili, di libertà costituzionali, di corpi intermendi costituzionalmente garantiti: questo è il grande nemico del populismo in tutte le sue declinazioni, da Putin a Trump, dalla Le Pen a Orban, da Grillo a kaczynski, da Malenchon a Salvini fino a Corbyn.

Oggi sinistra in Europa è chi vuole combattere tutto questo, non concepire alleanze tattiche con pezzi di questo universo: la discriminante tra destra e sinistra è qui; e da essa deriva la natura dell’europeismo che postuliamo, la lotta alle diseguaglianze che ci impegniamo a condurre, l’opposizione che vogliamo condurre. L’esempio delle alleanze e degli intrecci politici che si stanno creando in Francia attorno ai gillets jaunes è significativo perché fa capire dove dovrebbe collocarsi il Pd: a fianco di Macron contro il populismo violento e antidemocratico.

 

Martina: una posizione troppo debole e ambigua

Di fronte a questa visione che si configura come una rifondazione che rompe ogni rapporto con la tradizione politica del PD, la proposta di Martina è troppo debole e ambigua. E vero che essa è migliorata nel tempo grazie all’apporto di dirigenti e intellettuali riformisti provenienti dalle fila di Libertà Eguale, e che ha lasciato per strada molte asperità antirenziane e un tono sinistramente pauperista.

Ma resta una proposta debole per almeno tre motivi.

 

1. Fuori dall’orizzonte liberalsocialista dei governi Renzi e Gentiloni

Pur non rinnegandolo, Martina non si pone in continuità con il passato: ripeto non è questione di nostalgia, ma questione di linea politica che non riguarda i singoli provvedimenti, tutti discutibili e tutti emendabili, quanto piuttosto l’impianto progettuale che chiama in causa una visione del sistema paese nella quale la lotta alla diseguaglianza non può non essere associata alla promozione del merito, che l’integrazione dei migranti si può fare solo se si governano i flussi all’origine, che l’ecologismo non ha senso se è separato dalla scienza e non è integrato in un progetto paese che sia in grado di affrontare spinose questioni energetiche, che la democrazia si può difendere solo se ne si migliora l’efficacia e l’efficienza attraverso puntuali riforme istituzionali.

Fuori da questo orizzonte liberalsocialista tutto il progetto di Martina è privo di baricentro e anche la sua agenda politica centrata sull’occupazione e sulla emancipazione dei giovani, pur meritoria, rischia di sprofondare in una retorica già troppo abusata: non basta dire dobbiamo innovare dopo il collasso del 2008, se non si dice che i governi Pd sono stati un progetto di innovazione e cambiamento, che ha tentato di combattere le derive tecnocratiche e neoliberiste.

Se Renzi è come Monti di che stiamo parlando? Se non si dice che i provvedimenti dei governi Renzi e Gentiloni hanno abbassato di oltre 10 punti la disoccupazione giovanile, dove si colloca il programma martiniano sui giovani? Come si fa a parlare di scuola facendo finta che attorno alla “buona scuola” si è scritta una delle pagine peggiori del dibattito interno del Pd, e che senza promozione del merito, sostegno alle proposte innovative, desindacalizzazione del controllo delle carriere docenti, nella scuola si può anche investire un pozzo di quattrini senza cambiare nulla? Se si ha paura delle parole eccellenza e autonomia, per non scontentare i sindacati della scuola che sono tra i peggiori dell’intero spettro sindacale, la scuola è irriformabile e anche la garanzia del diritto alla studio, della riduzione del numero degli studenti, dell’aumento degli stipendi diventano proposte campate per aria, come ben sanno i tanti dirigenti del Pd che in questi anni si sono occupati di scuola. Non basta dare di più o dare meglio nella scuola e nell’università: bisogna anche dire cosa non si deve fare più. Infine come si fa proporre il Mezzogiorno come questione centrale della politica riformista e poi sostenere Emiliano che è l’espressione peggiore di quel Mezzogiorno che dovremmo cambiare?

 

2. Per Martina il nemico è il neoliberismo, non il populismo

Anche in Martina il nemico è il neoliberismo e la destra che lo incarna e lo promuove. Indubbiamente che il tema della diseguaglianza sia centrale in Occidente, perchè la globalizzazione ha colpito le classi medie del primo mondo, è incontrovertibile che sia compito delle sinistre farsene carico. Ma la lotta alla diseguaglianza non può sfuggire all’universo globale in cui è inserita, nel quale è vero che le ricchezze si sono polarizzare, ma è anche vero che 2.5 miliardi di persone sono uscite dalla povertà. In questo scenario la difesa delle protezioni – che il welfare taylorista aveva garantito alla forza lavoro strutturata assicurando benessere e stabilità – ha assunto la forma politica non della destra ma del populismo nazionalista e sovranista: un ircocervo ideologico molto più complesso che impone alla sinistra di ridefinire cosa sia, perché come era già successo con il fascismo una parte della sua tavola identitaria è stata riassorbita all’interno del populismo. Dire destra come dice Martina produce di vedere solo un aspetto della questione ma non l’insieme, che pone alla sinistra democratica interrogativi del tutto assenti dalla proposta Martina, perché non individua nel populismo il nemico della sinistra europea.

 

3. Manca un impegno per le riforme istituzionali

E del tutto assente la questione nodale delle riforme istituzionali. La sconfitta referendaria non deve farci dimenticare che quella battaglia condotta con grande forza e determinazione, purtroppo da una sola parte del PD, è cruciale per la democrazia italiana. La difesa della democrazia è debole se non si pone mano a riforme istituzionali in grado di renderla efficiente, a maggio ragione oggi che la democrazia liberale è sottoposta all’attacco convergente dei populismi sovranisti.

 

La mozione Giachetti-Ascani: un’alternativa al nazional-populismo

Per queste ragioni credo che la mozione Giachetti-Ascani, pur nata all’ultimo minuto, priva dei sostegni dell’apparato di partito e dei dirigenti impegnati nelle istituzioni, costituisca invece il fatto nuovo di questo congresso. Grazie a questa nuova iniziativa politica emerge con maggiore chiarezza che il congresso non ha al suo centro come disfarsi di Renzi e della sua eredità, che sono ben presenti dentro il partito, o di costruire una grande alleanza contro la destra, quanto piuttosto decidere se e come costruire l’alternativa al nazional-populismo.

 

1. Rivendicare con orgoglio le riforme

Per raggiungere questo obbiettivo bisogna innanzitutto rivendicare con orgoglio ciò che abbiamo fatto anche perché l’alternativa messa in atto dai populisti, che per una certa fase è stata quardata con interesse da Leu e da altre forze di sinistra, ha portato il paese in un vicolo cieco di disoccupazione e recessione. Ciò che abbiamo fatto è la miglior garanzia che solo il Pd – partito riformista e liberalsocialista – può rimettere il paese nel suo difficile cammino di sviluppo, senza il quale non ci sono né diritti, né welfare, né prospettive per le giovani generazioni.

 

2. Un partito del sì

Il centro della mozione di Giachetti-Ascani è la formazione di un grande partito del “si”, come ha ricordato Morando, che ha deciso di sostenere questa mozione: non solo quello referendario alle riforme istituzionali, ma quello della scienza, delle grandi infrastrutture, del reddito di inclusione, dell’Europa.

 

3. Un partito europeista per la società aperta

Un partito che crede nel futuro dell’Italia, non può che essere europeista, perche oggi la distinzione tra destra e sinistra non ha più i fondamenti classisti di un tempo, ma passa tra apertura e chiusura, integrazione e separazione, tra globalismo e nazionalismo. Il Pd deve essere il partito di Spinelli e di Ventotene, ma anche di Draghi e della Bonino.

 

4. Serve un partito a vocazione maggioritaria

Per realizzare questi obbiettivi ci serve il Pd, non un Pd: serve quello della vocazione maggioritaria, quello delle primarie, del segretario leader, nel quale bisogna potenziare la sua dimensione federale per un migliore contato con i territori; la sua struttura digitale per entrare davvero nel XXI secolo. Non un partito “ditta” ma un partito “strumento” a disposizione per quanti vogliano governare l’Italia e cambiare il paese.

 

 

 

Professore di Storia Contemporanea all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Presidente della Fondazione I Dem Lab. Componente del Comitato scientifico di Libertà Eguale.

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3 Commenti

  1. Roberto domenica 13 gennaio 2019

    Bene. Una chiara analisi della situazione attuale., con 3 proposte alternativa , di cui una chiara , di un ritorno al passato.

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  2. Renata Augusta Venturini domenica 13 gennaio 2019

    Condivido pienamente la linea Giachetti – Ascani.
    Sono convinta che sia l’unica strada verso un futuro veramente democratico per gli anni futuri. Liberiamoci dei vecchi cliché ottocenteschi e ragioniamo da persone che vivono nel terzo millennio e sono proiettati verso una società in divenire. Con stima, Renata A. Venturini. Artista.

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  3. Rosa fanali lunedì 14 gennaio 2019

    Mi convince la linea Giacchetti Ascani

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