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Sicurezza: Caro Salvini, la repressione non basta

Gentian Alimadhi lunedì 14 gennaio 2019
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di Gentian Alimadhi

 

Il dibattito sul c.d. decreto sicurezza e la presa di posizione dei vari sindaci che ha occupato buona parte delle pagine giornalistiche dei giorni scorsi, interpella la mia attenzione sulla questione. Sento di dover dare il mio punto di vista il quale non può prescindere da un giudizio di carattere giuridico, prima, e politico/umano, in un secondo momento.

 

Può un sindaco sconfessare una legge?

Prima di entrare nel labirinto che caratterizza il nostro ordinamento legislativo, premetterei quello che è il nocciolo della questione: può un sindaco sconfessare una legge dello Stato che sancisce che “il permesso di soggiorno (inteso quale titolo provvisorio in attesa del riconoscimento della protezione internazionale) non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica…”? Premettiamo l’inciso che un sindaco, essendo qualificato giuridicamente come ufficiale di governo, eletto ma sempre ufficiale di governo, per legge deve applicare la legge. E se un sindaco nutra delle riserve, debba cercare di attivare i canali consentiti dalla legge affinché la questione finisca davanti alla Corte Costituzionale, quale organo preposto a sciogliere eventuali questioni di legittimità. Se disattende la legge dello Stato, commette un illecito, quindi passibile di sanzione. Se la mossa dei sindaci “dissidenti” la ipotizzassimo come politicamente voluta, allora questi sindaci li potremo considerare dei martiri della causa poiché lo Stato, una volta commesso l’illecito, si vedrebbe costretto a sanzionarli.

 

Una legge di impronta razzista

Tornando alla legge in discussione, pare incontrovertibile che sia una legge di impronta razzista, a tratti insensata ma comunque inutile.

Prima di passare all’esame dal punto di vista strettamente tecnico-giuridico della norma e del conflitto che n’è conseguito in questi giorni, mi rimane ancora da comprendere il perché della esclusione dall’iscrizione anagrafica di coloro che attendono il riconoscimento dello status da parte della competente Commissione territoriale ancorché titolari di un permesso di soggiorno con possibilità di svolgimento attività lavorativa.

Pertanto, esaminando la questione da un punto di vista prettamente normativo – di legittimità, si giungerebbe a dare torto, se non da un punto di vista morale, da quello del rispetto della legge nazionale, alla ferrea presa di posizione del sindaco Orlando ed altri che gli si sono allineati. Più precisamente, concedere la residenza allo straniero che sia in attesa della decisione sulla propria domanda di richiesta di asilo, è un diritto che lo Stato potrebbe – fuori da ogni logica – arbitrariamente negare.

Senza dover approfondire, per ovvi motivi, il contrasto tra le norme nazionali e in particolare quella sulla protezione internazionale del 2015 e il testo unico sull’immigrazione, anche dalla lettura della normativa superiore europea si comprende come nessun contrasto tra norme sussista nel caso di specie, discorrendo la Direttiva di mera facoltà (e non obbligo), per gli Stati membri, di iscrivere nel registro della popolazione residente gli stranieri richiedenti asilo.

 

I tre postulati indiscutibili

Aldilà della discesa nella contorta e cavillare interpretazione delle leggi sorta in seguito all’entrata in vigore del c.d. decreto sicurezza e della presa di posizione da parte di determinati sindaci coraggiosi, chi voglia seriamente riflettere sul fenomeno immigrazione, non potrà ignorare tre incontrovertibili postulati.

Primo: le migrazioni di grandi masse umane, indotte da esplosione demografica in vaste aree del globo, tensioni geopolitiche e mutamenti climatici, sono una realtà non sopprimibile.

Secondo: I Paesi dell’occidente ricco e produttivo hanno bisogno di capitale umano per sostenere le proprie economie e il proprio welfare.

Terzo: l’immigrazione porta con se problemi di convivenza e genera insicurezza che, a sua volta, porta fastidio, intolleranza e nei casi estremi xenofobia e razzismo.

Chi voglia altrettanto seriamente affrontare il tema immigrazione deve impostare programmi che tengano conto di tutti e tre i postulati di cui sopra, e agire fornendo in modo equilibrato risposta a ciascuno di essi.

Negare il primo dei postulati significa parlare di un mondo che non è quello in cui viviamo. Tener conto solo di esso e rassegnarsi alla inevitabile invasione, magari in nome di un (malinteso) senso umanitario, evoca reazioni incontrollate e normalmente di segno anti-umanitario.

Negare il secondo punto significa condannare al declino le economie dei Paesi più evoluti. Per contro focalizzarsi solo su di esso, cioè sulla sola importazione di capitale umano necessario, significa promuovere una riedizione, magari edulcorata e forse più mite (ma non è detto), delle trascorse stagioni nelle quali i Paesi più in ritardo con lo sviluppo venivano relegati al ruolo di fornitori di braccia e di materie prime a basso costo.

Negare il terzo degli assiomi significa infine disconoscere la causa di un malessere che attraversa l’intero occidente e ne condiziona i comportamenti elettorali e politici, fino a minare i fondamenti della sua civiltà giuridica, a partire dai diritti dell’Uomo e dalla opzione democratica.

Quindi una civile e ragionevole politica dell’immigrazione sarà quella che tiene conto di tutti i suddetti fattori. Accetterà la realtà dei flussi migratori come fenomeno ineluttabile del corpo vivo dell’umanità. Considererà l’immigrazione come un fattore utile al sostegno dell’economia e del welfare. Non perderà di vista la sostenibilità del fenomeno regolandone l’affluenza, sia in termini di offerta di casa, formazione e servizi ai nuovi arrivati sia in termini di contenimento degli inevitabili disagi prodotti dall’inserimento di culture e abitudini altre nel tessuto sociale che accoglie i nuovi arrivati.

La mera repressione dell’immigrazione finalizzata all’incasso del dividendo elettorale della paura è segno di cecità, non dà risposte efficaci al problema e ne perpetua gli aspetti negativi. Per questo il c.d. decreto sicurezza va rigettato.

Per contro l’atteggiamento di quanti invocano un atteggiamento esclusivamente ispirato a sentimenti umanitari rischia, al di là delle lodevoli intenzioni, di portare acqua alla politica della repressione, nella misura in cui disconosce le inquietudini e le paure così tanto presenti nell’opinione pubblica, a partire dai ceti più esposti alla crisi.

 

 

Nato nel 1973 a Fier (Albania) e arrivato in Italia nel 1993, si laurea nel febbraio 2003 in Giurisprudenza presso l’Università di Parma. È un avvocato con studio legale a Parma. Dal 2005 al 2008 è presidente del Consiglio di Rappresentanza degli Stranieri per i comuni di Colorno e Torrile (PR). Nel 2006 fonda l’associazione albanese Scanderbeg (www.scanderbeg.org) in rappresentanza della comunità albanese della Provincia di Parma: dal 2009 è presidente dell’associazione. Nell’aprile del 2010 ottiene la cittadinanza italiana e nel 2011 viene insignito con l’attestato di civica benemerenza.

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