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di Alfonso Pascale

 

Concordo con Michele Magno che, in una lettera al direttore del “Foglio” (25 agosto 2018), afferma che si debba “respingere con energia l’invito peloso a non polemizzare apertamente con il cialtronismo di Salvini e Di Maio”. E bisogna rifiutarlo anche se la richiesta è motivata dalla volontà di evitare “una ulteriore crescita dei già ampi consensi di cui godono”.

 

Il disprezzo per la figura dell’intellettuale

Tale invito di solito è rivolto da opinionisti e uomini di cultura che hanno scelto di respirare l’aria pungente del populismo leghista e pentastellato. Un’aria che dà allo stomaco non solo per le dichiarazioni quotidiane degli esponenti di governo, ma anche per gli effetti che quelle pillole di idiozia, oltre che di odio, producono su tante persone che hanno trasformato Facebook in uno degli squallidi programmi televisivi condotti da Maria De Filippi o da Barbara D’Urso.

“Un populismo che non perde occasione – aggiunge Magno – per mostrare il proprio disprezzo per la figura dell’intellettuale non cortigiano, accusato di ogni nefandezza: di essere corruttore, falso profeta, nichilista, inetto, pavido, decadente se non addirittura parassita”. E a questo punto Magno introduce una considerazione che va sottolineata e sviluppata: “Sembra quasi che chi ha avuto la fortuna di un’educazione che gli ha permesso di riflettere sulle miserie e sulle sofferenze dei dannati della terra, però non di viverle, abbia il dovere di tacere e di annullarsi nella massa per risorgere”. L’invito è, dunque, al silenzio doveroso, alla contrizione pungente e duratura, al pentimento doloroso, all’autoannullamento servile mediante l’immersione purificatoria nel popolo, elevato a emblema della purezza e della bellezza.

 

La presunta ‘purezza’ del ‘popolo’

Soltanto dopo quell’immersione tra le orde vocianti che ti fischiano e ti scherniscono coi loro rutti e i loro modi rozzi, l’intellettuale non cortigiano potrà tornare ad occuparsi del popolo.

Non riecheggia forse in tale pretesa il mito biblico della guerra dell’Armageddon, secondo il quale gli abitanti ricchi, corrotti e sovversivi di Babilonia dovevano essere sterminati e con loro soppresse tutte le abominazioni per poter stabilire il regno di Cristo e permettere al popolo di Dio di vivere nella purezza? Non risuonano forse in tale istanza gli straschichi delle turpi teorie politiche, emerse dopo la prima guerra mondiale, secondo cui una “parte sana” della società che si vede minacciata dal “male” ha “licenza di uccidere” perché il “male” va eliminato a tutti i costi mediante il “sacrificio” di chi è sospettato di compierlo? Non riemerge forse in tale richiesta la retorica della contrapposizione tra il contadino e il “parassita”, “colui che non vivrebbe senza di lui”, “colui che trova la terra troppo bassa”, rinfocolata ad arte, a fini di facile consenso sociale, per suscitare nel contadino un’inesauribile volontà di recriminazione verso “parassiti” volta per volta individuati a seconda delle convenienze?

 

Delle ‘bufale’ e dei ‘somari’

Questa richiesta di autoannientamento è tipica delle epoche in cui chi comanda non può fare a meno della coazione per ottenere ubbedienza alle proprie leggi. Oggi non si invita ad uccidere mediante la violenza fisica, ma uccidendo la reputazione nei social mediante la propaganda virale.

L’invito di questi editorialisti e rappresentanti del mondo della cultura va contestato con fermezza, finendola con la commiserazione e la timidezza. Bisogna opporsi al governo sovranista e populista con tutte le forze senza nutrire alcuna vergogna nel mostrare competenza, rigore, serietà, rispetto, eleganza, anche a costo che tali qualità siano scambiate per atteggiamenti altezzosi.

L’unica cosa a cui dobbiamo prestare attenzione è l’uso dei termini. Faccio solo alcuni esempi. Le menzogne non c’entrano nulla con le bufale che sono animali affidabili e non si sognano per nulla di dire bugie. E Salvini e Di Maio non hanno formato una “onagrocrazia”, “governo dei somari”, come direbbe scherzosamente Benedetto Croce (lui utilizzava il vocabolo per satireggiare il regime mussoliniano), perché gli asini sono di gran lunga più intelligenti degli attuali vice presidenti del Consiglio.

Presidente del CeSLAM (Centro Sviluppo Locale in Ambiti Metropolitani). Dopo una lunga esperienza di direzione nelle organizzazioni di rappresentanza dell’agricoltura, nel 2005 ha promosso l’associazione “Rete Fattorie Sociali” di cui è stato presidente fino al 2011. Docente del Master in Agricoltura Sociale presso l’Università di Roma Tor Vergata, si occupa di sviluppo locale e innovazione sociale. Collabora con istituzioni di ricerca socioeconomica e di formazione e con riviste specializzate. Ultima pubblicazione: CYBER PROPAGANDA. Ovvero la promozione nell’era dei social (Edizioni Olio Officina, 2019).

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