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di Giovanni Cominelli

 

Alla fine, il governo è arrivato. Quanto sia stabile, quanto futuro abbia davanti si capirà presto, non appena la realtà tornerà a bussare alla porta di un palazzo fatto finora solo di verbigerazioni rissose, promesse da Eldorado e concretissima spartizione delle trecento nomine pubbliche strategiche che contano.

La sconvolgente settimana di fine maggio e la storia

Ma qui interessa tornare a riflettere sull’ultima sconvolgente settimana di maggio della Repubblica, quando è stata spinta sull’orlo della crisi di sistema da giovani leader improbabili e irresponsabili. Mai, in settant’anni, si era visto un tale attacco
eversivo pubblico, mosso dall’interno del sistema dei partiti contro le istituzioni previste dalla Costituzione, in particolare la Presidenza della Repubblica e il Governo. Il famoso Piano Solo del 1964 appare, al confronto, un gioco clandestino estivo da boyscout.

È necessario riflettere, perché le condizioni alle quali questo attacco è stato reso possibile, sono ancora tutte quante tra noi. Se un paio di partiti, che rappresentano il 51% degli elettori, possono pretendere di scegliere direttamente il Presidente del Consiglio e i Ministri e di minacciare di impeachement il Presidente che non si sottomette a tale violazione della Costituzione attuale e di fare appello alla piazza, perché trasformi la Festa della Repubblica in una giornata contro la Repubblica, che cosa è accaduto e sta accadendo nello spirito pubblico, nello spazio pubblico del Paese? Perché gli appelli di due leader politici credono di sovrastare quelli della Presidenza della Repubblica, che rappresenta lo Stato nazionale, la Patria?

È una storia che viene da lontano e che ora presenta ora il suo conto. Per riassumere cose arcinote, l’8 settembre 1943 la Patria è collassata, il Re in fuga, l’Esercito allo sbando. I partiti del CLN hanno ricostruito lo Stato, hanno fatto sentire ai cittadini la statualità, hanno riconsegnato loro uno spazio pubblico comune. Come spiegò Togliatti: “i partiti sono la democrazia che si organizza”.

Tuttavia, l’idillio della Patria comune non è durato molto. La gelida cortina di ferro non si è fermata a Trieste, ha fatto una deviazione, attraversando il sistema dei partiti in Italia, fino al 1989. E così fin dal 31 maggio 1947, lo spazio pubblico è stato diviso tra i partiti, frammentato, particolarizzato, parassitato e talora corrotto. Dopo la fine dei governi De Gasperi, nascono il Partito-stato e la Repubblica dei partiti. La Patria è sempre più traguardata attraverso il prisma dei partiti. Non le istituzioni di tutti, ma la politica (dei partiti) è ciò che tiene insieme il tutto. La dinamica di spartizione partitico-politica dello spazio pubblico si è fortemente accentuata con il centro-sinistra e ancor di più negli anni ’70, con l’ingresso del PCI nell’area di governo, e negli anni ’80.

Se la Patria è stata partitizzata, se non si è mai costituita una sola Patria nella coscienza collettiva, c’è da stupirsi che la rivolta contro i partiti si sia trasformata a poco a poco in una rivolta contro la Politica e contro la Patria dei partiti, in nome dell’Anti-politica e dell’Anti-Patria, in nome dell’Altra-politica e dell’Altra-Patria? Non è una psicologia da guerra civile? E in effetti, una feroce guerra civile ideologica, di delegittimazione reciproca, si è scatenata dopo il 1994 – ha preso il nome di berlusconismo e anti-berlusconismo – tale da impedire la costituzione di uno spazio pubblico condiviso, che preceda la politica partitica, i governi e le opposizioni.

 

L’occasione unica perché l’Antipolitica diventi Politica e sia data agli Italiani una Patria comune

La causa più radicale e più profonda del declino del Paese, della sua inadeguatezza rispetto alle sfide globali è esattamente questa: che agli Italiani manca la Patria, cioè il senso di un destino comune. C’è una via d’uscita in avanti? Per quanto appaia paradossale e contro-fattuale, questo è il momento.
Perché l’Anti-Politica è costretta dal proprio stesso successo istituzionale e di governo a trasformarsi in Politica. Dopo un lungo giro, l’esercizio della funzione di governo costringe l’anti-politica a tornare alla politica, cioè a fare i conti con i vincoli internazionali, con i mercati, con le necessità e le domande dei cittadini. Pertanto si riapre per i politici di ieri e i neo-politici di oggi la questione di fondo: come dare agli Italiani una Patria comune. Questa è il compito più alto e più essenziale della politica. Dare una Patria significa dare istituzioni nuove, cioè semplicemente quelle della democrazia liberale competitiva e maggioritaria. Sarà pure minacciata, travolta da ondate di individualismo narcisista, che trasformano automaticamente i bisogni in corrispondenti diritti e che rendono la politica razionale una missione quasi impossibile, ma né la democrazia consociativa né quella ferocemente conflittuale né quella (etero-)diretta hanno dato buona prova. Si tratta di progettare istituzioni, che stiano au dessus de la mêlée, al riparo degli sconvolgimenti che agitano a intervalli irregolari il sistema della politica e dei partiti.

Scriveva Tucidide, dopo la guerra dei trent’anni pelopponesiaca tra Atene e Sparta, parlando della storia: κτῆμα ἐς αἰεί, un’acquisizione per sempre. Ma le istituzioni universali non sono forse il deposito della nostra storia, delle generazioni che passano, delle nuove che arrivano?

 

Il presidenzialismo

Salvini ha proposto il presidenzialismo. Ma sono già stati presentati progetti di legge in Parlamento da Cangini, Ceccanti, Cerno, volti a riconoscere agli elettori la scelta diretta del Presidente, formalizzando e legittimando il ruolo che i Presidenti della Repubblica hanno obbiettivamente assunto negli ultimi anni.

Il vantaggio del momento è non solo quello appena sopra ricordato – il ritorno degli antipolitici alla politica – ma anche quello del velo di ignoranza inevitabile che si stenderebbe, dati i rapporti di forza attuali, davanti agli esiti futuri di un’eventuale
elezione diretta alla francese, con ballottaggio al doppio turno.

La politica diventa più forte – cioè più capace di rispondere alle domande e insieme di limitare quelle impossibili – se ci sono istituzioni forti. L’esempio americano, francese, inglese, tedesco lo conferma. Ciò che resta dirimente è che i cambiamenti delle istituzioni non si fanno in piazza, non a spallate, non con le marce su Roma. Per costruire la Patria comune, occorre porre termine alla guerra civile tra i governi di turno e le opposizioni di turno.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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