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Il governo della folla è la tirannia delle masse. Una lezione di Lincoln

Alessandro Maran mercoledì 21 Agosto 2019
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di Alessandro Maran

 

 

In una recente puntata delle sue «Conversations», vista l’aria che tira, Bill Kristol ha analizzato assieme a Diana Schaub, un’autorevole studiosa del pensiero politico americano, uno dei più significativi discorsi di Abramo Lincoln, «The Lyceum Address». Si tratta di una riflessione penetrante sui pericoli per la democrazia e sul perché la venerazione, o meglio «l’ossequio razionale» della legge sia indispensabile per perpetuare le istituzioni politiche americane. Una riflessione che anche dalle nostre parti, di fronte agli assalti allo stato di diritto e all’architettura giuridica liberale che infiammano le cronache politiche (assalti condotti rigorosamente, come ha scritto Massimo Adinolfi, «in nome del popolo italiano, in nome della giustizia, in nome della verità-che-io-so, che ciascuno ritiene di sapere»), non sarebbe male riprendere. 

 

Il 18 novembre del 1837 ad Alton, Illinois, una folla di schiavisti piombò nella casa e nella tipografia di Elijah P. Lovejoy, lo uccisero e distrussero la stamperia ed il materiale abolizionista. L’evento traumatizzò la nazione. Due mesi dopo, a Springfield, Abramo Lincoln, allora un giovane avvocato di 28 anni, deputato Whig al Parlamento dell’Illinos per la seconda volta, esaltò, in un discorso emozionante, il primato del diritto e l’eredità dei «founding fathers». In questo discorso intitolato significativamente «La perpetuazione delle nostre istituzioni politiche», Lincoln ammonì che l’oclocrazia, il governo della piazza, la folla che non rispetta le leggi e i tribunali, potevano distruggere gli Stati Uniti e sostenne che erano appunto la Costituzione e lo stato di diritto a costituire «la religione politica della nazione». Lincoln affermò che nessuna circostanza poteva giustificare il governo del «mob», la tirannia della maggioranza, e che ogni misura mirata a sovvertire il primato del diritto avrebbe messo in pericolo l’esistenza ed il futuro degli Stati Uniti e rivolse un appello veemente contro le passioni incontrollate del demos. 

 

Lincoln, come si usava allora, si rivolgeva ad un pubblico composto sia dalle persone presenti in sala sia dalla platea più vasta dei lettori. Il discorso fu pubblicato, infatti, dal Sangamon Journal. Si rendeva conto, ovviamente, di pronunciare un discorso in un periodo in cui le tensioni tra il Nord e il Sud erano sempre sul punto di esplodere; si presentò, pertanto, come un moderato e fin dal principio affermò chiaramente che le tendenze della folla non erano proprie di una particolare regione o di una particolare classe sociale: «Hanno pervaso il paese dal New England alla Louisiana; e non sono neppure confinate agli Stati schiavisti o agli Stati non schiavisti. Qualunque sia la loro causa, sono comuni a tutto il paese». Inoltre, nel discorso Lincoln fece attenzione a non menzionare l’assassinio di Lovejoy. L’episodio costituiva ancora un trauma nazionale e ricordandolo si sarebbe alienato una parte dell’uditorio. Tuttavia, per illustrare il suo punto di vista, fece alcuni esempi significativi. Il primo esempio riguarda l’impiccagione di alcuni giocatori d’azzardo nel Mississippi: «Un genere di persone che certamente per vivere non svolgevano un’occupazione molto utile o molto onesta; ma pur sempre si trattava di un’occupazione autorizzata da un atto dell’assemblea legislativa (statale)»; Lincoln cita poi il linciaggio sia di bianchi che di neri accusati di aver fomentato l’insurrezione degli schiavi a Saint Louis.

 

Con questi esempi specifici, Lincoln fa vedere gli esiti violenti del mancato rispetto della legge e, al tempo stesso, rende evidente all’uditorio che la crisi prodotta dal governo del «mob», dall’intimidazione delle autorità legittime, dalla democrazia viziata dalla demagogia, dalla tirannia della maggioranza e dal dominio delle passioni sulla ragione, non era un problema remoto ma riguardava tutti da vicino

 

Quel che motivava i linciatori (di ieri e di oggi) era il loro senso di giustizia. Per questo Lincoln sottolinea che il tiranno, la minaccia alle istituzioni americane, non sarebbe venuto dall’esterno (da «some transatlantic military giant»); il tiranno, la forza distruttiva che avrebbe potuto mettere in pericolo il sistema politico americano, sarebbe venuta dall’interno, sarebbe spuntata in mezzo a loro: erano loro stessi a covare una tendenza al dispotismo. Il governo della folla è, infatti, la tirannia delle masse. Il che ha delle conseguenze dirette e indirette sul futuro del paese. Anche gli innocenti (e non solo i colpevoli) possono essere linciati. Inoltre, i fuorilegge in spirito, le persone che sono inclini a operare come se la legge non esistesse, sono incoraggiati a diventare fuorilegge di fatto. C’è un sacco di gente in circolazione che è tenuta a bada dalla legge e che, senza la legge, non avrebbe nessuna remora a fare come gli pare. Ma la cosa peggiore è che le persone per bene perdono fiducia nelle istituzioni e la disaffezione alimenta la ricerca dell’uomo forte. 

 

Per evitare che ciò accada, Lincoln concluse che c’era bisogno di coltivare una «religione politica» che desse importanza al «rispetto della legge» e facesse affidamento sulla «ragione, sulla fredda, calcolatrice, oggettiva razionalità». Nel discorso al Young Men’s Lyceum, Lincoln usa, infatti, la razionalità per condannare la violenza della folla fornendo sia esempi specifici che considerazioni di più ampio respiro; e nel descrivere i linciaggi, mette in rapporto i singoli omicidi con tutti quei casi in cui la rule of law è rimpiazzata dalla violazione della legge dettata da impulsi e passioni; e dopo aver ascoltato tutti quegli esempi, il pubblico di Lincoln non avrebbe avuto illusioni su quel che la «mobocracy», una forma degenerata di democrazia, avrebbe comporto davvero. Inoltre, scegliendo casi che si erano verificati lungo la frontiera americana, Lincoln mostrava ai suoi ascoltatori e ai suoi lettori che il disprezzo della legge pervadeva anche le loro comunità ed era proprio nelle loro comunità che si doveva e poteva fermare.

 

Dopo aver identificato il pericolo della dittatura della maggioranza con esempi ed argomenti razionali, Lincoln parlò a lungo di come resistere a queste tendenze. Ironicamente, la principale strategia di Lincoln per combattere le passioni incontrollate fu quella di appellarsi appassionatamente ai valori comuni e all’eredità rivoluzionaria dell’America, che, sebbene allora fossero trascorsi 52 anni dalla firma della Dichiarazione di Indipendenza, apparteneva ancora intensamente alla memoria storica dell’America. Facendo appello alle passioni del pubblico, nel discorso di Springfield Lincoln mette in relazione la Rivoluzione con la legge e l’ordine; e attraverso gli appassionati richiami alla Rivoluzione e l’uso misurato degli esempi, riuscì a dimostrare che il primato del diritto deve sempre avere la meglio sulle nostre passioni.

 

Ora che, come scrive Cerasa, «il lupo è arrivato», la Zagrebelsky e Associati è rimasta senza voce e i nazional-populisti di casa nostra possono permettersi di fare qualsiasi cosa nel disinteresse generale (stravolgere lo stato di diritto, giocare con la collocazione internazionale dell’Italia, con la xenofobia, con il giusto processo, usare il lessico fascista, cambiare la Costituzione come meglio credono, ecc.), forse è il caso di tenerlo a mente. Anche perché, come ha twittato il prof. Carlo Fusaro, se questa roba ha attecchito (non solo in Italia) «vuol dire che i valori post Seconda guerra mondiale erano attaccati con lo sputo». E per vanificare con successo quei progetti «sarà necessario che la persone siano unite tra di loro, siano attaccate alle istituzioni e alle leggi» e siano «generally intelligent». Parola di Lincoln.

 

(tratto da Il Foglio,  9 agosto 2019)

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