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di Marco Leonardi

 

La vulgata vuole che il Pd avrebbe perso le elezioni perché ha ignorato i più deboli.

L’argomento è troppo serio per essere trattato in poche righe, ma a me sembra che su alcuni temi fondamentali l’azione di governo degli ultimi 4 anni sia stata nel merito molto orientata alla redistribuzione a favore dei più deboli.

 

Dalle misure di redistribuzione …

  1. Non dimentichiamoci che è il governo Renzi e poi Gentiloni che mette regime la prima misura universale contro la povertà dopo 20 anni di attese: il reddito di inclusione.
  2. E non dimentichiamoci che tutti gli sforzi di questi anni per superare la legge Fornero delle pensioni sono state rivolte ai più deboli, permettendo uscite anticipate ai lavoratori precoci che hanno iniziato a lavorare in minore età e, con l’Ape sociale, ai disoccupati, agli invalidi, ai parenti di primo e secondo grado che assistono disabili e ai lavoratori gravosi. La decisione di intervenire sulle pensioni a partire da questi ultimi mi sembra molto “di sinistra”.

 

… alle promesse facili

Certo si può rispondere che il Movimento 5 Stelle è stato molto più di sinistra quando ho proposto un reddito di cittadinanza per tutti e le pensioni minime a 780 euro al mese per tutti.

Ma da una parte è facile fare promesse ignorando i vincoli del bilancio pubblico e quindi ignorando i deboli per antonomasia cioè i giovani che ancora non possono votare.

Dall’altra parte bisognerà vedere tra pochi giorni come quelle promesse diverranno realtà perché del reddito di cittadinanza non c’è più traccia e l’intervento sulle pensioni sembra una controriforma che cancella l’ape sociale e favorisce i ricchi con quota 100. Il tutto condito magari con uno spruzzo di condono e di flat tax che certo non favoriscono i più deboli.

 

Detto questo è giusto fare anche dell’autocritica: se nel merito abbiamo adottato politiche molto redistributive (per motivi di spazio non cito la più controversa e redistributiva di tutte: gli 80 euro che valgono 9 miliardi di euro all’anno e vanno a 11 milioni di lavoratori sotto i 26mila euro di reddito), però non abbiamo visto che la campagna elettorale si sarebbe combattuta proprio sul tema del Sud, della povertà e dell’immigrazione.

Abbiamo perduto una grossa occasione di rivendicare per tempo l’istituzione del reddito di inclusione (i cui risultati sono arrivati dopo le elezioni) e degli scivoli pensionistici per i più deboli. Abbiamo pensato di convincere l’Italia che quattro anni di buona amministrazione in cui la crescita era più che soddisfacente e l’occupazione raggiungeva il massimo di sempre sarebbero bastati per far dimenticare una crisi che dura da 10 anni e una stagnazione che dura da vent’anni.

 

 

(Articolo già pubblicato su Democratica)

 

Professore di economia politica all’università degli Studi di Milano, si occupa di disoccupazione e diseguaglianze. E’ stato tra gli anni 2015 e 2018 membro del comitato tecnico di valutazione della Presidenza del Consiglio e consigliere economico del Presidente Gentiloni. Ha scritto un libro sulle riforme di quegli anni dal titolo “le riforme dimezzate, perché su lavoro e pensioni non si può tornare indietro”, EGEA 2018. Fa parte della Presidenza Nazionale di Libertà Eguale.

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